Intervista allo scrittore francese Philippe Vilain

Di Berta Corvi

La mia prima domanda riguarda un tema sul quale ti sei soffermato più volte, anche con fermezza: la cultura letteraria in un sistema di mercato democratico. Come affrontare le sfide poste dalla letteratura contemporanea, che si presenta in forme sempre nuove e diverse, per far fronte a un pubblico ampio e diversificato, in un momento in cui la cultura letteraria è costantemente soggetta a una pluralità di scelte e/o alla rivoluzione di Internet?

A mio avviso, con la massima obiettività possibile, senza negazioni ideologiche e senza cedere a forme di rimpianto nostalgico o a profezie catastrofiche, la questione è che la letteratura contemporanea, calata nel contesto dei meccanismi di democratizzazione, iperproduzione e industrializzazione culturale, e soprattutto obbedendo a una logica di profitto, abbia perso il suo ideale letterario per inseguire un fine commerciale. Il paradosso è che, pur appartenendo effettivamente alla cultura di massa, la letteratura non si autodefinisce come intrattenimento culturale anche se, inevitabilmente, lo è diventata. Di certo, come affermo nei miei saggi La littérature sans idéal e La passion d’Orphée, gran parte della letteratura contemporanea ha abbandonato l’ideale estetico, la sacralità del suo linguaggio, la potenza della Parola, optando piuttosto per una scrittura di stampo giornalistico. La letteratura della scrittura è scomparsa favorendo una letteratura basata sul soggetto. Facendo proprie opere superflue e voci anonime dell’industria culturale, ha prodotto un surplus di informazioni, finendo per diventare il “reportage universale” profetizzato da Mallarmé e mantenendo solo un debole legame con la scrittura. Non è un caso, del resto, che una società dei consumi si rispecchi in una letteratura caratterizzata da un’iperproduzione che ne svilisce l’autorità e produce un’omologazione generalizzata: tutte le opere sono uguali e il dilettantismo si fa dominante. Chiunque scriva qualcosa viene riconosciuto come scrittore.

Non dovremmo forse riproporre un dibattito pubblico sulla cultura – in questo caso la cultura letteraria – e su temi come libertà, educazione, autorità e gusto, essenziali per chi riflette sul significato di “cultura” nel contesto di una società dei consumi e di una cultura di massa, in cui la letteratura, distorta e trasformata in mero oggetto di piacere e di svago, si perde, al punto che, secondo alcuni, viene ora venduta “a basso costo” nel mercato dei beni culturali?

Nella migliore delle ipotesi sarebbe certamente auspicabile un dibattito serio e costruttivo. Ma la letteratura, dopo aver acquisito basi solide, non è quasi mai oggetto di riflessione o dibattito tra i suoi stessi attori: gli scrittori. Ad ogni modo, credo che dovremmo indignarci, citando l’espressione che il grande Stéphane Hessel utilizza nel suo pamphlet Indignatevi!, facendo emergere la nostra coscienza critica, opponendoci alla mercificazione della letteratura e ripristinando un’etica dell’editoria per cui si pubblica meno, ma meglio. In particolare, andrebbe ripensata la segmentazione del mercato dei romanzi: il mercato francese dei romanzi non è segmentato, a differenza di quello americano, che è nettamente suddiviso in literary fiction (il romanzo letterario incentrato sulla scrittura), commercial fiction (il romanzo popolare concepito come intrattenimento) e upmarket fiction (romanzo, che combina aspetti letterari e di intrattenimento, rivolto al grande pubblico). Il problema è che il mercato francese dei romanzi non è segmentato e ciò alimenta l’illusione che tutta la produzione sia letteraria, con le parole di Molière e lo stile letterario di Proust. 

La letteratura si occupa di osservare e analizzare i comportamenti sociali. Non è la mera testimonianza di un’epoca, è anche il luogo in cui prendono forma le aspirazioni di un periodo storico. Spesso la letteratura dei secoli passati è stata accusata di essere eccessivamente teorica, e intellettuale e oscura, di focalizzarsi soprattutto sull’introspezione psicologica, di interessarsi troppo ai meccanismi dell’interiorità, di essere eccessivamente aristocratica, rivolgendosi solo agli strati sociali da cui era nata, nonché di apparire, specie a partire dal Romanticismo, piuttosto indebolita. La missione della letteratura è di nobilitare i nostri pensieri, sentimenti e azioni. Se ciò non avviene, cosa ci si può aspettare da un pubblico che rimane affascinato dai modelli peggiori? Come può un autore contribuire a migliorare la società? La letteratura può veramente influenzare il dinamismo sociale? Quali sono gli ostacoli che la rendono inefficace?

