di Berta Corvi.

 

L’intervista di questo mese è dedicata ad Andrea Maggi, scrittore affermato e professore di lettere a Pordenone. Di recente ho letto ed apprezzato il suo ultimo romanzo “Niente tranne il nome”, pubblicato nel mese di giugno scorso da Garzanti.

Vi propongo la nostra conversazione avvenuta a proposito del suo giallo e della sua partecipazione al programma televisivo “Il Collegio” su RAI 2.

Puoi dirci in poche parole chi è Andrea Maggi?

Andrea Maggi è alto uno e settantacinque, ha gli occhi azzurri e i capelli castano-chiari. Ama leggere e scrivere. Ama molto anche sognare a occhi aperti.

Quando hai capito che volevi diventare scrittore? Cosa rappresenta la scrittura per te?

L’ho capito a sei anni, circa, quando scrissi la sceneggiatura di un film con una Olivetti lettera 22. Un capolavoro che, se portato sullo schermo, avrebbe rivoluzionato l’idea stessa di cinema. Scherzo, ovviamente. Ma la sceneggiatura l’avevo scritta davvero. La scrittura per me rappresenta una forma di felicità.

Ti lasci trascinare e influenzare dagli eventi per nutrire la tua creatività?

Non lo faccio apposta. E’ colpa della realtà, sempre così presente nella mia vita: una vera scocciatrice.

Quando lavori, stili una scaletta o vai dove ti porta l’immaginazione? Lasci la facoltà alla tua mente di gironzolare prima di fissare idee sulla carta o scrivi di getto?

Sono molto metodico. Pianifico ogni minimo passaggio di ogni singola fase della scrittura su un quaderno dalla copertina monocroma. Poi, quando scrivo, tutti i miei piani vanno a farsi benedire. L’imprevedibile è proprio il bello della scrittura.

Quanto tempo ti occorre per scrivere un libro?

Dipende. Per “Morte all’acropoli”, il mio primo romanzo, ci sono voluti cinque anni. Per il secondo, “Il sigillo di Polidoro”, circa sei mesi. Per l’ultimo, “Niente tranne il nome”, tre o quattro mesi. Se hai un attimo, alla fine dell’intervista ti scrivo un romanzo…

Se tu fossi un libraio, quali autori consiglieresti? Quali sono i tuoi autori preferiti?

Se fossi un libraio, premetto che fallirei nel giro di due settimane perché bandirei dalla mia libreria moltissimi autori che oggi sono di gran tendenza. Non faccio nomi. Consiglierei a seconda dei gusti, cercherei di non imporre i miei. Tra i miei preferiti ne cito tre: Amitav
Gosh, Hans Tuzzi e Carmen Pellegrino.

Cosa provi prima dell’uscita di un libro: timore, impazienza, esaltazione? E dopo?

Prima dell’uscita provo molta ansia. Dopo, moltissima ansia.

Cosa vuoi trasmettere attraverso i tuoi libri?

Me stesso, suppongo. Il mio modo di vedere le cose. L’idea che senza una storia siamo perduti. Il sogno di poter vivere in un mondo in cui sia bello sentirsi uomini e non ce ne si debba vergognare.

Hai un’idea di chi siano i tuoi lettori?

Persone comuni, con i loro sogni e le loro speranze, di tutte le età ed estrazioni sociali.

Quali sono i criteri che segui per la promozione dei tuoi romanzi (amici, media, eventi, blog, forum, reti sociali, ecc)?

Sono un pessimo promotore di me stesso e per giunta sono abbastanza timido, per cui tendo a non fare pubblicità di quello che faccio. Per di più, uso malissimo i social. Qualche volta i giornali scrivono di me. Avrei proprio bisogno di qualcuno che facesse questo lavoro
per me. Gratis, si capisce.

A cosa attribuisci il tuo successo? Eri pronto a questa eventualità?

Non parlerei di successo in modo tanto conclamato. Di consenso, sì, però. Ho una forte nicchia di accaniti sostenitori. Temevo di essere ignorato, ma inspiegabilmente non è successo.

Sei sensibile alla critica letteraria? Cosa pensi del trattamento che ti riserva in generale?

Amo le critiche, anche se feroci, se provengono da persone serie e competenti. Oggigiorno essere notato da un critico di fama non è facile. Escono troppi romanzi perché i critici possano leggerli e recensirli tutti. Non conosco i loro criteri di scelta. Paziento. Arriverà il mio turno. 

