Intervista a Fausto Leali

di Berta Corvi.

 

Un’intervista che si configura come un’emozionante retrospettiva sulla carriera di Fausto Leali. L’artista ci presenta il suo nuovo album “Non solo Leali”, prodotto da NAR International per Universal Music, che racchiude canzoni interpretate insieme a Mina (il duetto con lei apre l’album), Francesco De Gregori, Alex Britti, Umberto Tozzi, Renzo Arbore, Enrico Ruggeri, Tony Hadley degli Spandau Ballet, Clementino, Massimo Ranieri e Claudio Baglioni. Inoltre ci racconta qualche fatto già noto ma, di tanto in tanto, ci svela alcuni episodi inediti.

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Fausto, come sei entrato nel mondo della musica?

A 10 anni mia madre mi ha regalato una chitarra. Ho iniziato a strimpellare da solo. Ovviamente sono dovuto andare da un maestro per imparare. A 14 anni, ho avuto il primo ingaggio come cantante chitarrista in un complesso di Mantova. E da lì, ho cominciato a girare per lavoro. Quando avevo 17 anni, un conoscente dell’ambiente mi ha consigliato di formare un gruppo invece di esibirmi da solo – Io ne avevo già uno, “I Novelty” di Alessandria. Con questo complesso ho fatto diverse esibizioni e ho affinato le mie caratteristiche. In seguito ho inciso il mio primo disco. Era il 1962, avevo 18 anni. Poi ne ho inciso un altro, ma non avevo ancora realizzato nulla d’importante dal punto di vista artistico. Nel 1963, io e il mio gruppo abbiamo partecipato ad alcune trasmissioni televisive che ci hanno dato un po’ di notorietà. In quel periodo abbiamo fatto le cover in italiano di due canzoni dei Beatles, “Please, Please Me” e “She loves you”. Nel 1964, è stata la volta di “La campagna in città”, la prima canzone nello stile dei Beatles, ma made in Italy. Negli anni successivi, 1965-1966, ho continuato ad esibirmi con il mio gruppo in vari locali. Nel 1967, ho avuto l’opportunità di lavorare su una canzone che ha dato un grosso impulso alla mia carriera, “Hurt” di Timi Yuro. Riscrissi il testo in italiano con il mio chitarrista e diventò “A chi”.

Un ricordo di spicco della tua carriera, da testimone della musica italiana. Un momento che ti trasmette nostalgia pensando ai tempi che furono.

Ricordo che nel 1964 vidi Ray Charles, il mio idolo, esibirsi per la prima volta in Italia. Rimasi molto impressionato dal suo talento. Provai un senso d’imbarazzata timidezza di fronte ad una persona di rilevante notorietà. Diversi anni dopo, nel 1995, successe che durante un concerto lui mi chiamò nel suo camerino per propormi di salire sul palco con lui durante lo spettacolo. Mai nella vita avrei pensato di poter cantare con lui e la sua orchestra. Intimorito, gli dissi che non ero sicuro di essere all’altezza di esibirmi con lui. Mi rispose deciso: “No, è un’occasione unica che non ti capiterà mai più.” Allora accettai. Grazie all’effetto dell’adrenalina l’esibizione andò bene.

Tu hai carisma, successo. Ti è capitato di avere dei momenti di sconforto?

Ci sono stati dei momenti in cui ho pensato di abbandonare, ero convinto non ci fosse più spazio per me. Per fortuna non ho desistito e ho continuato a lavorare pur dovendo ridimensionare le mie ambizioni. Non ho voluto smettere di dedicarmi alla mia passione malgrado l’esiguità dei profitti e delle soddisfazioni. Per fortuna si è riaccesa la luce. Nel 1987 sono tornato alla ribalta con “Io amo”, nel 1988 con “Mi manchi” e nel 1989 con “Ti lascerò”.

Hai festeggiato 50 anni di successo, stai vivendo una seconda giovinezza. Che importanza attribuisci alla fama alla tua età?

Cinquanta anni di carriera sono tanti e il successo alla mia età è una lama a doppio taglio. Ora sono più consapevole. A 23 anni, “A chi” mi ha portato ad essere primo in classifica. Quasi non me ne rendevo neanche conto. Sì, sentivo che c’era il consenso del pubblico e la popolarità, ma pensavo passasse, che fosse inutile illudermi. Mentre adesso ho la capacità di valutare meglio la realtà, prendo atto di quanto mi succede con maggior distacco. La vita mi ha insegnato a non deprimermi troppo per le cose negative e a non esaltarmi troppo per le cose positive. Vivo con calma ciò che capita. Tornando al motivo della nostra intervista, devo dire che provo un’immensa emozione per aver inciso questo disco. Per me è la realizzazione di un sogno straordinario. Mai avrei pensato di poter arrivare a questo prodotto.