Il dilagare della cultura dello spettacolo influisce in misura considerevole sui meccanismi della letteratura. Rendere la letteratura accessibile al maggior numero possibile di persone è fondamentale, a condizione che al pubblico venga offerta una letteratura degna di questo nome. Provenendo da un ambiente modesto, privo di cultura letteraria, se mi fossi limitato a leggere le riviste e i pochi libri di letteratura popolare diffusi tra il mio entourage, non avrei mai studiato Lettere e non sarei mai diventato uno scrittore. Solo grazie alla curiosità di affrontare una letteratura complessa, all’impegno e al desiderio di sforzami per capire il mondo, sono riuscito a migliorare la mia condizione. Come hai detto tu, la missione della letteratura è di nobilitare ed elevare il nostro spirito. Non è la letteratura che deve trovare noi, siamo noi a doverla cercare, elevando il nostro spirito e sforzandoci di comprenderla. La letteratura popolare, avvalendosi di tecniche semplicistiche, è concepita demagogicamente per sedurre il pubblico di massa, favorendo l’illusione intimistica di un’autentica passione per i libri. In realtà, le letture proposte sono sempre le stesse. Nulla viene messo in discussione e nulla è capace di sviluppare uno spirito critico. Questo tipo di letteratura mantiene il pubblico nello stato in cui l’ha trovato. Secondo me, invece, la lettura implica un’azione, un superamento di sé, una forma di trascendenza. La letteratura deve lavorare sul lettore con la stessa forza impiegata da “un colpo d’ascia nel mare ghiacciato che è dentro di noi”, come diceva Kafka. Dovrebbe trasformarci, non distrarci. Questa letteratura impegnativa e profonda si trova in libri molto accessibili come, ad esempio, Lo straniero di Camus, Lettera al padre di Kafka, Uomini e topi di Steinbeck. Questi testi brevi, essenziali, ma potenti, che costano meno dei mattoni best seller, consentono di comprendere il mondo, l’umanità. È per questo che auspico una condizione di “elitarismo per tutti”.

Secondo te, ci stiamo muovendo verso una nuova oralità della letteratura? Non credi che alcuni concetti fondamentali della nostra cultura siano espressi attraverso il canto, il teatro e il cinema? Non ritieni che questo sia un enorme sistema culturale basato sulla comunicazione non scritta e non inquadrato in un sistema educativo, e che, per sua natura, rimane intrappolato in schemi ripetitivi in una continua espansione? Non è inquietante che nel contesto odierno la conoscenza e la pratica linguistica siano oralizzate e che alla dimensione orale della cultura venga attribuita la massima importanza?

La letteratura, in effetti, si sta oralizzando. Il motivo per cui così tante persone scrivono e riescono a pubblicare, nonostante il calo dei lettori e la disaffezione nei confronti della cultura letteraria, sta nel fatto che la letteratura si presenta sempre di più come un mezzo di espressione, operando una volgarizzazione della parola scritta ed esaltando l’espressione piuttosto che la scrittura. Esprimersi non richiede le capacità letterarie, la pratica rigorosa e la conoscenza della storia della letteratura che, invece, sono essenziali per scrivere. Pertanto, qualsiasi persona che parlando esprima qualcosa oggi può appropriarsi della letteratura intesa nel senso più ampio del termine. L’oralità produce una letteratura commerciale densa di dialoghi e caratterizzata da una scrittura semplificata ridotta alle più elementari forme di espressione, a tecniche di base, a testi facili da scrivere e da leggere, basati sull’alternanza tra descrizione dell’azione e dialogo. Nella letteratura commerciale non esistono passaggi che stimolano la riflessione e le descrizioni letterarie sono prive di complessità. Dovremmo essere preoccupati per questa oralizzazione della cultura? Non saprei. Credo semplicemente che questo fenomeno non farà che aumentare in proporzioni significative le differenze sociali tra le classi culturalmente dominanti, che hanno la capacità di accedere al potere della parola scritta, e quelle culturalmente dominate, che, per comodità, mancanza di spirito critico e di libertà di scelta, purtroppo sceglieranno l’oralità.

Sei un autore di grande rilievo sia in Francia che in Italia. Sei dei tuoi romanzi, Faux-père (trad. Falso padre), Confession d’un timide (trad. Quadernetto sulla timidezza), Pas son genre (trad. Non il suo tipo), La femme infidèle (trad. La moglie infedele), La fille à la voiture rouge (trad. La ragazza dalla macchina rossa) e Un matin d’hiver (trad. Un mattino d’inverno), sono stati tradotti dall’editore italiano Gianni Gremese. Queste traduzioni ti hanno portato al successo nel nostro Paese. Sei anche il direttore della collana “Narratori Francesi Contemporanei” edita da Gremese. Se non sbaglio, è l’unica raccolta di letteratura francese diretta da uno scrittore francese. Aggiungiamo a questo il premio Scrivere per amore che ti è stato conferito nel 2012 a Verona dal presidente della giuria Vittorio Sgarbi e l’adattamento cinematografico di Non il suo tipo in Italia, diventato Sarà il mio tipo? E altri discorsi sull’amore, un film che ha riscosso un notevole successo. Grazie alle traduzioni di pubblicazioni recenti, i lettori italiani hanno così l’opportunità di scoprire le opere e gli autori francesi più interessanti del momento, accedendo a una letteratura molto più ricca di quanto ci si aspetti. Non sarebbe una buona occasione per rafforzare la cooperazione culturale franco-italiana, rendendola più visibile e proficua? Qual è la missione del direttore di una collana? Il tuo lavoro punta a creare una sorta di famiglia letteraria?

