Bohemian Rhapsody biopic Film – the review on Voce Spettacolo

di Stefano Straniero.

 

Venerdi’ sera sono andato a vedere Bohemian Rhapsody, il biopic sulla carriera dei Queen, al BFI IMAX di Londra per gli amici di Voce Spettacolo.

L’IMAX e’ lo schermo cinematografico piu’ grande nello UK, ma la sua estensione era infinitesimale se paragonata all’emozione che ho provato nel vedere un film che io, come tanti altri milioni di persone, aspettavamo da tempo immemore, quantomeno dal 1991. Ci sono andato con il cuore leggero ed impressionabile di un ragazzino di quindici anni che si avvicina alla musica e lo fa con i Queen. La prima band che mi ha rapito il cuore e che dopo quasi trent’anni se lo tiene ancora gelosamente. E glielo lascio senza condizioni. Ci sono infatti poche cose universali nella vita, trasversali, al di sopra di commenti, paragoni, gusti: la pizza, la mamma, l’estate, la liberta’, il sesso e i Queen. Non importa che musica ascolti, che stile ti rapisce, quali suoni deliziano i tuoi timpani: c’e almeno una canzone dei Queen che ami, che hai fischiettato sulla metropolitana, che hai paragonato come riferimento per pezzi di altre bands.

Ma veniamo al film. Diciamocelo subito: fare un biopic sui Queen e’ un lavoro complicato. Molti aspetti umani e musicali da fondere insieme. Era ovvio che la figura di Freddie, la sua vita, i suoi eccessi e la genialita’ fossero le fondamenta sulle quali costruire la storia.  Si vede la mano di Brian May e Roger Taylor attraverso tutta la produzione. Proprio per questo, pero’, alcuni errori e imprecisioni inaccettabili mi hanno fatto alternativamente saltare sulla poltrona e inarcare il sopracciglio dubbioso.

Alcune su tutte: durante un concerto ambientato nel 1974 la band esegue Fat Bottomed Girls che invece e’ stata pubblicata solo nel 1979 nell’album Jazz; o nella scena in studio dove viene ideata We Will Rock You, canzone del 1977, Freddie appare con i baffi, look che invece ha adottato solo nel 1980; quando poi nel film Freddie rivela al resto della band di aver contratto l’HIV, credo ci sia una forzatura perche’ sembra che nella realta’ questo sia avvenuto circa un anno piu’ tardi.

Il film e’ un fondersi di musica, vicende private e rapporti tra i componenti della band. Un riassunto comunque equilibrato e pulito. Alcuni lo troveranno e lo hanno gia’ trovato troppo pulito, troppo politically correct, coralmente debole.

Forse si sarebbe preferito avere piu’ dettagli sugli eccessi privati di Freddie, che invece sono stati affrontati con i guanti di velluto dalla produzione. Io invece credo che il film dovesse essere una celebrazione di una band leggendaria, del rock, di quattro artisti unici e quindi in primis della musica. Per questo motivo penso che un film del genere andava comunque prodotto: serviva finalmente un documentario che ci accompagnasse attraverso la carriera della band dando ad ogni aspetto il giusto spazio, senza creare disequilibri. Io credo che Bohemian Rhapsody sia un inizio: infatti statene certi, probabilmente vedremo altre produzioni che esploreranno di piu’ la sessualita’ di Freddie o il vero rapporto tra lui, Brian, Roger e John o magari i suoi amori con Mary Austin e Jim Hutton. Ma Bohemian Rhapsody rimarra’ un riferimento da cui ripartire per i futuri studi sulla band. Magari un riferimento verso il basso per molti, ma comunque un riferimento.

La trama e’ temporalmente lineare e si basa da subito sul percorso di Freddie: dagli scontri con il padre al lavoro ad Heathrow come facchino, all’incontro con gli Smile di Brian May e Roger Taylor e con quella che rimarra’ la figura di riferimento per tutta la sua vita: Mary Austin. Prima come promessa sposa e poi come amica, Mary sara’ sempre il Love of my life di Freddie e ispiratrice dell’omonima canzone che viene accennata nel film in un assolo di voce e piano da brividi. Anche quando Freddie confessera’ la sua omosessualita’ a Mary, le chiedera’ di rimanere nella sua vita in una scena toccante.