“Non solo Leali”. A chi è venuta l’idea di farti interpretare 10 brani in duetto? Come hai fatto a scegliere gli artisti per il tuo album e a gestire la registrazione?

Onestamente l’idea risale a circa due anni fa. Un giorno Mario Limongelli, il mio discografico e produttore della Nar International, mi disse: – “Tu hai fatto tanti duetti … con Mina, Anna Oxa, Loredana Berté, ecc … ma sono tutti separati. Non hai mai pensato ad un disco che raccolga solo duetti?” Gli risposi che tante volte mi era passato per la mente, che però non avevo mai intravisto questa possibilità. Questo lo spinse ad invitarmi a mettermi alla prova. Accolsi la proposta con entusiasmo. Cominciai con Mina. Fu la prima che chiamai. Senza pensarci troppo, accettò di mettersi a mia disposizione. C’incontrammo, scegliemmo la canzone, facemmo fare l’arrangiamento. Io cantai la mia parte, lei la sua, poi ci ritrovammo a Lugano insieme per la parte finale della canzone. Io e lei ci vedemmo due volte a Lugano e la terza volta incidemmo. Per quanto riguarda gli altri artisti, li chiamai tutti uno per uno, ricevendo tutte risposte positive tranne due. Le canzoni interpretate con Enrico Ruggeri, Tony Hadley, Massimo Ranieri e Umberto Tozzi, le abbiamo registrate insieme, con gli altri invece sono state incise con voci separate. Per esempio io e Francesco De Gregory facemmo le voci separate. Successivamente fu realizzato il video che ora è disponibile. I brani contenuti in “Non solo Leali” sono tutti famosi, però hanno una veste nuova. Un esempio, io e Umberto Tozzi cantiamo “Vita”, canzone di Mogol e di Mario Lavezzi, un mio carissimo amico. Inizialmente fu interpretata da Dalla e Morandi. E’ stato un enorme successo per loro, perché non possiamo riproporla anche noi? Non è proibito. A Lavezzi ha fatto piacere che ne curassimo l’esecuzione.

E’ una coincidenza che il tuo album sia uscito in concomitanza con la data del tuo compleanno?

Hai ragione, è uscito pochi giorni prima del mio compleanno. Non c’avevo pensato. Ammetto, mi sono fatto un bel regalo.

Questo è l’anno dei duetti. Come mai?

Eh sì, è uscito nello stesso periodo dell’album di Mina e Celentano! Due anni fa quando ho registrato il brano con Mina, pensavo che il disco potesse essere lanciato nel giro di un anno. Sai non è così facile mettere insieme 10 nomi quasi tutti impegnati. Purtroppo è stato necessario un periodo più lungo e questo ha fatto coincidere i tempi di uscita dei due album. In realtà, “Non solo Leali” sarebbe dovuto uscire un mese prima di quello di Mina e Celentano, ma loro hanno anticipato i tempi ed è arrivato sul mercato nello stesso periodo. Dopo tutto, ognuno ha i suoi fans. Sotto Natale è un disco che potrebbe essere un ottimo regalo.

Nella tua carriera tu hai avuto grandissimi successi e anche alcune delusioni. Puoi spiegarci il perché?

