Intervista all’attore e regista Giuseppe Di Giorgio

Di Vito “Nik H.” Nicoletti

Ciao Giuseppe! È un vero piacere ospitarti sul nostro portale. Iniziamo dalla prima domanda. Un bel tuffo nel passato. Da bambino cosa sognavi di fare?

Innanzitutto ti ringrazio per la tua gentile disponibilità e per l’interesse nei miei confronti. Ti confesso che sono sempre stato un mattacchione, ne combinavo di tutti i colori da piccolo. Devi sapere che imitavo i vari personaggi del mondo dello spettacolo e del calcio quotidianamente ed in particolar modo i cronisti Pizzul, Ameri e Ciotti. Le persone spesso pensavano che fosse la radiolina a trasmettere le partite invece ero io! Ma il mio sogno è sempre stato quello di fare il calciatore e dopo aver militato in varie società siciliane, tra cui il Cerda, mio paese natio, sono stato scelto dall’ex calciatore milanista Pierino Prati che mi ha portato con sé prima nel settore giovanile e poi in prima squadra nell’Abbiategrasso. Purtroppo, pur essendoci i presupposti per fare carriera, il fatto di non avere una famiglia alle spalle che potesse in quel momento supportarmi non mi ha permesso di andare avanti nel mondo del calcio, ma la vita è così, bisogna accettare tutto, evidentemente non era il mio destino.

Chi è Giuseppe Di Giorgio?

Io ho bisogno di sapere chi sono per gli altri, mi baso sempre su quello che posso dare e non su quello che posso essere, solo così posso ritenermi una persona semplice e diretta, un uomo pieno di risorse con la forza e la capacità di coinvolgere chiunque, anche chi non capisce la mia lingua! Un uomo pieno di vita a cui piace riempirsi di impegni per dare un senso compiuto alla propria esistenza. Una persona che non è mai soddisfatta dell’obiettivo raggiunto se non ha già in programma quello futuro. Un vulcano di energia che può essere sempre trasformata in qualsiasi momento della vita.

Giuseppe attore, recitare è un rifugio, una terapia?

Ritengo che la recitazione sia un modo per rifugiarsi, non soltanto dentro un nuovo personaggio, ma anche dentro una nuova vita, un nuovo pensiero, una nuova visione della nostra società e del mondo. Sicuramente tutto questo può aiutarti a farti scoprire una realtà diversa, una dimensione magari lontana dal tuo mondo, dalla tua realtà quotidiana che allo stesso tempo, se ben sfruttata, può farti provare, vivere e capire le differenze che ci sono, nel bene e nel male, tra te ed il personaggio che stai interpretando così da poter arricchire il tuo bagaglio culturale e personale e far sì che ci si possa trascinare avanti negli anni con la consapevolezza di essere più saggio e più coerente di prima. Soltanto dopo aver vissuto tutto questo posso pensare che può essere anche un’ottima terapia di vita.

Giuseppe regista, che differenza c’è tra l’essere il regista di un film e l’essere il regista della propria vita?

Dirigere degli attori è un modo per poter raccontare responsabilmente tutto ciò che lo sceneggiatore scrive attraverso le immagini, i dialoghi e le storie che poi vediamo al cinema, in teatro o in televisione. Sicuramente il regista fa in modo che gli attori siano come dei figli, dei parenti stretti, li tratta allo stesso modo del copione del film, con cura, dolcezza ma anche fermezza, trasmettendo loro i valori e quegli insegnamenti fondamentali che servono per affrontare le dure realtà quotidiane del cinema. Dirigere sé stessi è quasi impossibile, perché appena ti rendi conto che hai commesso un errore quello stesso errore finisce addosso ai tuoi figli e alle persone che ti circondano e questo ti pesa molto perché a differenza del cinema, dove li ti fermi, rivedi e rigiri la scena, qui non puoi fare la stessa cosa, ti rimane soltanto la constatazione dei fatti. Un ulteriore paragone che posso farti tra regista della propria vita e regista di film è questo: Il padre sa bene che i figli portano il suo cognome, ma sa anche che ognuno di loro avrà la sua vita, farà delle scelte e si assumerà delle responsabilità. Il regista sa bene che il risultato del film da lui firmato, sarà frutto delle direttive che lui avrà dato ma anche dalla scelta interpretativa e personale che ogni attore avrà messo all’interno del personaggio interpretato nel film. Due regie diverse ma con lo stesso scopo finale.

Giuseppe Di Giorgio, l’uomo e l’artista. Ci sono differenze?

Io sono sempre me stesso, a prescindere che stia recitando, dirigendo degli attori o vivendo semplicemente le mie giornate extra artistiche. Non nascondo che non riesco a fare a meno di esibirmi con battute, imitazioni o interpretazioni di situazioni che spesso noto tra la gente e che riporto attraverso uno sketch o un monologo. Non mi piace far conoscere un Giuseppe diverso da quello che si vede magari in un film rispetto alla vita di tutti i giorni. Spesso ci sono state situazioni che mi hanno portano ad essere completamente diverso tra i due ruoli, ad esempio le responsabilità personali nei confronti della famiglia, dei figli, del lavoro, degli amici, i valori umani, il senso civico, e devo dirti che ho ricevuto critiche, soprattutto dalla mia famiglia, del tipo: si però con i tuoi amici sei sempre brillante, scherzi, ridi, invece con noi sei serioso, pignolo e a volte stressante. Questo per me significa che tutto ciò che viviamo non può essere percepito e trasmesso allo stesso modo tra l’uomo e l’artista, anche se entrambi, nel mio caso, sono fortemente collegati da un fattore fondamentale: la forza, l’energia e l’amore per tutto ciò che faccio in ogni istante della mia vita.