Intanto le sperimentazioni dei primi album vanno a braccetto con i litigi all’interno della band, che pero’ e’ compatta nell’imporre Bohemian Rhapsody a Ray Foster della EMI (interpretato da Mike Myers, che aveva riportato la canzone alla ribalta con la famosa scena nell’auto in Wayne’s World) come primo singolo dell’album A night at the opera nel 1975. ‘Nessuno suonera’ i Queen da qui a 6 mesi’ aveva predetto Ray rifiutando il pezzo. Complimenti.

Le scene della  registrazione in studio di Bohemian Rhapsody sono ottime, riuscendo a comunicare la maniacalita’ di Freddie (che fa ripetere a Roger infiniti Galileo per creare l’effetto desiderato), il lavoro corale della band e la felicita’ per il risultato finale.

Il quartetto intanto si impone a livello internazionale con una serie di successi in sequenza, nessuno uguale agli altri. Freddie aveva detto:’Non c’e’ nessun ghetto musicale che puo’ contenerci’: Somebody to Love, Another one bites the dust, We will rock you, Don’t stop me now, Crazy little thing called love ne sono la geniale prova.

La trama ci porta agli inizi degli anni Ottanta, quando la vita privata di Freddie si fa dissoluta e disordinata. La solitudine, la mancanza di un partner fisso ed un edonismo crescente lo portano a rompere temporaneamente con la band ed accettare un contratto con la CBS per un album solista. Il film accarezza con delicatezza questa fase, senza forzare la mano sugli eccessi di Mercury e facendoci intravedere solo qualche bacio, dell’alcool e un po’ di coca abbandonata su un tavolo. In una scena risolutiva e drammatica, Freddie verra’ romanticamente salvato da Mary, che lo raggiungera’ nel suo ritiro di Monaco e lo convincera’ ad abbandonare le cattive compagnie ed i consiglieri che lo sfruttano, per tornare nella sua vera famiglia: i Queen.

Il tempismo e’ perfetto perche’ dietro l’angolo c’e il Live Aid. I Queen non possono mancare su questo palcoscenico planetario. A questo punto del film, Freddie confessa di aver contratto l’AIDS al resto della band, provocando uno shock enorme, ma chiedendo anche di evitare vittimismi e di continuare a creare musica fin all’ultimo giorno. C’e anche una scena toccante dove Freddie si riconcilia con il padre dopo aver presentato il nuovo compagno Jim Hutton.

E’ difficile descrivere cosa quei venti minuti sul palco dello stadio di Wembley hanno significato per Freddie, i Queen e la musica: rinascita artistica, consacrazione del rock, definitivo abbandono della dimensione umana per raggiungere la leggenda. Ed il film riesce a rendere molto bene quella prestazione strumentale e vocale senza difetti, in uno stadio che sembra essere stato riempito solo per i Queen. Il pubblico e’ completamente in mano a Freddie, soprattutto quando centomila voci lo seguono con naturalezza dietro alla sua improvvisazione vocale o per battere il ritmo in Radio Ga Ga, fino all’apoteosi di We are the champions. E’ cosi’ che si chiude il film, lasciandoci una nostalgia ed un’aura di perfezione musicale difficile da dimenticare.

Sono due le cose che si elevano eccellenti in questa produzione: la prima e’ l’interpretazione di Rami Malek. Questo scricciolo di ragazzo di origini egiziane che ha gia’ dato prova di un certo talento nella serie Mr. Robot, si mette un vestito stretto e difficile da indossare, ma lo porta in giro con dignita’ e verosimiglianza. Freddie era un personaggio complesso, fragile, perennemente alla ricerca di un equilibrio. Rami riesce a rendere con efficacia il conflitto e la battaglia di un ragazzo immigrato, gay, con dei denti fuori dal normale che avevano sempre attratto scherno. Un ragazzo che vuole solo essere accettato per la sua diversita’. L’attore e’ magistrale nel riprodurre gli atteggiamenti e i movimenti di Mercury. Se si pensa che le impegnative scene del Live Aid sono state girate dal primo giorno della produzione, questo dona ancora piu’ valore della sua prestazione. Sarei stupito e deluso se questa interpretazione non portasse ad una candidatura all’Oscar.