Certamente, è questa la mia missione: rafforzare la cooperazione franco-italiana, che peraltro si inserisce in un’antica tradizione di scambio tra i due Paesi, in particolare attraverso eventi culturali e scambi di residenza tra artisti e scrittori. A questo proposito, è importante ricordare il lavoro straordinario degli editori italiani e, in particolare, quello di Gianni Gremese che ha avuto l’audacia, in un contesto economico difficile per l’editoria, di creare la splendida collana Narratori Francesi Contemporanei, con l’obiettivo di promuovere la letteratura francese in collaborazione con l’Ambasciata di Francia, gli Instituts e le Alliances françaises e le università italiane. Il mio obiettivo non è di intensificare la produzione ma, soprattutto, di trasmettere una concezione impegnativa della letteratura in un panorama in cui la letteratura commerciale regna sovrana, anche se è stata fortemente scossa dalle conseguenze della pandemia. Desidero aumentare la visibilità della letteratura più impegnativa e degli scrittori francesi di talento, che offrono una scrittura di qualità, tra cui autori meno conosciuti (presto pubblicheremo Trancher, il romanzo della giovane scrittrice promettente Amélie Cordonnier), o altri più noti che in Italia non sono mai stati tradotti o non lo sono più, come ad esempio, Le dernier hiver du Cid di Jérôme Garcin che racconta, con una scrittura di rara qualità, molto in stile francese, gli ultimi giorni dell’attore Gérard Philipe. Sono consapevole che è un compito di grande rilevanza e complessità, ma voglio credere che ci sia ancora un posto, almeno simbolico, per questo tipo di letteratura, sempre che riusciamo a trovare i mezzi per promuoverla. È questa categoria di letteratura impegnativa che desidero promuovere con la mia immagine.

A proposito degli standard elevati e rigorosi che imponi ai tuoi testi teorici e letterari, permettimi di citare Un mattino d’inverno. Il tuo ultimo romanzo, scritto in modo eccezionale, con uno stile ricercato e impeccabile, e con una trama geniale e ben strutturata, è stato un vero successo e sicuramente sarà fonte d’ispirazione per tutti! Dalla tua penna fuoriesce la testimonianza di una lettrice che hai conosciuto durante un convegno universitario. Nelle tue pagine racconti l’enigmatica scomparsa di Dan, il marito di Julie, e descrivi in modo efficace e incisivo la vita dell’eroina. Il romanzo si sofferma in modo attento sui pensieri di questa donna, sconvolta e destabilizzata, che si tormenta l’anima con una serie di dubbi e interrogativi circa il suo comportamento. Philippe, ti sei magistralmente calato nei panni della protagonista portandola a esprimere la sua confessione, il suo disagio, il sovraccarico emotivo che ha affrontato. È stato difficile per te immedesimarti in un personaggio femminile?

Questa è un’ottima domanda, che implica anche una riflessione più generale sulle questioni di genere nella scrittura. Per quanto mi riguarda, non credo che esista un tipo di scrittura maschile e uno femminile. Tuttavia, ritengo che su alcuni temi uomini e donne non condividono la stessa esperienza. Un uomo, ad esempio, non è in grado di descrivere la maternità nel modo efficace in cui lo farebbe una donna. Di conseguenza, non tutti i temi possono essere affrontati a priori da entrambi i sessi. Questo vale anche quando si scrive nei panni di un personaggio di un sesso differente dal proprio. È vero che le parole che ho utilizzato in Un mattino d’inverno appartengono a una donna, ma credo che non sarebbero state molto diverse se a pronunciarle, al contrario, fosse stato un uomo di fronte alla scomparsa di sua moglie. Spesso la parola scaturisce indipendentemente dal genere sessuale a cui apparteniamo. È una parola ontologica che proviene dal profondo del nostro io, dalle zone più remote del nostro essere. In un certo senso, parliamo attraverso gli eventi, i dolori e le gioie della nostra esperienza, e ci immedesimiamo nei personaggi letterari, sia maschili che femminili, perché riconosciamo gli stessi sentimenti ed emozioni che anche noi abbiamo vissuto. È solo grazie alla sua sensibilità e alle sue capacità empatiche che lo scrittore riesce a dare forma a un personaggio. È così che ho dipinto questa donna: in realtà, nel descriverla, più che in una donna mi sono immedesimato in un essere sofferente, una persona afflitta dalla scomparsa di un suo caro. In lei si materializzano tutte le perdite e i dolori della sua vita. Ritengo che il compito della scrittura sia di perseguire questa universalità.

Il tema dell’amore è al centro della tua scrittura da più di 23 anni. Com’è cambiato il tuo modo di raccontare questo sentimento nel corso degli anni? Ritieni che ci sia stata un’evoluzione tra il tuo primo romanzo, “L’Éntreinte” (1997, Gallimard) e l’ultimo “Un mattino d’inverno” (2019, Grasset – 2020, Gremese)? A livello stilistico, pensi di esprimere le tue sensazioni e i tuoi pensieri in modo diverso? 

In effetti, ho sempre scritto di amore, fin da quando ho iniziato a scrivere all’età di 18 anni. Il tema dell’amore mi affascina particolarmente, perché l’amore, l’incontro con l’Altro, che mette in discussione il nostro io e il senso stesso dell’esistenza, è uno dei momenti più importanti della nostra vita. Ad esempio, il mio primo romanzo inedito, intitolato Les murs sans fenêtre, che ho riportato alla luce su richiesta di un ricercatore universitario, già trattava in modo rudimentale di una storia d’amore. Mi rendo conto che in tutti questi anni non ho fatto altro che scrivere lo stesso romanzo, e come Moravia, di cui ammiro l’opera, mi sono concentrato sull’amore coniugale, sull’innamoramento, sullo smarrimento e la disillusione, nonché sulla grammatica dei sentimenti: il pudore nell’esprimere i propri sentimenti, l’ossessione della gelosia, il senso di colpa per amare troppo o non amare abbastanza, la paura di un impegno serio, il desiderio di paternità, il pensiero dell’adulterio, la vergogna per la differenza sociale e culturale o per la differenza d’età, il senso di mancanza. I miei romanzi, simili a favole morali con una fabula essenziale, sono caratterizzati da una povertà strutturale che ne fa emergere il dramma intrinseco: nei miei romanzi non accade quasi nulla. Sono pochi i colpi di scena, i dialoghi e le descrizioni delle azioni. Ciò che li anima è soprattutto un rapporto d’amore che si evolve inesorabilmente verso la fine. Indagando le passioni dell’anima, questi romanzi rivisitano l’estetica classica, cercando di recuperare il senso della complessità e della tragedia dell’amore. Nonostante dal mio primo romanzo L’Étreinte (1997) a Un mattino d’inverno (2019) la mia visione dell’amore si sia naturalmente trasformata, tutti i miei romanzi si nutrono di una paradossale visione romantica dell’amore, che io chiamo il mio romanticismo senza illusioni. Come me, i miei narratori sono lucidi sognatori che si appassionano, ma non riescono a non pensare che quella passione prima o poi finirà e non sempre sono in grado di abbandonarsi al presente. Per loro al desiderio di amore e di passione si associa anche un bisogno più profondo di oblio.

