Intervista alla DJ Calamity Jade

Di Vito “Nik H.” Nicoletti

 

Ciao Jade! E’ un vero piacere ospitarti sul nostro portale. Iniziamo dalla prima domanda. Un bel tuffo nel passato. Da bambina cosa sognavi di fare?

Da piccola ho sempre pensato di fare la scrittrice. Tuttora non lo escludo, non è mai troppo tardi per iniziare o ri-iniziare a scrivere. Ho sempre saputo comunque che avrei fatto un lavoro creativo-artistico.
Chi è Calamity Jade?

Sono una DJ, collezionatrice di vinili, conduttrice radiofonica, manager, amante del funk. Se la vita fosse una partita di calcio, io sarei il jolly, quella che non è la numero uno in nessun ruolo, ma che può giocare qualsiasi posizione discretamente.
Calamity Jade dj nasce per caso o per destino?

Non era mia ambizione fare la DJ, nè quando ho iniziato a comprare dischi, nè dopo aver comprato il primo mixer. Forse perchè erano talmente poche donne a farlo, che non l’avevo proprio considerata come opzione. L’ho quindi sempre visto quasi come un incidente di percorso, un assoluto caso, anche se molti dicono che il caso sia lo strumento del destino. Col senno di poi, tutto torna.
Quali sono state le tue influenze?

Mio padre che ama il vinile, l’alta fedeltà ed il jazz mi ha fatto avvicinare alla musica sin da piccolissima. Mia madre, che ha fatto una carriera brillante anche se in ambito del tutto diverso, mi ha dato l’esempio di una donna ambiziosa, caparbia e piena di vitalità. Ma nello specifico, per quello che faccio ora, la mia ispirazione più grande è stata DJ Kleopatra J, una DJ inglese che vive a milano, tra l’altro a pochi minuti da casa mia. E’ stata il principale punto di riferimento in Italia per quanto riguarda il funk, ha una vastissima conoscenza del genere ed una collezione di dischi piena di chicche e rarità. Quando io muovevo i primissimi passi da DJ, lei era un mito della vita notturna milanese, vendeva dischi ai mercatini e conducevo un programma su Radio Popolare, la stessa stazione dove ora conduco il mio programma “Funk Shui”. Da diversi anni ha appeso il microfono da conduttrice e le cuffie da DJ al chiodo, ma ha un bellissimo negozio di vestiti vintage qui a Milano e vende ancora dischi. Se c’è posto per me come DJ, è anche e sopratutto merito suo che ha spianato la strada.
Digitale o vinile?…il tuo parere?

Io prediligo il vinile, ma non sono una purista, può capitare per esigenze del locale di usare tecnologie digitali. Ci sono modi, tempi, generi e tecniche che si adattano meglio ad uno piuttosto che l’altro. Penso che prima si dovrebbe imparare a mixare in analogico, senza l’aiuto di uno schermo che dica i bpm o del bottone che sincronizza. Una volta che si è padroni della tecnica manuale, ognuno può scegliere i mezzi con cui esprimersi meglio. Certo, l’impatto visivo di un DJ che usa il vinile è sempre più d’effetto, ma è come una cornice, sono la selezione e la performance il vero contenuto. Detto questo, il 99% dei miei DJ set sono con il vinile.
Come consideri l’ambiente dance Eurpeo nel settore in confronto alla cosiddetta “Old School” anche in riferimento all’esplosione EDM?…

I miei ambiti di riferimenti sono nicchie, scene underground o comunque alternative, per cui ignoro beatamente quello che succede nell’EDM. Tra musicisti e DJ credo sia diventata quasi una parolaccia ora perchè la si assoccia alla musica elettronica più facile, mainstream e brutta. In ogni caso la musica commerciale pesca a piene mani dalle scene alternative, il funk, l’hip hop, la drum n bass, hanno tutti bene o male influenzato i brani che ora troviamo nelle classifiche. Ma nella loro espressione più pura, rimarranno nicchie. La cosiddetta “vecchia scuola” fa scuola appunto e “la nuova” interpreta, mescola, ri-arrangia per produrre qualcosa di diverso ma familiare. Quando la formula riesce bene, non disdegno la hit del momento, spesso ci sono produttori davvero capaci dietro o quantomeno furbi.