È giunto il momento di farti qualche domanda sul tuo ultimo romanzo “Niente tranne il nome”. Perché questo titolo? La chiave del mistero vi è racchiusa? È nato prima il titolo o prima il romanzo?

E’ un titolo funzionale allo svelamento del mistero racchiuso nell’intreccio, perciò non posso svelare molto. Per un giallo, mi sembra azzeccato. E’ un romanzo sull’identità. Il nome è denotativo della nostra identità. Il nostro nome è tutto. Trova il nome e troverai l’uomo (o la donna). Il titolo è arrivato dopo. Prima il libro e dopo il titolo.

Dopo tre gialli storici, ti sei cimentato nella scrittura di un giallo ambientato nella scuola. Tanti segreti, numerosi raggiri che fuorviano il lettore, ma un libro che si legge con prestezza, in un battibaleno, che non toglie mai il gusto della lettura. Per te è una priorità sorprendere?

Sì.

245 pagine scritte in uno stile semplice, diretto e brioso. Dimostri che è possibile scrivere un romanzo per il grande pubblico, all’italiana, senza violenza, accessibile a tutti e senza cadere in cliché. Perché un thriller? Ti sei reinventato per evitare di cadere nel copia/incolla delle tue opere precedenti?

Mi viene naturale scrivere intrecci polizieschi. Non è colpa mia. Sono fatto così. Volevo cambiare, in effetti. Volevo scrivere qualcosa di attinente alla realtà che mi circonda.

Ci si ritrova con ritagli di dimensioni diverse, impossibili da assemblare. A questo punto non è più un puzzle, è un'equazione con tante incognite. Si va avanti nella storia, si è convinti di aver trovato la soluzione all’enigma e poco dopo ci sembra di retrocedere fino a perdere la testa. Sai come ribaltare la situazione. Provi un malizioso senso di gioia nello “stordire” il lettore ?

Il fatto è che finisco io stesso per “stordirmi”. Ma, se io per primo non mi diverto, come potrebbe divertirsi il lettore? Ragiono così.

Non posso concludere questa intervista senza porti alcune domande sulla tua partecipazione, la seconda fra l’altro, alla trasmissione « Il Collegio » per RAI2. Tutta l’Italia ricorda il professore d’italiano e di latino e lo scrittore dal sorriso traboccante di gentilezza e dagli occhi ridenti. Non sei esaltato dall’encomio riservatoti?

E’ davvero molto bello. Vado in aeroporto e la gente mi riconosce, al ristorante e la gente mi riconosce, in giro per le città e la gente mi riconosce. E’ bello sentire che tutti ti vogliono bene. Una sensazione ineguagliabile.

Quale delle due edizioni ti ha lasciato di più il segno? Cosa si prova ad essere il professore d’italiano e di latino più popolare d’Italia?

Entrambe, direi. Due esperienze diverse e intensissime.

Cosa si prova?

E’ una grossissima responsabilità di cui spero di essere degno, almeno in minima parte.

Al giorno d’oggi i giovani leggono poco. Dopo la tua partecipazione al docu-reality pensi che tu possa rappresentare un modello per i ragazzi italiani e invogliarli alla lettura?

Gli adulti leggono meno degli adolescenti. Credo sia questo il problema. I giovani hanno bisogno di modelli positivi da seguire. Io faccio del mio meglio.

Quali sono stati i commenti dei tuoi alunni dopo la prima puntata di “Il Collegio 1”?

Mi guardavano come se fossi atterrato da Marte. Volevano i numeri di telefono di Adriano Occulto (le femmine) e di Swami Caputo (i maschi). Io però non ce li avevo.

Un’ultima domanda, hai un altro romanzo in programma?

Adesso non sto scrivendo. Ho una miriade di idee e devo fare un po’ di ordine, prima di mettermi a scrivere ancora. Vediamo intanto come va “Niente tranne il nome”.

 

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Walter Nicoletti

Founder at Voce Spettacolo
Walter Nicoletti è un produttore, filmmaker, attore e fonda Voce Spettacolo nel 2013. Laureato in Giurisprudenza. E' portavoce italiano della Notte degli Oscar® - European Oscar Party (2018-2019).
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