Durante i loro brevi soggiorni o i lunghi viaggi nella penisola italiana, gli scrittori francesi spesso hanno elaborato descrizioni e racconti disseminati di impressioni: Lamartine in Meditazioni evoca le sue “sensazioni”; Zola, nel suo romanzo Roma, dimostra di essere un acuto osservatore, nonché uno dei primi ad aver analizzato la cultura italiana; Sade fa iniziare Viaggio in Italia con un’attenta disamina delle varie realtà italiane; Chateaubriand scorge la sua Bretagna natale nelle cascate di Tivoli e, di fronte alle tombe della Via Appia, riflette sullo stato di smarrimento in cui versano le civiltà; in Roma, Napoli e Firenze Stendhal racconta di aver provato un’ebbrezza simile a una sorta di “follia”, che successivamente verrà definita sindrome di Stendhal. Grazie ai racconti dei suoi viaggi in opere come Il CorricoloLe Speronare Une année à Florence, Dumas (padre) è considerato il primo grande resocontista francese di viaggi. Questo interesse degli scrittori francesi per l’Italia è proseguito fino al XX secolo. Venezia è al centro di Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust ed è la principale fonte di ispirazione per Henri de Régnier e Maurice Barrès. In Les Italiens d’aujourd’hui, René Bazin descrive i quartieri poveri di Napoli. Questa città sembra essere la culla di vari intellettuali francesi. Anche tu sei appassionato dell’Italia e soprattutto di “Napule”, come dicono a gran voce i napoletani. Questa passione per Napoli ti ha fornito spunti di riflessione? In qualche modo, è passata attraverso la tua scrittura? Come spieghi questa forza che ha Napoli e che le altre città sembrano non avere?

Dal Romanticismo con i Grand Tour alla fine del XVIII secolo, gli scrittori francesi sono sempre stati attratti dall’Italia. Potrei continuare la tua lista con nomi di scrittori contemporanei che hanno seguito le tracce dei loro illustri predecessori, come Dominique Fernandez, Patrick Modiano, Annie Ernaux, Philippe Sollers, ecc. L’Italia ci ammalia e ci impressiona perché ci fa entrare nella bellezza, proiettandoci in una sorta di oblio temporale. Per quanto mi riguarda, pur apprezzando molte città italiane, come la sobria Torino, non mi sento cittadino di nessuna, se non di Napoli. Solo di Napoli, che per me non è soltanto una città, è molto di più. È la città in cui mi sono sentito subito a casa e dove mi sono poi trasferito. Come scriveva Stendhal, il più italiano tra gli scrittori francesi, “la vera patria è quella dove si incontrano più persone che ti assomigliano”. Se questo è vero, allora la mia patria è Napoli, perché i napoletani sono le persone che mi assomigliano di più, quelli con cui la mia anima fraternizza. Porto Napoli nel cuore, come se fosse un amore, una passione forte. I napoletani fanno parte della mia anima, come se fossero miei fratelli. Quello che mi piace di più di Napoli è la sua autenticità. Questa città non cerca di compiacere nessuno, ma mostra il suo splendore al suo stato naturale, senza alcuna ostentazione urbana, senza sottomettersi culturalmente alle logiche della globalizzazione: Napoli conserva il suo carattere, la sua passione, la sua esclusività, le sue peculiarità (si parla tanto napoletano quanto italiano) e la sua forte personalità, che se non ti vampirizza ti respinge. Napoli non vuole essere amata, né diventare qualcos’altro, anche se, in effetti è caratterizzata da una diversità intrinseca. Potremmo dire che “Napoli è un’altra cosa”. Inoltre, sotto molti aspetti, Napoli potrebbe non essere considerata una città italiana. I napoletani si sentono giustamente abbandonati. Ultimamente molte cose mi hanno fatto indignare, come ad esempio, il disprezzo che la gente prova per questa città, il facile moralismo della serie Gomorra e l’autore commerciale Saviano che riduce una città alla delinquenza e ai sentimenti negativi. Ma Napoli sa rinascere sempre dalle ceneri, perché possiede una grande nobiltà d’animo. È una città in cui uomini e donne esprimono amore, tolleranza, aiuto reciproco e solidarietà, l’esatto opposto di tutti gli stereotipi negativi che molti le attribuiscono. A Napoli non si scende a compromessi quando si parla di ospitalità umana e infatti, in opposizione al governo locale, molti migranti sono stati accolti. Nonostante le difficoltà economiche, non volevamo essere complici di una strage, non volevamo assistere a “un bagno di sangue”, come ha ben espresso con ammirevole forza poetica Luigi de Magistris durante il suo discorso all’Institut français il 14 luglio 2018. Napoli ha un forte senso di umanità. Forse è “l’ultima speranza dell’umanità”, come diceva Luciano de Crescenzo, regista di Così parlò Bellavista. Nel mio libro, Mille couleurs de Naples, ho voluto rendere omaggio a Napoli, la mia città d’adozione, restituendole il posto che le spetta nel cuore delle persone.

