INTERVISTA ALLO SCRITTORE FRANCESE ROMAIN SLOCOMBE

Di Berta Corvi

 

 

 
Ho avuto l’opportunità di parlare con lo scrittore Romain Slocombe a proposito del suo libro Première station avant l’abattoir, pubblicato da Seuil in Francia. Dal mese di marzo il romanzo, edito da Gremese, sarà nelle librerie italiane con il titolo Le spie di Rapallo. Ecco i commenti che ho raccolto.
Romain Slocombe, Lei stupisce per la vastità dei Suoi interessi in diversi ambiti. È scrittore, regista, traduttore, pittore, illustratore, fumettista e fotografo. Quale professione Le si addice di più?
Sono un autore che ha iniziato ad esprimersi attraverso il disegno. Mio padre era un architetto, mia madre una pittrice. Ci sono stati molti artisti nella famiglia. Immaginavo che sarei diventato pittore o disegnatore di storie a fumetti. Quando uscii dalle “Beaux Arts” di Parigi, diventai un illustratore. Questo mi portò a frequentare il ​​mondo dell’editoria, tra cui Gallimard, perché facevo delle copertine per la collezione Folio. Per prima cosa amavo i libri, la letteratura, e avevo anche amici scrittori. Poi, il mio lavoro si è evoluto. In passato, c’era il fumetto underground. Ero legato a un gruppo di artisti grafici considerato un po’ punk, anche se questo non era esattamente la realtà. A metà degli anni ’70, questo gruppo grafico chiamato Bazooka, aveva una certa notorietà. Mentre facevo il mio lavoro di grafico commerciale, realizzavo anche molti libri illustrati con i miei disegni, spesso scegliendo temi piuttosto strani legati all’erotismo medico e all’Asia. Sono sempre stato molto attratto dal continente asiatico. Avevo illustrato il mio primo romanzo, che è uscito nel 1983, con 81 disegni in bianco e nero. Si svolgeva in parte durante la guerra del Vietnam, in parte negli “squat” di Londra. Era davvero un bel romanzo, spirito punk. Ora sono diventato, in tutti i sensi, uno scrittore, ma mi sono dedicato a tante altre professioni, sempre molto vicine alla creatività.

 

Ha rinunciato al resto?
Quasi. Continuo ad occuparmi di fotografia, ma non posso vivere con questo, perché i libri di fotografia sono molto costosi da stampare. Non sono troppo addentro al mondo della fotografia d’arte contemporanea, perché è un ambiente che non mi piace. Di tanto in tanto esce un libro delle mie foto ma, nel complesso, passo il mio tempo a scrivere i miei romanzi. Dal momento che riscuotono interesse, posso vivere senza problemi. Mi rendo conto che i miei libri sono un modo per estendere il mio lavoro visivo e per far affiorare delle immagini nella mente del lettore.

 