…quale credi sarà il nuovo trend musicale?

Credo che viviamo in un’epoca dove tutto viene remixato, quindi bisogna guardare al passato per decifrare il futuro. C’è un ritorno di sonorità vintage, di tutto quello che può avere un sapore retrò, con piccoli aggiustamenti per ricontestualizzare il tutto. Inoltre, come la tv digitale ha molteplicato i canali, succederà la stessa cosa con la radio e con una maggiore offerta, per differenziarsi, ci sarà una progressiva specializzazione, con programmi sempre meno generalisti, così che ogni nicchia avrà il suo medium. Una sorta di effetto ‘glocal’ della musica.
La tua esperienza più gratificante?

Ce ne sono tante. Ultimamente mi è capitato di veder arrivare in consolle, in volo, un aereoplanino di carta su cui avevano scritto “grazie della bella musica”. Ma anche essere chiamata a fare DJ set a Londra, dove ci sono fior fiore di DJ e dove la scena funk è ben più sviluppata che in Italia, è molto appagante. L’esperienza più gratificante comunque è quella che deve ancora arrivare.
Se dico “Willwork4funk” tu cosa mi rispondi?

E’ l’agenzia di promozione musicale che ho fondato, gestisco e, tramite la quale, mi occupo di spingere le uscite discografiche di diverse label su riviste, radio e siti. E’ anche un gioco di parole. Negli USA, dove ho vissuto diversi anni durante l’adolescenza e dove ho iniziato a collezionare vinili, può capitare di vedere persone in difficoltà per strada con un cartello che legge “Will work for food”, cioè “sono disposto a lavorare in cambio di cibo”. Nel mio caso, dato che lavoro per il funk, mi dedico a promuovere questo genere e quelli ad esso strettamente legati, come il soul, il jazz, l’afro, la soulful house che molti chiamano “black music”. A parte essere lo scopo dell’agenzia, spingere il funk è anche quello che faccio come DJ e in radio, quindi, Willwork4funk racchiude perfettamente la mia missione.
Credi davvero in tutto quello che fai? E fai davvero tutto quello in cui credi?
Per quanto concerne Willwork4funk, rifiuto progetti che non mi piacciono. Quindi sì, credo assolutamente in tutto quello che faccio, se no non sarei in grado di promuovere la musica in maniera convincente. Come DJ, credo sia inevitabile accettare dei lavori magari meno gratificanti ma più economicamente favorevoli di altri, ma anche in questi casi la selezione musicale mi deve rispecchiare. Posso adattarmi un pochino al contesto, ma finora ho avuto la fortuna di non dover mai mettere musica che non mi piacesse, idem con la radio. Non giudico però chi scende a compromessi, piuttosto, per il proprio benessere psico-fisico, credo sia una questione di equilibri. Finchè per la maggior parte quello che fai ti piace e ti diverti, va di lusso. Rispetto alla seconda domanda… no, non ho ancora fatto nemmeno un decimo di quello in cui credo. Ho appena iniziato!
Si vive di rimpianti o di progetti?

Per ora non conosco rimpianti. Tutto quello che ho fatto mi ha portata dove sono ora. Non cambierei un solo errore! Ma la strada è lunga e lastricata di progetti.
La felicità per Jade?

Sentire che quello che faccio è arrivato a qualcuno, che sia tramite DJ set, radio o Willwork4funk.

 

 

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Editor in Chief at Voce Spettacolo
Vito "Nik Hollywood" Nicoletti è Caporedattore di Voce Spettacolo. Si laurea in Giurisprudenza.
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