Ma première question voudrait se pencher sur un thème autour duquel tu as maintes fois et rigoureusement débattu: la culture littéraire en régime marchand et démocratique. Comment examiner les enjeux culturels de cette littérature, aux formes nouvelles et plurielles et destinée à un public divers et étendu, à l’heure où le statut littéraire est de plus en plus soumis à des pléthores de choix et/ou à la révolution Internet?

Il me semble que si l’on veut essayer d’examiner, avec la plus grande objectivité possible, sans déni idéologique, sans céder à une forme de déploration nostalgique ou des prophéties catastrophistes, les enjeux de la littérature contemporaine, particulièrement la manière dont celle-ci s’appréhende à travers les phénomènes de démocratisation, d’hyperproduction et d’industrialisation culturelles, force est de constater cette évidence -que la littérature, obéissant avant tout à une logique de rentabilité, a perdu son idéal littéraire au profit d’un idéal commercial- et ce paradoxe -que tout en participant activement à la culture de masse, celle-ci n’assume pas de se présenter comme le divertissement culturel qu’elle est fatalement devenue. Assurément, comme je l’observe dans mes essais La littérature sans idéal et La passion d’Orphée, cette littérature contemporaine, en majeure partie, a abandonné l’idéal esthétique, le sacré de sa langue, la puissance du Verbe au profit d’une pratique journalistique. La littérature d’écriture a disparu au profit d’une littérature du sujet. Les œuvres sans nécessité, les voix anonymisées sont devenues les siennes, celles de la Kulturindustrie qui, surinformant et documentant le monde, réalisant de fait la prophétie de Mallarmé d’être un « universel reportage », entretient un lien faible à l’écriture. Il est logique, au reste, qu’une société de consommation produise une littérature à son image, dont l’hyperproduction déligitime son autorité, indifférencie et nivelle tout : tout s’y vaut en effet, et l’amateurisme la dominent –toute personne écrivant semble pouvoir être reconnu comme un écrivain.

Ne devrait-on pas rétablir un débat public sur la culture – et donc la culture littéraire qui nous importe ici – dans des questionnements sur la liberté, l’éducation, l’autorité, et le goût, essentiels pour qui réfléchit au sujet de la signification de la « culture », au regard d’une société de consommation et d’une culture de masse, dans lesquelles la littérature, dénaturée et transformée en simple objet de plaisir et de loisir, s’égare, jusqu’à se vendre aujourd’hui, selon certains, « à vil prix  » sur le marché du patrimoine culturel? 

Dans le meilleur des mondes, un débat honnête et lucide serait le bienvenu. Mais la littérature, entrée dans l’ère de sa certitude, n’est quasiment plus pensée, ni plus questionnée, par ses propres acteurs : les écrivains. Il me semble pourtant nécessaire de s’indigner pour reprendre la formule du grand Stéphane Hessel dans son essai Indignez-vous !, de manifester notre conscience critique afin de formuler une parole de résistance essentielle contre la marchandisation de la littérature et de restaurer une éthique de la publication en publiant moins pour publier mieux, notamment en repensant la segmentation du marché du roman (le marché du roman français n’est pas segmenté contrairement au marché du roman américain qui distingue très clairement : la literary fiction (le roman littéraire dont l’écriture est l’enjeu), la commercial fiction (le roman populaire conçu comme un divertissement) et l’upmarket fiction (roman, combinant les aspects littéraire et divertissant, destiné au grand public). Le problème du marché du roman français est qu’il n’est pas segmenté de façon à entretenir, dans la langue de Molière et la littérature de Proust, l’illusion que l’ensemble de sa production est littéraire.

La littérature s’intéresse à l’observation et à l’analyse du comportement social. Elle ne se réduit pas au rôle de témoin de son temps, mais se présente comme le foyer où se façonnent les aspirations de son siècle. On a souvent objecté à la littérature des siècles précédents d’être exagérément théorique, intellectuelle et absconse, de faire une trop large part de l’introspection psychologique et de trop s’intéresser aux mouvements de l’âme, d’être trop aristocratique et de ne s’adresser qu’aux couches sociales dont elle est issue, de paraître, surtout depuis le romantisme, maladive et affaiblie. La mission de la littérature est d’ennoblir nos pensées, nos sentiments, nos actions. Si elle fait le contraire, qu’attendre d’un public qui s’engoue des plus misérables conceptions? Comment un auteur peut-il contribuer à améliorer la société? La littérature peut-elle réellement et directement influencer le dynamisme social? Quels sont les obstacles à son efficacité?

