Intervista all’attore Emanuele Salce

di Valentina Gemelli.

 

“Mumble Mumble ovvero Confessioni di un orfano d’arte.” Del titolo mi incuriosisce l’onomatopeico borbottio. Su cosa rifletti?

Mumble mumble è, appunto, un mugugno di chi parlotta fra sé, mormora o dice qualcosa di incomprensibile “Are you mumbling?” dicono gli Inglesi. Nel mio caso è riferito alla mia prima infanzia e pre-adolescenza. Sono nato e cresciuto in una casa nella quale c’erano, attorno a me, delle voci di riferimento maschili, voci “attorialmente” autorevoli di uomini che parlavano con perfetta dizione e battendo su tutte le finali. Ed io, di contraltare, ho subito questo fino al punto di essere quasi incapace di spiccicare verbo. Il mio parlottare era quasi un bofonchio incomprensibile e, di lì, la strada per risalire la china è stata lunga.

Da figlio d’arte ad orfano d’arte, ne racconti il passaggio nel tuo spettacolo?

Questo testo è nato quasi per caso e, come per tutti i primi “parti autoriali”, ti escono sempre fuori dei nodi che hai dentro le viscere. Così mi è uscito fuori proprio di scrivere del giorno in cui se ne andò mio padre, del giorno in cui se andò il marito di mia madre e, come se non bastasse, poi ci ho anche aggiunto un altro episodio alquanto imbarazzante della mia vita o, meglio, chiamiamola pure una defaillance avvenuta all’inizio di una storia sentimentale e che poi sarebbe durata anche un bel po’. Ho raccontato, in fondo, tre momenti diversi della mia vita ma intensi ed ugualmente intimi e senza mai, credo, essere auto celebrativo. Anzi, semmai, auto lesivo, direi piuttosto. Ironizzo molto sia su di me sia sulla condizione di figlio d’arte. Lo faccio con un certo distacco, guardando a quei momenti apparentemente tragici o dolorosi e che, se rielaborati e riletti a distanza di venti anni, ci fanno poi apparire alcuni aspetti come totalmente surreali, degni della miglior commedia all’italiana mi verrebbe da dire. In quei momenti, infatti, quelli di un lutto per intenderci, siamo tutti un po’ impacciati, ci affidiamo a delle frasi prestampate come per i necrologi. Il classico:“Eh, lo so, ti sono vicino.”, facciamo anche la tipica faccia triste, ma quella proprio da pessima recitazione! Ci si chiede perché persone che si conoscono e si frequentano tutti i giorni, nel momento del lutto si rapportano fra loro in modo surreale. Forse perché siamo pieni di sovrastrutture, di insicurezze, prigionieri d’un senso d’inadeguatezza ancestrale e, temendo di dire sempre la cosa sbagliata, finiamo per dire sempre le stesse cose, a repertorio. Me compreso. Per lo meno fino a qualche tempo fa.

Solitamente il padre è uno. Tu ne hai avuti due e di calibro importante. Orgoglio senza pregiudizio?

O zero, anche. Se parliamo di figura paterna sono sicuramente due. Sul concetto di padre…(transeat) E’ stata una situazione complicata e, nello spettacolo, la risolvo con una battuta: “Avevano altri talenti… e noi, a tutt’oggi, li ricordiamo per i grandi artisti che sono stati, con immenso affetto ed ammirazione.” Nel privato, però, erano altro da quello che apparivano. Mio padre, ad esempio, aveva un po’ più di somiglianza col suo personaggio pubblico, era sempre un uomo che amava l’ironia, una certa leggerezza pur avendo le stesse pesanti fondamenta culturali di Gassman ma Vittorio, invece, ci si trincerava dietro e la usava come filtro e barriera con il mondo esterno. Viveva in una sorta di“castello gassmaniano” con delle mura molto alte e solide mentre mio padre preferiva semplificare e non frapporre ostacoli fra sé ed il suo prossimo. Nel privato insomma erano molto diversi.

Geloso di tua madre?