Delle proposte di lavoro, qual è quella che escluderesti in modo tassativo e quella che invece ti piacerebbe fare che non hai ancora fatto?

Escludo categoricamente le proposte abbinate ai compromessi, le ritengo vergognosamente squallide e prive di senso artistico e civico. Mettere con le spalle al muro un’artista, che ama fare questo mestiere e che per raggiungere un obiettivo deve vendere, offrire, regalare e volgarmente mettere a disposizione il suo corpo lo ritengo un atto indegno per tutti i settori lavorativi, non soltanto quello dello spettacolo. Bisogna rispettare l’impegno, lo studio, l’amore, la dedizione e il sacrificio che ogni artista mette ogni giorno per provare a raggiungere degli obiettivi invece di mettere in discussione la sua umiltà, il suo pudore ed il suo desiderio di essere riconosciuto con una proposta fatta di compromessi. L’arte non si vende, non si compra, si respira concretamente attraverso quello che ho scritto e raggiunge l’obiettivo finale solo ed esclusivamente con questa parole di senso compiuto: meritocrazia.

“Nella vita prima o poi si ha il bisogno di guardarsi dentro”. Per Giuseppe, il suo lavoro, ha significato anche questo?

Io mi guardo dentro costantemente, sono collegato con il mio “dentro”. Non riesco a vivere niente senza tutto ciò perché sono molto sensibile e credimi, non ricordo ancora un episodio della mia vita dove mi sia estraniato. Sicuramente durante il mio percorso artistico spesso mi sono soffermato a cercare dentro, più che guardare, per capire se avevo riempito il mio corpo, la mia anima e la mia mente di positività e creatività, ed è sempre stato bello riscoprire certe emozioni ma anche tante tristezze e delusioni. Credo che guardarsi dentro sia fondamentale per ogni essere umano.

Ogni traguardo regala e toglie qualcosa. I tuoi traguardi, fino ad ora, cosa hanno regalato e cosa, invece, hanno tolto alla tua vita?

Tutto ciò che ho realizzato nella mia vita ha avuto un percorso ben preciso che ha sua volta mi ha allontanato da qualcosa o qualcuno. Per raggiungere i miei piccoli traguardi artistici ho dovuto accantonare un po’ la mia famiglia, dedicandomi intensamente ai progetti da realizzare e questo, spesso, mi ha portato a vivere in malumore i miei sentimenti. Ma la cosa più importante è stata la condivisione finale e la gioia vissuta assieme, ecco, questo è tutto ciò che ti torna indietro se hai una famiglia che comprende i tuoi sogni e spera che tu possa realizzare i tuoi progetti artistici. In poche parole, per raggiungere qualcosa devi sempre perdere qualcos’altro.

Cinema, meglio ieri, meglio oggi, meglio domani?

Il cinema è sempre bello, in ogni sua forma, in ogni periodo di vita, le differenze tra ieri e oggi sono principalmente le storie, le sceneggiature e le location. Le città oggi sono così caotiche che rendono il tutto più veloce e confuso. Non esiste più lo stile Felliniano, fatto di intense riprese tra le campagne, con alberi e case romagnole, dove il regista raccontava la sua terra, le sue origini inserendo il tutto nelle scene del film, per questo ricordo bene Amarcord del 1973, oppure lo stile di Pasolini, detto “Scrittura Unificata”: infatti, se non erro, fu l’unico che riuscì a realizzare il libro “Teorema” mentre ne girava il film, lasciando così interagire le due narrazioni. Fenomeno direi! Oggi, con le nuove tecniche di recitazione, di ripresa e montaggio e con la presa diretta ci sono molte cose diverse e più avanti andremo più ci proietteremo verso un cinema sempre più irreale, fatto esclusivamente del 3D, e li inizieremo, come stiamo già facendo, a rivalutare e riapprezzare lo stile adottato, seppur per necessità, degli anni 50/60/70.

Crescendo si crede meno nei sogni, a te è successo?

No, al contrario, penso che ogni sogno appartenga al suo periodo, io ho tanto sognato, prima il calcio, poi la moda, poi la televisione, poi il teatro ed infine il cinema, nel mio piccolo sono riuscito a realizzarli tutti naturalmente non puoi pensare di fare tutto allo stesso livello o con la stessa intensità, puoi esserne all’altezza ma come ti ho risposto prima i tempi sono cambiati e al massimo puoi riuscire a portarne avanti due in contemporanea per provare a realizzarli.

Se avessi il potere di riavvolgere la tua vita e ricominciare da capo, rifaresti tutto nello stesso modo?

Un amico mi ha detto 20 anni fa a Roma questo: se un giorno dovessi trovarti molto avanti e girandoti ti accorgessi di vedere qualcosa di storto del tuo passato ricordati di fermarti a riflettere per non commettere lo stesso errore ed ha aggiunto che il tutto andrebbe fatto senza marciare con il re dell’orgoglio perché non ti permettere di trionfare. Quindi ti dico che rifarei e rivaluterei tutto ciò che ho fatto cercando di capire se qualcosa avrebbe avuto più senso se fosse stata fatta in altro modo.

Progetti futuri?

Si certo, guardo sempre avanti. Sto scrivendo il mio nuovo film, vorrei poter realizzare tante cose ma bisogna avere pazienza anche se gli anni scorrono come l’acqua del rubinetto, mi farebbe anche piacere girare un film nel mio paese natio, magari per raccontare la mia storia di vita oppure perché no raccontare la storia della famosa “Targa Florio”.


Grazie Giuseppe per il tempo che ci hai dedicato. Voce Spettacolo ti fa i migliori auguri per il tuo futuro.

Vito
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