Ho sempre avuto bisogno di una guida, purtroppo a volte mi sono capitate persone che mi hanno consigliato male. A questo punto meglio sbagliare con le proprie mani. Ero molto ingenuo e lo sono ancora. Adesso è mia moglie che mi aiuta, anche nelle scelte professionali. Per “A chi”, l’intuito è venuto a me, però per quanto riguarda la realizzazione del pezzo, ho fatto tutto in collaborazione con il mio gruppo. Oltre a questo brano, anche “Angeli Negri” è una canzone che ho proprio voluto fare io. Tutte cover molto indovinate. La canzone di mezzo tra “A chi” e “Angeli Negri” è stata “Deborah” proposta al mio primo festival di San Remo nel 1968. In quella data c’era ancora in classifica qualche frammento di “A chi” che proprio non voleva uscire dalle hit parade. Ho anche commesso degli sbagli. Per esempio, il primo errore fu di aver fatto sentire la musica di una canzone che avevo composto a Luciano Beretta, un paroliere molto famoso che aveva accumulato numerosi successi. Tra l’altro fu lui che scrisse “Il ragazzo della via Gluck” di Celentano. Il mio pezzo gli piacque e scrisse il testo “Hippy” nel 1970. Nacque così il brano con lo stesso titolo, però non era lo stile di Leali. Cantavo come se fossi un cantautore. A questo punto la gente pensò: – “Come mai ci sta tradendo? Ha cambiato stile?” Nel 1972, feci “L’uomo e il cane” e fu ancora peggio perché si trattava della storia di un barbone suicida che, un giorno di nebbia, si buttava giù nel Naviglio a Milano… Questa è una canzone che era più adatta a Gino Paoli, non a me. Poi feci alcune scelte sbagliate anche per la partecipazione a San Remo. Nel 1973 presentai “La Bandiera Di Sole”…. Erano tutti entusiasti perché questo brano trattava della pace nel mondo, però si discostava da tematiche vicine al pubblico italiano e il brano fu eliminato prima della finale. Questo è stato l’ultimo fiasco di San Remo. Il problema è che ne ho fatti tre di fila, troppi. Non volevo più andarci. Non mi sono più presentato per 13 anni. Sono tornato nel cuore del pubblico nel 1987 con “Io amo”. Dopo tanto tempo se mi fossi ripresentato con una canzone sbagliata, avrei rischiato la mia carriera. Sì, tanti errori, tante scelte sbagliate. A volte, credi in una canzone, pensi che possa piacere e poi non va. Per esempio, l’album del 2009 conteneva una canzone di Franco Fasano. Lui è uno dei miei autori preferiti. Quando mi ha fatto sentire questo brano, mi sono commosso pur pensando fosse un po’ pesante. L’argomento era delicato perché trattava di un rapporto non felice tra padre e figlio. Io ho quattro figli straordinari, non c’è mai stata un’ombra nella nostra vita, ma tanti rapporti sono difficili. Mi presentai a San Remo, edizione durante la quale presentava Bonolis, con questo pezzo molto bello che s’intitolava “Una piccola parte di te”. Sentendolo, lui si commosse e anche durante le prove vidi altra gente turbata. Pensavo fosse un pugno nello stomaco. Era forte, fortissimo. Il disco era bello, ha fatto delle cover e cose molto interessanti. Purtroppo il successo non arrivò e il disco non andò oltre. Da allora non ho più fatto niente di nuovo e adesso che c’è “Non solo Leali”, finalmente mi rimetto in gioco con qualcosa di nuovo.

Per te ogni brano è uguale ad un altro oppure ognuno ti regala ogni volta emozioni diverse?

Sono un po’ stanco di interpretare alcune canzoni, mentre lo faccio ancora molto volentieri per altre. Quello che rinfresca l’artista è il nuovo. Infatti ho dato vita a tanti album anche quando non erano momenti felici. Vendere tanto o poco non incide sulla realizzazione dell’artista. Io ho composto canzoni che non hanno avuto successo, ma per me sono ugualmente importanti. C’era sempre qualcosa di originale nella mia musica. E’ chiaro che durante un mio concerto devo interpretare i miei successi, tuttavia dentro ci devo mettere altre canzoni. La gente che non vede l’ora di sentire “A chi”, “Angeli Negri”, ecc può scoprire altri brani che non conosce. Mi piace capire come reagisce il mio pubblico.

La tua voce non è mai fuori moda e ti ha sempre distinto. Quando hai scoperto che le sue caratteristiche erano così vicine al soul?

La voce non si è definita subito, da un giorno con l’altro. L’ho modellata piano piano cercando di essere più “nero” possibile, imitando tanti cantanti americani di colore e alla fine ….. me la sono costruita. Adesso non posso tornare indietro, ormai non cambia più.

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Parliamo del libro Notti piene di stelle scritto insieme a Massimo Poggini. Da dove nasce l’intenzione di scriverlo? In quanto tempo è stato scritto?

L’idea è venuta a Mario Limongelli, il quale inizialmente era solo un amico, da due anni a questa parte è anche il mio produttore. Io e lui abbiamo collaborato insieme a livello editoriale. Durante un nostro incontro mi disse: – “Fausto, ma tu durante la tua lunga carriera, non hai mai pensato di scrivere un libro?”. Risposi: – “Un attimo, scrivere un libro? Bisogna avere una mano esperta.” – “Ma no, non devi scrivere tu. Tu hai 50 anni di carriera da raccontare, devi farlo.” Per quanto riguarda la scrittura, ci siamo rivolti a Massimo Poggini, un giornalista e biografo musicale illustre. Ha pubblicato le biografie di Ligabue, Vasco Rossi e di altri artisti. Come potevo rifiutare una tale proposta dato che aveva già lavorato con personaggi importanti? Io e Massimo c’incontravamo sempre a casa mia. Lui si accomodava, affiancato dal suo registratore, e prendeva appunti di tutte le cose che gli dicevo. Ci sono voluti tre o quattro mesi perché ci vedevamo di tanto in tanto.