E proprio la riproduzione del Live Aid e’ il secondo gioiello del film: la qualita’ delle inquadrature e’ ottima, cosi’ come la replica fedele dei movimenti della band e dello stadio di Wembley.  Inoltre gli effetti che il pubblico produce interagendo con la band sono di livello assoluto. Sembra davvero di essere sul palco ad ammirare la performance a trecentosessanta gradi.

Alla fine sono uscito dal cinema felice, nonostante le imperfezioni della sceneggiatura. Felice perche’ quel ragazzino di quindici anni che aveva sentito i Queen per la prima volta c’e’ ancora. E non potrebbe essere diversamente, perche’ nonostante il film potesse certamente essere molto piu’ accurato, nonostante le critiche legittime di fans e tecnici, i commenti, gli stili musicali che cambiano ed il tempo che vorrebbe annebbiare il passato, il film ci ha ricordato che i Queen sono sempre piu’ vivi e presenti. Come la pizza, la mamma, l’estate, la liberta’ ed il sesso. E ricordarli, celebrarli, farceli godere attraverso la loro musica non potra’ mai essere considerato sbagliato. God save the music! God save the Queen!

 

 

ENG

 

 

Last Friday I was at the BFI IMAX in London to see Bohemian Rhapsody, the biopic on the Queen’s career, for my friends in Voce Spettacolo.

IMAX is the biggest cinema screen in UK, but its extension is nothing compared to the emotion I felt in seeing a movie that I, together with other millions people, have been expecting for a long time, or at least since 1991. I approached the movie with the light and sensitive heart of a 15-year-old boy who starts to explore music for the first time through Queen: the first band that got my heart and still has it after 30 years. And they can keep it unconditionally. In fact, there are few universal things in life that are beyond any comment, comparisons, taste: pizza, your mom, summer, freedom, sex and Queen. It doesn’t really matter which music you like, which style makes you happy or which sounds are sweet to your ears: there’s at least one Queen’s song that you love, that you whistled while in the Underground, that you have compared to other bands’ hits.

Now, the movie. Let’s be honest: producing a biopic on this band is a terribly complicated job, so many human and musical aspects to be put together. It was obvious that the movie had to be centered on Freddie’s life, excesses and genius: this is the starting point where to build the story. Brian May and Roger Taylor’s contibution shows thorughout the movie. That’s why I found some errors and imprecisions in the plot unacceptable and they made me jump on the seat and arch an eyebrow in surprise.

Just a few examples: during a concert in 1974 the band performs Fat Bottomed Girl, that was actually released only in 1979 as part of the album Jazz; or during the studio scene when We will rock you (a song released in 1977) starts to take form, Freddie appears with short hair and his famous moustache, but he only got this look in 1980. Then when  Freddie reveals to the rest of the band that he got HIV, I found this a little stretched as it most likely happened one year later.

The movie  describes music production, private lives and the relationship between the band’s components in a clean and balanced way. Some people may find it too politically correct, too polished and generally weak, preferring to have more details on Freddie’s life in the gay environment and clubs, whereas this aspect is being treated very gently in the production. On the other hand, I believe that this movie was meant to be the celebration of a legendary band, of rock, of four great artists: therefore a celebration of music.

That’s why I think that this movie had to be produced: we needed a documentary that was able to guide us through the band’s career, giving each aspect the proper space without creating imbalances. Bohemian Rhapsody is therefore a good start. In fact, you can be sure that in the future, other productions on Queen’s career, will probably focus more on Freddie’s sexuality or its relationship with the rest of the band, or maybe on his love stories with Mary Austin and Jim Hutton. In any case Bohemian Rhapsody will remain a reference from where to start for new studies on the band: maybe not a good reference fo many people, but still a reference.

The plot follows a linear time order and is based on Freddie’s life events: from the clashes with his dad to the job at Heathrow airport to his first approach with Brian and Roger’s band, Smile. At one of their concert Freddie meets the person who wil remain closest to him for all his life: Mary Austin. First as his fiancee’ and later as her best friend, she will always be  Freddie’s Love of my life and inspirer of the homonym song, that we can enjoy through an excellent voice and piano excerpt in the studio.

Even when Freddie will confess his homosexuality, he wil ask Mary to remain in his life during a moving scene.