Io no, lui si. Abbiamo avuto un rapporto conflittuale, nei primi tempi. Io ero per lui qualcuno che si frapponeva tra sé e la donna amata. Ero il figlio della donna che aveva sposato, ma non un suo figlio, qualcuno (nella sua mente) capace di sottrargli attenzioni ed affetto. Ma, poi, abbiamo avuto il tempo di chiarirci e risolvere il nostro rapporto, in particolare nei suoi momenti più dolorosi, quelli che sono coincisi con l’ultima parte della sua esistenza, le sue depressioni. Che per altri aspetti si sono rivelati essere anche quelli più arricchenti della sua vita di uomo. Abbiamo potuto vivere degli attimi intensi e veri. C’è stata una sanificazione ed abbiamo recuperato un rapporto fondamentale per entrambi.

La tua giornata tipo è un tipo di giornata particolare?

Beh, non nel senso del film di Scola!… (che ricordiamo con grande affetto ovviamente) No, seriamente… quando faccio teatro, ad esempio, ci sono prima le prove e poi le repliche. Quando si è in tournée si fanno delle grandi dormite, delle grandi mangiate e si gira questo nostro bel Paese. Quando si gira un film o una fiction, invece, ci si sveglia prestissimo, si passano, a volte, giornate intere in attesa di essere convocati sul set e, poi, ciak! Devi essere prontissimo a fare quel che devi fare. Altrimenti, quando non lavoro, cerco di riempire la mia vita con altri interessi. Ho la giornata tipo di quando lavoro ed ho la giornata tipo di quando non faccio niente, insomma. Due tipi di giornata tipo, ecco.

E dopo il tour cosa hai in progetto di fare?

Un altro spettacolo con Edoardo Siravo ed Manuele Morgese. E’ un testo che si intitola“Le nostre donne”. Su palco tre uomini che parlano di donne, un classico della commedia con qualche colpo di scena. Si debutta a L’Aquila intorno al 9/10 Aprile e, poi, si va avanti fino a fine mese, pensando già di portarlo in scena nella prossima stagione.

Ti definiresti un Londinese a Roma?

Quando andavo a scuola i bambini tifavano tutti o per la Roma o per la Lazio ed a me piaceva dire: “Siccome che so’ de Londra, faccio er tifo pe’er Liverpu’! ” cosa sbagliatissima perché il mio accento non era perfettamente inglese ed il Liverpool era, infondo, la squadra di Liverpool e non di Londra… ma era anche la squadra che vinceva sempre in Europa, nei primi anni 70 ed anche dopo. (comunque tifo Roma nda). Forse ho qualcosa di British più per derivazione Salciana, non propriamente per la mia nascita inglese. Un po’ di quell’humor e di quell’aplombe che caratterizzavano mio padre ed in cui mi ritrovo. Altrimenti dovrei risponderti: “Assolutamente no, anche perché io mi faccio il bidét mentre gli Inglesi no! Solo per questo aspetto non posso di certo essere un londinese perfetto.” Ma vedi tu quale preferisci.

Se ti dico Mensa non pensi alla carbonara, vero?

No, anche perché non mangio in mensa e, poi, la fanno pessima. (ride) Il Mensa è un’associazione, tra virgolette, di super “intelligentoni” e fa parte di quelle cose che un ragazzo tenta di fare a 20 anni per confrontarsi con se stesso, per confrontarsi con i propri limiti. Ho avuto la fortuna di entrarci ma questo non cambia la mia condizione in meglio anzi aumenta il numero dei rimpianti, quando ti dicono: “Sei un membro del Mensa ma che uso ne hai fatto del tuo Q.I.?”…!Ah, boh… è sempre uno di quei quesiti in parte irrisolti! Quello che ho potuto, mi verrebbe da dire, o quello che era destino ne facessi”. In altri Paesi invece, a differenza del nostro, la cosa è alquanto tenuta in considerazione e riconosciuta con un punto in più nel curriculum, ad esempio. L’intelligenza, comunque, più che essere sbandierata dovrebbe essere applicata. Nel mio caso, di certo, non la sbandiero né, molto probabilmente, la applico al meglio. Anzi forse non l’ho affatto sfruttata bene. Lo raccontava anche mio padre, in un’intervista. Diceva di sé: “Ci sono artisti che hanno fatto cose al di là delle loro possibilità e che si sono presi molto sul serio, mentre io ho fatto delle cose al di sotto le mie possibilità.”. Questo è un atteggiamento che ci accomuna.

Salutiamoci con un aforisma senza senso.

Questo che hai appena detto tu mi pare sufficiente, no?

Facciamo buon uso dell’intelligenza, quindi?

Si.

Tanta merda.

Grazie, altrettanto.

 

HD4A0905

Walter Nicoletti
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