La vulgarisation de la culture du divertissement, affectent le fonctionnement de la littérature dans des proportions considérables. Faire accéder le plus grand nombre à la littérature est important, mais à condition de lui proposer une littérature digne de ce nom. Venant d’un milieu modeste, sans aucune culture littéraire, si je m’étais contenté de lire les magazines et les quelques livres de littérature populaire que mon entourage lisait, je n’aurais pas fait ces longues études de lettres et ne serais jamais devenu écrivain. C’est la curiosité de lire de la littérature exigeante, l’effort et le désir aussi de me faire violence pour comprendre le monde qui m’a permis de dépasser ma condition. La mission de la littérature est, tu le dis très bien, d’ennoblir notre esprit et de nous élever. Ce n’est pas à la littérature de venir nous chercher, mais à nous de nous élever pour la trouver, à nous de faire les efforts pour accéder à elle. La littérature populaire, par la technique simpliste qu’elle emploie, est démagogiquement fabriquée pour séduire le peuple et le flatter dans sa passion pour le livre : elle le conforte dans ses habitudes de lecture et ne le questionne pas, ne développe pas son esprit critique, elle le laisse dans l’état où elle l’a trouvé. Or, à mes yeux, la lecture suppose une action, un dépassement de soi, une forme de la transcendance, et la littérature doit fonctionner sur le lecteur avec la violence « d’un coup de hache dans la mer gelée qui est en nous » disait Kafka. Elle doit nous transformer, non nous distraire. Cette littérature exigeante, profonde, on la trouve dans des livres très accessibles comme, par exemple, L’étranger de Camus, La lettre au père de Kafka, Des souris et des hommes de Steinbeck. Ces textes brefs, simples et puissants, qui coûtent moins chers que ces pavés de best-sellers, font comprendre le monde, l’humanité. C’est pourquoi je milite pour « l’élitisme pour tous ».

N’allons-nous pas vers une nouvelle oralité de la littérature? Des notions fort importantes de notre culture ne sont-elles pas trop transmises par la chanson, le théâtre, le cinéma? Actuellement, un vaste système d’éducation basé sur des communications non écrites et pas du tout canalisées par un ensei­gnement qui, par sa mesure même, est piégé dans les rou­tines, ne prend-il pas inconsidérément de l’ampleur? Oraliser la connaissance, la pratique de la langue et donner toute sa valeur à l’aspect oral de la culture dans le monde moderne, n’est-ce pas inquiétant?

La littérature s’oralise en effet. Et si tant de personnes écrivent et parviennent à publier alors que, dans le même temps, le nombre de lecteurs diminuent et littérature littéraire intéresse peu, c’est que la littérature s’envisage avant tout comme une plateforme d’expression, vulgarisant l’écrit, cherchant moins à écrire qu’à s’exprimer. L’expression ne requiert pas les compétences littéraires, la pratique exigeante et les connaissances de l’histoire littéraire que requiert l’écriture. Toute personne parlante, tout être d’expression peut ainsi, aujourd’hui, s’approprier le territoire de la littérature au sens large du terme. L’oralité fabrique la littérature commerciale truffée de dialogues vides et d’une écriture simplifiée réduite à sa plus simple expression, à une technique basique, facile à écrire et facile à lire, reposant sur l’alternance entre la description d’action et le dialogue. Dans la littérature commerciale, on ne trouve jamais de passages réflexifs et d’exigeantes descriptions littéraires. Faut-il s’inquiéter de cette oralisation de la culture ? Je ne sais pas. Je pense simplement que ce phénomène ne fera qu’accroître, dans des proportions conséquentes, les différences sociales entre les catégories culturellement dominantes qui ont l’éducation pour accéder à la puissance de l’écrit et celles, culturellement dominées, qui, par facilité, manque d’esprit critique et faute de choix malheureusement, choisissent l’oralité.

Tu es un auteur illustre aussi bien en France qu’en Italie. Six de tes romans, Faux-père (Falso padre), Confession d’un timide (Quadernetto sulla timidezza), Pas son genre (Non il suo tipo), La femme infidèle (La moglie infedele), La fille à la voiture rouge (La ragazza dalla macchina rossa) et Un matin d’hiver (Un mattino d’inverno), ont eu la chance d’être traduits par un éditeur italien, Gianni Gremese. Ces traductions t’ont procuré de nombreuses satisfactions dans notre pays. Mais tu es aussi le directeur de la collection “Narratori Francesi Contemporanei” aux éditions Gremese. Si je ne m’abuse, c’est la seule collection de littérature française dirigée par un écrivain français. Les lecteurs italiens ont ainsi l’opportunité, à travers des traductions récemment publiées, de découvrir les œuvres et les auteurs français les plus intéressants du moment et de constater que la littérature est beaucoup plus variée qu’on ne le croit. Cela n’est-il pas aussi une bonne occasion d’affermir la coopération culturelle franco-italienne et d’intensifier sa visibilité et sa productivité ? En quoi consiste la mission d’un directeur de collection? Ton travail a-t-il pour objectif de créer une certaine famille littéraire ?

Absolument, et c’est ainsi que je conçois cette mission, affermir notre coopération qui s’inscrit d’ailleurs dans la continuité d’une ancienne tradition d’échanges entre les deux pays, notamment à travers des manifestations culturelles, des échanges entre artistes et des résidences d’écrivains. A ce titre, il est important de souligner le remarquable travail des éditeurs italiens -et particulièrement le travail d’un éditeur comme Gianni Gremese qui a eu l’audace, dans un contexte économique difficile pour l’édition, de créer cette si belle collection Narratori Francesi Contemporanei-, en relation avec l’Ambassade de France, les Instituts Français et les Alliances Françaises, les universités italiennes aussi, pour promouvoir cette littérature française. Le défi pour moi n’est pas d’intensifier la production, mais, avant tout, de transmettre une vision exigeante de la littérature dans un paysage où règne en maîtresse la littérature marchande et qui a été considérablement ébranlé par les conséquences de la pandémie, d’intensifier la visibilité d’une littérature exigeante, des écrivains français talentueux, garants d’une certaine qualité d’écriture, moins en vue (nous publierons prochainement Trancher le roman d’une jeune auteure prometteuse Amélie Cordonnier) ou qui, connus (Le dernier hiver du Cid de Jérôme Garcin racontant, avec une qualité d’écriture rare, très française aussi, les derniers jours de l’acteur Gérard Philipe), n’ont pas ou n’ont plus malheureusement la chance d’être traduits en Italie. Je n’ignore pas l’ampleur et la difficulté de la tâche mais je veux croire qu’il reste une place, symbolique au moins, pour cette littérature, si nous nous donnons les moyens de la promouvoir. C’est cette famille de la littérature exigeante que, grâce à mon image, je veux mettre en lumière.