In the meantime the musical experiments go along with the fights within the band. A band that is nevertheless united when imposing Bohemian Rhapsody as the first single to be exctracted from the album A night at the opera in 1975 to EMI executive Ray Foster (played by Mike Myers, who revitilized the song fame during the famous scene in the car in Wayne’s world). Ray refuses the song predicting that in ‘6 month time nobody will play Queen’. Congratulations.

The studio scenes showing Bohemain Rhapsody production are excellent as they communicate Freddie’s obsessive reasearch for perfection (asking Roger to repeate infinite Galileos to get the desired opera effect), the team work and the enthusiasm for the final result.

In the following years Queen’s music is acclaimed all over the world through continuous hits that are so different in style from each other. Freddie said:” There’s no musical ghetto that can contain us”: Somebody to Love, Another one bites the dust, We will rock you, Don’t stop me now, Crazy little thing called love are the the brilliant confirmation of this idea.

At the beginning of the Eighties Freddie’s private life starts to be lascivious and messy: loneliness, difficulties in finding a long standing partner and a growing hedonism bring him to temporaily break with the band and accept a contract with CBS for a solo album. The movie approaches this period tactfully, trying not to stress the details of Mercury’s excesses, but only showing some kisses, alcool and some cocaine abandoned on a table.

Freddie will be romantically saved by Mary in a crucial and dramatic scene: she reached his Munich’s retirement and convinced him to get rid of bad companies and selfish counsellors and come back to his real family: Queen. Timing is perfect: Live Aid is approaching and the band cannot miss this huge world event. This is the moment when Freddie tells Brian, Roger and John that he has got HIV. The news comes s a shock but Freddie asks to treat him without pity and to keep on creating music until the end. There’s also a touching scene when Freddie introduces Jim Hutton to his family and, after having explained the meaning of Live Aid, hugs with his father as a sign of peace.

It is difficult to describe what Queen’s 20 minutes gig at Live Aid represented for Freddie, the band and music: an artistic rebirth, rock consecration, the final escape from the human dimension to reach the legend. The movie reproduces brilliantly this flawless musical and vocal  performance, in a stadium that looked like it was filled only for Queen.

The crowd is totally guided by Freddie, especially when one hundred thousand voices joins to follow him in his vocal improvisation or when everybody clap their hands at Radio Ga Ga rhytm until the apotheosis with We are the champions.

That’s when the film ends, leaving a feeling of nostalgia and musical perfection that is hard to forget.

Two things raise above the others in this movie. First is Rami Malek performance. This tiny guy of egyptian origins, who has already shown his talent in the TV series Mr. Robot, tries a tight artistic dress, difficult to wear, but he brilliantly brings it round with dignity and plausibility. Freddie was a complex charachter, fragile and perennially looking for his balance. Rami manages to communicate the inner battle of a gay immigrant, with abnormally big teeth that attracted people’s derision.

A guy who only wished to be accepted in his diversity. The actor skillfully imitates Freddie’s movement and attitudes. If you think that the difficult Live Aid scenes have been shot from day 1, this tell us even mor about Rami’s extraordinary performance. I would be surprised and disappointed if this role wouldn’t lead to an Oscar nomination.

Live Aid reconstruction is the second jewel in the movie: the quality of framing, the perfect replica of movements and of the old Wembley stadium structure, together with the effects produced by the crowd while interacting with band are of the highest level. It makes you feel you are actually on the stage and can enjoy the show with at 360 degrees view.

In the end I was really happy when i left the cinema, despite the plot imperfections. I was happy because that 15-year-old boy who listened to Queen for the first time is still alive. And how could it be different? Despite the movie could and should have been more accurate, despite the rightful critics from the cinema industry and the fans, despite the continuous change in musical styles and time that tries to obliterate the past, this movie remembered us that Queen are still alive and present.

Like the pizza, your mum, summer, freedom and sex: reminding them, celebrating them, letting us enjoy them thorugh their music can never be considered wrong. God save the music! God save the Queen!

 

Michele Valente
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Michele Valente

Editor in Chief at Voce Spettacolo
Michele Valente è Editor in Chief di Voce Spettacolo. Laureato in Economia Aziendale all'Università di Parma, si occupa di Spettacolo e soprattutto di ambiti legati alla musica e NightLife. Una delle sue peculiarità è intervistare dj famosi nel mondo.
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