Coronavirus: «Miliardi di mascherine finiranno nei mari»

Milioni. Anzi, miliardi. L’emergenza Covid-19 ha provocato un aumento esponenziale nella produzione e nel consumo (hanno una scadenza e vanno cambiate spesso) delle maschere chirurgiche in tutto il mondo. E parallelamente il Pianeta dovrà affrontare un problema complesso e potenzialmente devastante: il loro smaltimento. Sì perché — come spiega anche il ministero della Salute italiano nel prontuario diffuso a inizio aprile — le mascherine non sono un prodotto riciclabile. Non per il momento almeno. Nessuno ha ancora pensato ad una raccolta apposita: neppure per le mascherine dei soggetti positivi al coronavirus che si curano in casa. La loro carica virale imporrebbe uno smaltimento speciale, come per i rifiuti ospedalieri, mentre al momento il ministero dice soltanto di metterle nell’indifferenziata «chiudendo tali rifiuti in due o tre sacchetti, uno dentro l’altro».

Sud di Hong Kong, ricercatori hanno scoperto centinaia di face mask traportate dal mare. Solo la Cina ne produce 200 milioni al giorno; gli Usa ne vogliono 3,5 miliardi, 1,2 l’ Italia (130 milioni al mese). Per la maggior parte sono in poliestere o polipropilene: altamente inquinanti.

Sono davvero un numero incalcolabile, al momento, le mascherine che da qui a dicembre circoleranno nel mondo. Soltanto nell’attuale fase di emergenza (senza considerare un utilizzo diffuso a oltre metà della popolazione nella fase 2) l’italia avrebbe bisogno — ha scritto Federico Fubini sul Corriere — di 130 milioni di pezzi al mese: 90 milioni di maschere monouso (quelle definite «chirurgiche», in realtà le più semplici, in tessuto non tessuto) e fra 30 e 40 milioni al mese del modello FFP2, che protegge di più e viene usato negli ospedali. Soltanto nelle prossime settimane — ha comunicato martedì il commissario all’emergenza Arcuri — l’Italia avrà 650 milioni di mascherine, ed è già in grado di produrne più di 2 milioni al giorno. Tenendo conto che, come spiega Milena Gabanelli nello speciale di Dataroom sul Corriere, le mascherine chirurgiche sono monouso e non ci sono procedure, scientificamente validate, per la loro «disinfezione» (mentre i filtranti facciali FFP1, FFP 2 e FFP 3 possono essere riusabili solo se non sottoposto a usura del materiale). In pratica a Capodanno avremo consumato e buttato nella spazzatura almeno 1 miliardo e 200 milioni di mascherine. E le precedenti esperienze con Sars e aviaria hanno mostrato che spesso le mascherine chirurgiche non vengono smaltite in modo adeguato: molti le gettano a caso e parte finiscono in mare.

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Hong Kong: a rischio pesci e mammiferi

È quello che sta già accadendo in Asia con il Coronavirus: le spiagge di Hong Kong e dell’isola di Soko sono già sommerse di mascherine scartate. Un gruppo di ricercatori dell’associazione Ocean Asia ne ha recuperate centinaia nel corso di alcune ricerche sull’inquinamento marino: «Sono relativamente nuove, quindi erano in mare da poco tempo», sottolineano. Considerato che per settimane i 7,4 milioni di abitanti della città ne hanno usate almeno due a settimana (e che Hong Kong sta affrontando un secondo lockdown per un ritorno dell’infezione), molte altre se ne troveranno nei mari. Le foto dei cumuli di mascherine sull’arenile hanno fatto rimbalzare l’allarme: il sito Energy Live sottolinea «l’effetto devastante che potrebbero avere sull’ambiente», in tutto il mondo. E non sono soltanto gli elastici in gomma delle mascherine a mettere a rischio la vita di pesci e mammiferi negli oceani. Perché la maggior parte delle maschere «sono fatte di poliestere o polipropilene, plastiche che non si degradano rapidamente», ha spiegato alla Reuters Tracey Read, co-fondatrice del gruppo Plastic Free Seas a Hong Kong. Nei pesci l’esposizione cronica «alle microfibre in plastica provoca aneurismi, gravi danni alle branchie e significative mutazioni nella produzione di uova», scrive il sito Rinnovabili.it, e cita uno studio condotto tra Cina e Usa che ipotizza come alcuni prodotti chimici presenti nelle fibre plastiche «possano agire come interferenti endocrini».

Le Ong si organizzano per raccoglierle

«La gente pensa egoisticamente a proteggersi, semplicemente pensa a se stessa — prosegue Tracey Read —. Ma qui non si tratta solo di proteggersi: è necessario proteggere tutti, le persone e l’ambiente. E per farlo non dovete gettar via le maschere». E le mascherine buttate non inquinano soltanto i mari: «Ad Hong Kong le si trovano ovunque — scrive il South China Morning Post — sulle strade e nelle aree verdi pubbliche». Per questo alcune Ong si stanno organizzando per raccoglierle lungo i sentieri extraurbani, così come facevano fino a ieri per la pulizia delle spiagge. E’ un compito rischioso, dato che molte potrebbero essere infette. Ma cruciale per l’ambiente, dato che «ci vogliono anni prima che si decompongano e, dopo, le microplastiche restano comunque pericolose per i pesci se finiscono in mare».