In una giornata normale, canti? Intendo in auto, quando passeggi, quando ceni, sotto la doccia? Dove trovi l’ispirazione?

No, non capita. Regalo volentieri una battuta alla quale, sono certo, seguirà un sorriso. Sotto la doccia non canto mai perché non mi paga nessuno. Tempo fa, quando i vicini videro che portavano il pianoforte a coda in casa mia, pensarono: – “Leali con quella voce possente, chissà!” Mai nessuno mi ha sentito. Ho una stanza insonorizzata, ma quando compongo non c’è bisogno che alzi il tono della voce. Faccio tutto in silenzio scrivendo le mie canzoni.

Se non fossi diventato cantante, cosa avresti fatto?

Io sono nato in una famiglia povera. Una settimana dopo la fine delle elementari andai a lavorare. Quindi non ebbi scelta. Ringrazio il cielo di avere avuto una musicalità innata. Non so quante cambiali mia madre abbia fatto per comprarmi una chitarrina che costava due lire. Mi ha messo lì e mi ha detto: “Impara perché hai una bella vocina.” L’intonazione per fortuna non puoi comprarla, c’è o non c’è. C’erano tutti i presupposti: il bambino, la bella vocina, l’intonazione. Quindi, mia mamma puntò tutto su un futuro da cantante. Mentre lavoravo in salumeria, da 12 a 13 anni, imparavo a suonare la chitarra. In un anno feci progressi. A 14 anni, ebbi il primo ingaggio. Come salumiere guadagnavo 1500 lire alla settimana. A 14 anni, Max Corradini, titolare del gruppo che mi scritturò, chiese la firma dei miei genitori e disse: “Al bambino daremo 3.000 lire al giorno, spesato di tutto. Andavo due mesi a Loano lavorando quasi tutti i giorni. Nel periodo invernale invece andavo a Madonna di Campiglio perché non c’erano le discoteche bensì dei locali dove si suonava dal vivo. Partivo una settimana prima di Natale e tornavo a Pasqua perché la stagione finiva verso marzo o aprile. Con 3.000 lire al giorno mi sentivo ricco. Poi piano piano …. formai il mio gruppo “Fausto Leali e i suoi Novelty”.

Quali consigli daresti a chi vuole entrare nel mondo della musica.

Oggi sembra tutto più immediato, invece non è così. Penso ai “Talent Show” che sembrano facili, ma in realtà non lo sono. A X-Factor si iscrivono in 80.000 , ne arrivano solo 12 sul palco e 1 o 2 in finale. Non è affatto scontato che il primo o il secondo abbia successo. A volte spariscono dalle scene e non superano neppure l’anno di notorietà. Mentre una volta se comparivi in una trasmissione televisiva, tutta l’Italia aveva modo di conoscerti. Ora c’è troppo. Mio figlio mi parla degli YouTuber, i quali si esibiscono su YouTube. Un po’ di tempo fa sono arrivati due o tre YouTuber famosi a Milano. Si è formata una coda di 7 ore per vederli. Le cose sono cambiate. Sembra semplice, invece sono pochi quelli che sfondano. Posso fare una confidenza? Pubblica solo se vuoi questo aneddoto. Mi trovo in un posto qualsiasi dove prendo un cestino di pomodori. Poco dopo, pubblico un video sul web dove annuncio che ho appena comprato questo cestino di pomodori. Una cosa straordinaria … 270.000 visualizzazioni. Poi pubblico un video dove canto con Ray Charles … solo 2.500 visualizzazioni. Vedi, conta di più il pomodoro. Qual è la realtà? Come si fa a stabilire? Che consiglio devo dare? C’è troppa gente che cerca di affermarsi. Un giorno, un notaio e la moglie, due persone danarose, vennero ad un mio concerto e mi lasciarono il disco del figlio. Il disco lo avevano prodotto loro. Mi chiesero un consiglio per il ragazzo. Quando seppi che entrambi avevano uno studio notarile e che il ragazzo aveva studiato legge, io risposi: -“Che il giovane faccia il notaio.”

Fausto, ti ringrazio per aver accettato con simpatia di rispondere alle mie domande. Ho sentito più volte il tuo disco, è molto bello e degno di entrare nel cuore della gente. Spero tu abbia questa soddisfazione. Grazie ancora da parte mia e di Voce Spettacolo.

 

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Walter Nicoletti

Founder at Voce Spettacolo
Walter Nicoletti è un produttore, filmmaker, attore e fonda Voce Spettacolo nel 2013. Laureato in Giurisprudenza. E' portavoce italiano della Notte degli Oscar® - European Oscar Party (2018-2019).
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