À propos d’exigence et de souci de rigueur, obligations que tu imposes à tes textes théoriques et littéraires, permets-moi d’évoquer Un matin d’hiver. Ton dernier roman, remarquablement écrit, intelligent, au style sans faille et dont l’intrigue est aussi astucieuse que bien construite, est une vraie réussite qui, assurément, en appellera d’autres! Tu fais vivre sous ta plume le témoignage qu’une lectrice rencontrée lors d’un séminaire universitaire t’a relaté. Dans tes pages, tu touches le thème de la disparition énigmatique de Dan, l’époux de Julie et y retraces l’histoire incisive et percutante que l’héroïne a vécue. Le roman pose un regard attentif sur la réflexion de cette femme, à la fois éperdue et déstabilisée, qui fatigue son âme à force de scrupules et d’interrogations sur sa conduite. Philippe, tu t’es admirablement substitué au personnage principal pour déboucher sur ses aveux, sa détresse, le trop-plein émotionnel auquel elle a dû faire face. As-tu eu du mal à te mettre dans la peau d’un personnage féminin ? 

C’est une excellente question qui engagerait, par ailleurs, une réflexion plus générale sur le caractère sexué de l’écriture. Pour ma part, je ne pense pas qu’il existe une écriture qui soit de nature masculine, et une autre, de nature féminine, mais qu’il y a seulement des thèmes, dont un genre n’a pas l’expérience (la maternité, par exemple, ne pourrait pas, normalement, être décrite par un homme aussi bien que par une femme) et dont il n’est, en conséquence et a priori, pas habilité pour l’évoquer. Il en va de même pour incarner, en écriture, un personnage d’un sexe différent du sien. Bien entendu, les propos que j’ai romancés dans Un matin d’hiver sont bien ceux d’une femme, même si je ne crois que ces propos auraient été très différents si, à l’inverse, un homme avait été confronté à la disparition de sa femme. Ce qui parle en nous bien souvent, c’est une parole qui vient de plus loin que le genre auquel on appartient, une parole ontologique qui vient des profondeurs de notre humanité, des ténèbres de notre être. D’une certaine façon, nous sommes parlés par les événements, les douleurs et les joies que nous sommes amenés à éprouver, et c’est précisément ce qui nous conduit à reconnaître dans les personnages, masculins ou féminins, de la littérature des sentiments et des émotions que nous avons éprouvés. C’est la sensibilité d’un écrivain et sa capacité d’empathie qui permettent l’incarnation d’un personnage ; ainsi pour cette femme que je peins : en la décrivant, à la vérité, je me mets moins dans la peau d’une femme que dans la peau d’un être souffrant, d’une personne affectée par la disparition d’un être cher. Ce sont toutes les disparitions et tous les deuils de la vie qui se cristallisent en elle. Il me semble que le devoir de l’écriture est de rechercher cette universalité-là.

L’Amour. Tu écris sur ce sujet depuis plus de 23 ans. Comment ton approche narrative de ce sentiment a-t-elle changé au fil des ans ? Entre ton premier roman, «L’Étreinte” (1997, chez Gallimard), » et le dernier, « Un matin d’hiver» (2019, chez Grasset – 2020, chez Gremese), sens-tu une évolution ? Au niveau stylistique, traduis-tu tes sensations et tes pensées différemment? 

En réalité, j’ai toujours écrit sur l’amour, depuis que j’ai commencé d’écrire, vers l’âge de 18 ans. La question de l’amour me fascine, sans doute parce que l’amour, la rencontre de l’Autre, qui interroge nos choix essentiels et le sens même de l’existence, est le grand événement de nos vies. Ainsi, mon premier roman non publié, intitulé Les murs sans fenêtre, que j’ai exhumé à la demande d’un chercheur universitaire, peignait déjà, maladroitement, un drame amoureux. Je m’aperçois que je n’ai fait qu’écrire le même roman durant toutes ces années, en me focalisant, comme Moravia dont j’admire l’œuvre, sur l’amour conjugal, son innamoramento, ses éblouissements et ses désillusions, la grammaire de ses sentiments: la pudeur d’exprimer ses sentiments, l’obsession jalouse, la culpabilité d’aimer ou de ne pas aimer assez, la peur de l’engagement, le désir de paternité, la pensée de l’adultère, la honte de la différence sociale et culturelle ou de la différence d’âge, le sentiment de manque. Mes romans, sorte de fables morales réduites à une fabula minimale, se caractérisent par un dénuement structurel propre à faire ressortir le drame qui s’y joue : il ne se passe quasiment rien dans mes romans, peu de rebondissements, de dialogues, de descriptions d’action l’animent, sinon l’évolution sourde d’un rapport amoureux vers son renoncement. Ces romans, analysant les passions de l’âme, revisitent l’esthétique classique en tentant d’en restituer intelligiblement la complexité et le tragique de l’amour. Si, depuis mon premier roman L’étreinte (1997) à Un matin d’hiver (2019, mon regard sur l’amour a naturellement évolué, tous mes romans se nourrissent d’une vision romantique paradoxale de l’amour, ce que j’appelle mon romantisme sans illusions. Mes narrateurs sont, comme moi, des rêveurs lucides qui se passionnent sans cesser de penser à la fin de leur passion, sans toujours savoir s’abandonner à l’instant présent. Le désir d’amour et de passion est aussi, pour eux, un désir plus profond d’oubli.