Microfibre dal diametro inferiore a 1 micron

Anche la Thailandia denuncia l’emergenza rifiuti speciali: il governatore di Bangkok Pol Gen Aswin Kwanmuang ha invitato la popolazione a mettere le maschere da smaltire in sacchetti a parte e scriverci sopra di che si tratta, in modo da poterle inviare aglli inceneritori di Nong Khaem e On Nut. Non è un problema nuovo: già da anni si conoscono i pericoli insiti nell’inquinamento da microplastiche e già dalla seconda metà del decennio scorso si producono oltre 6 milioni di tonnellate di fibre sintetiche (come poliestere o polipropilene) l’anno per attrezzature varie e vestiti sintetici. Ora si aggiungono le mascherine: ogni giorno nel mondo miliardi di face mask dovrebbero finire nella raccolta indifferenziata (come i guanti monouso in lattice) . Il tessuto utilizzato nelle mascherine per filtrare l’aria è una sorta di maglia di filamenti estremamente sottili, prodotti partendo da materie plastiche: «Stiamo parlando di fibre in cui un filamento ha un diametro inferiore a un micron», spiega Markus Müller, direttore delle vendite della tedesca Reicofil, società fornitrice di macchinari per produrre il tessuto-non tessuto filtrante.

La Cina ne esporta 4 miliardi

Nello scenario di un mondo nel quale dovremo tutti indossare mascherine chirurgiche per molti mesi ancora, sono impressionanti i dati di Pechino: la Cina ha importato nei momenti di massima espansione della pandemia 2 miliardi di mascherine. Poi ha moltiplicato gli sforzi per aumentare la produzione e oggi sostiene di averne già vendute altri 4 miliardi in tutto il mondo. Eppure The Lancet pubblica i dati previsionali di uno studio realizzato da Commissione Salute, ministero dell’Industria e Centro per il controllo delle malattie infettive della Cina: soltanto per il miliardo e 400 milioni di cittadini cinesi, tra gennaio e giugno ci vorrebbero circa 589 milioni in più di quelle finora prodotte se le maschere venissero imposte in tutte le regioni della Cina. Lo scorso 24 gennaio, in piena emergenza Wuhan, ne mancavano 2,2 milioni al giorno. Da allora la produzione è esplosa e a metà marzo la Repubblica Popolare era già in grado di immetterne sul mercato oltre 200 milioni al giorno, il 50% della produzione mondiale. E ci sono, naturalmente, le maschere false: lo scorso febbraio il governo cinese ha annunciato di aver fatto sequestrare 31 milioni di pezzi non idonei. In Italia, invece, gli esami per la certificazione hanno rivelato che, «su 600 prototipi sottoposti a test al Politecnico di Milano, solo 10 avevano requisiti di sicurezza — ha scritto Milena Gabanelli sul Corriere —, il resto era cotone senza nessuna capacità filtrante».

Due miliardi di N95 solo per gli Stati Uniti

Negli Usa, la White House Coronavirus Task Force ha aumentato in questi giorni la produzione di maschere N95 (quelle in grado di filtrare il 95% delle delle particelle sospese nell’aria), portandola a 100 milioni di pezzi al mese, e ancora crescerà: si prevede che ne saranno realizzate e distribuite circa 2 miliardi entro l’anno nel solo territorio statunitense. Ma il fabbisogno per far fronte alla pandemia, secondo lo U.S. Department of Health and Human Services (HHS) è di almeno 3,5 miliardi di pezzi. Il solo HHS ne acquisterà come «scorta strategica» 500 milioni di pezzi nei prossimi 18 mesi. La 3M che ne produce la maggior parte, sottolinea che al 30 gennaio scorso le scorte erano già state largamente erose dalla lunga stagione degli incendi in Australia e dall’eruzione vulcanica nelle Filippine. Nello stesso periodo la britannica Cambridge Mask Company aveva comunicato il sold out delle proprie maschere a seguito di ordini per circa 10 milioni di pezzi provenienti da Francia e Portorico: la società aveva subito aumentato la produzione «nelle fabbriche di Xiamen in Cina e di Batam in Indonesia», avvertendo però di «non poter garantire consegne prima di fine febbraio». La sola Taiwan, invece sarebbe passata da una produzione che a inizio febbraio era ferma a 1,9 milioni di maschere al giorno ad un range di 3,2 milioni. Fare la somma di una simile produzione in continua evoluzione è quasi impossibile. Quel che è certo è che se non si intraprenderà al più presto una campagna di sensibilizzazione sullo smaltimento delle mascherine, l’emergenza Coronavirus potrebbe contribuire ad innescare una drammatica crisi ambientale. (Corriere della Sera)

Walter Nicoletti
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