 

Durant leurs brefs séjours ou leurs voyages prolongés dans la péninsule italienne, les écrivains français ont souvent donné lieu à des descriptions et à des récits d’impression: Lamartine, à travers ses Méditations, nous livre des “sensations”, Zola, dans son roman Rome, se montre fin observateur et même analyste précurseur de la vie en Italie, Sade met en chantier un Voyage d’Italie, exploration attentive de toutes les réalités italiennes, Chateaubriand perçoit dans la cascade de Tivoli sa Bretagne natale et réfléchit sur l’état de confusion des civilisations devant les sépultures de la Via Appia, Stendhal, dans Rome, Naples et Florence, exprime une ébriété apparentée à une sorte de “folie”, à un point tel qu’on parlera plus tard d’un syndrome de Stendhal, les souvenirs de voyage dans Le CorricoloLe Speronare ou dans Une année à Florence de Dumas père font de lui le premier grand reporter français. Cet intérêt des écrivains français pour l’Italie se prolonge jusqu’au XXe siècle. Venise est au cœur de La recherche du temps perdu de Marcel Proust, elle est la source d’inspiration essentielle pour Henri de Régnier et Maurice Barrès. Dans Les Italiens d’aujourd’hui, René Bazin décrit les quartiers pauvres de Naples. Il semble que cette ville soit un surprenant vivier d’intellectuels français. Toi-même, tu es passionné de l’Italie et surtout de “Napule”, comme le crient haut et fort les Napolitains. Cet engouement pour Naples t’a-t-il donné matière à réflexion, a-t-il commencé à passer, d’une manière ou d’une autre, dans ton écriture? Peux-tu expliquer cette force que possède Naples et que d’autres villes ne semblent pas avoir?

Depuis les Romantiques du Grand Tour à la fin du XVIIIème siècle, les écrivains français sont fascinés par l’Italie. Et je pourrais continuer ta liste en donnant le nom d’écrivains contemporains, marchant dans les pas de leurs illustres ancêtres, comme Dominique Fernandez, Patrick Modiano, Annie Ernaux, Philippe Sollers, etc. L’Italie nous éblouit et nous étourdit parce qu’elle nous fait entrer dans la beauté et vivre dans un certain oubli du temps. Pour ma part, si j’apprécie beaucoup de villes italiennes, comme la discrète Turin, je ne me sens citoyen d’aucune, sinon de Naples, seulement de Naples qui représente plus qu’une ville pour moi. C’est la ville où je me suis tout de suite senti chez moi et où j’ai d’ailleurs fini par m’installer. Si, comme l’écrivait Stendhal, le plus italien des écrivains français, « la vraie patrie est celle où l’on rencontre le plus de gens qui vous ressemblent », alors ma patrie est Naples, alors ceux qui me ressemblent le plus, ceux avec lesquels mon âme fraternise, ce sont les Napolitains. Je porte Naples dans mon cœur comme on porte un amour, une passion puissante, je porte les Napolitains dans mon âme comme s’ils étaient mes frères. Ce que j’aime le plus de Naples, c’est son authenticité. Cette ville ne cherche pas à plaire mais affiche sa splendeur au naturel, sans apprêt ni affectation citadine, sans se soumettre culturellement à l’ordre mondialisé : Naples conserve son caractère, sa passion, son exclusivité, ses particularismes (on y parle le Napolitain autant que l’Italien), et sa forte personnalité vous vampirise ou vous rejette. Naples ne cherche pas à se faire aimer, ni à être une autre, même si elle l’est, autre -« Napoli è un altra cosa » dit-on-, différente. Par bien des côtés, d’ailleurs, Naples n’est peut-être plus en Italie. Les Napolitains peuvent à raison se sentir abandonnés. Beaucoup de propos m’ont révolté ces derniers temps, notamment le mépris proféré à son endroit, comme cette bien-pensance facile, véhiculée par la série Gomorra et l’auteur commercial Saviano réduisant une ville à sa délinquance et à des sentiments négatifs. Mais Naples renaît toujours de ses cendres, car elle possède la noblesse du cœur, elle est la ville des hommes et des femmes d’amour, de la tolérance, de l’entraide et de la solidarité, précisément le contraire de tous les clichés négatifs avec lesquels de nombreuses personnes crachent sur la ville. Ici l’on ne transige pas sur l’hospitalité humaine et l’on a accueilli, contre le gouvernement en place, les migrants, malgré les difficultés économiques, on n’a pas voulu se faire complice d’un massacre, on n’a pas voulu voir un jour « une mer de sang » comme l’a dit si justement, et avec une force poétique admirable, Luigi de Magistris lors de son intervention à l’institut Français le 14 juillet 2018. Naples est puissante de son humanité, elle est peut-être « l’ultima speranza dell’umanità », comme le disait Luciano de Crescenzo, le réalisateur de Cosi parla Bellavista. Dans mon texte, Mille couleurs de Naples, je voulais rendre un hommage à Naples, ma ville de cœur et d’adoption, et lui redonner toute la place qu’elle mérite d’occuper dans le cœur des hommes.

Vito
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