Lei s’interessa alla storia del secolo scorso. Il Suo lavoro è, in qualche modo, uno studio del passato e cerca di ricostruirlo attraverso fonti, materiali e personaggi reali della storia. Il Suo racconto tratta anche di eventi e personaggi immaginari. A tutto questo si mescolano storie di spionaggio e la Sua storia personale. Sono queste caratteristiche che troviamo nel Suo libro Le spie di Rapallo?
Questo è un buon esempio, ma anche un caso piuttosto speciale perché si basa su una personalità ben precisa, reale. È quella di mio nonno, George Slocombe, che era un grande giornalista politico del periodo tra le due guerre. Ho avuto qualche anno per conoscerlo perché è morto quando avevo dieci anni. Era un personaggio incredibile. Ci volevamo molto bene, ero il suo unico nipote. Il suo passato politico e storico m’incuriosiva molto. Alla fine della sua vita divenne uno storico. Scriveva le biografie di grandi personaggi del passato, ma era stato soprattutto un giornalista. Aveva frequentato tutto l’ambiente politico del periodo tra le due guerre. Aveva fra l’altro intervistato Gandhi in prigione e Hitler nel 1931 a Monaco di Baviera. Aveva anche avuto dei rapporti contradittori con Mussolini, che conobbe nel gennaio 1922 alla Conferenza di Cannes. Era stato uno dei pochi ad averlo intervistato. A Londra, quando era giovane, mio ​​nonno aveva fatto la conoscenza di molti rifugiati italiani rivoluzionari, in modo particolare di Malatesta. Lui e Mussolini ebbero un buon rapporto grazie a queste conoscenze comuni perché in quel periodo il Duce era socialista. Ogni volta che Mussolini incontrava mio nonno nelle conferenze internazionali era sempre molto gentile con lui. Capitava che ci fossero però delle forti divergenze di opinioni. Ad esempio quando il deputato socialista italiano Giacomo Matteotti fu ucciso nel 1924 dai fascisti, mio ​​nonno era il leader di una sorta di sciopero dei giornalisti che rifiutavano di intervistare Mussolini come forma di protesta per i crimini fascisti che avevano avuto luogo in quel momento all’inizio della sua presa del potere. Nelle memorie che mio nonno aveva scritto nel 1936, appena quarantenne, parlava di Mussolini, dei suoi primi incontri con lui e di quella famosa conferenza di Genova. Per tornare al romanzo, va detto che questo avvenimento aveva avuto una notevole importanza perché era la prima volta che i delegati della Repubblica sovietica venivano per incontrare i diplomatici occidentali, nel tentativo di risolvere tutti i problemi legati alla fine della prima guerra mondiale e anche al rimborso dei prestiti russi e dei danni di guerra. Facendo alcune ricerche, mi sono reso conto che a quel tempo mio ​​nonno, non solo conosceva queste persone, ma sembra che come simpatizzante comunista, inviasse dal suo quotidiano informazioni segrete a Mosca via Londra. Era l’inviato speciale a Parigi del “London Daily Herald”, un giornale dei sindacati britannici di sinistra che, pertanto, provava simpatia per la Repubblica sovietica. È incredibile perché mio nonno, ovviamente, non ha mai parlato di questo. È un po’ un segreto di famiglia ma io, come scrittore, potevo tentare di ricostruire tutto questo viaggio a Genova che mio nonno ha fatto. A questo bisogna aggiungere quello che raccontava nelle sue memorie su Hemingway con il quale aveva fatto il viaggio in treno e con cui aveva soggiornato nello stesso albergo.

 

I colpi di scena sono tanti, il ritmo è frenetico, siamo nel cuore di trame intricate, i personaggi non accettano compromessi, ma nonostante questo caos di doppi agenti, di traffici, di spie, si capisce che Lei conosce molto bene l’argomento. Rendere la storia credibile richiede sforzi? Le piace confondere il lettore, rendergli la lettura difficile?
Non voglio rendere la lettura difficile, ma è vero che per capire bene questo libro, è necessario avere una certa familiarità con la situazione politica, subito dopo la rivoluzione russa, ossia sapere chi erano i personaggi principali nel governo russo, quali erano i problemi. Inoltre era il periodo della crescita del fascismo in Italia. Siamo nella primavera del 1922, la marcia su Roma avviene nel mese di ottobre dello stesso anno, e poi ci sono molti emigrati russi bianchi che vogliono tornare nella madre patria, reinsediare lo zar ed eseguire attacchi contro i comunisti, compresi gli ambasciatori sovietici all’estero. In quel periodo c’erano molte cose che ruotavano intorno al petrolio. Questa è una situazione che non conoscevo molto bene. Mi sono documentato approfonditamente, ho letto numerosi libri su questo argomento, ma ho anche utilizzato i ricordi di altri giornalisti, per esempio di persone che mio nonno aveva conosciuto, come il giornalista e scrittore americano Max Eastman. Poi la trama racconta anche di spionaggio. Questo serve ad intrattenere il lettore. Si tratta di un romanzo che lascia spazio a situazioni non solo drammatiche. Altri dei miei libri sono più intensi. Questo ha un lato un po’ avventuroso, con colpi di scena e spie misteriose, ma la situazione si presta. Bisogna dire che la mia storia è in parte di fantasia, mentre per altri aspetti ho cercato di creare un racconto abbastanza credibile considerando che la maggior parte dei personaggi sono realmente esistiti o altri sarebbero potuti esistere. Per me è importante che ci creda io.

 

Il titolo francese Première station avant l’abattoir (Prima tappa che precede il mattatoio) è allarmante. Le spie di Rapallo lo è molto meno. Com’è avvenuta la scelta del titolo francese?
Quando ho scritto questo libro, sono stato molto colpito da un’espressione utilizzata dallo scrittore francese Céline che non amo a causa della sua presa di posizione isterica contro gli ebrei, ma aveva un dono per trovare formule come questa. L’autore ha utilizzato tale definizione a proposito dei bistrot parigini e dei lavoratori francesi che li frequentavano per dire che il mattatoio era l’alcool. Questa espressione, “la prima tappa prima del mattatoio”, coincideva con ciò che stava per accadere: eravamo vicini allo scoppiare della seconda guerra mondiale. Il mio romanzo è il primo di una serie in cui il giornalista, protagonista della storia, vivrà avventure tra gli anni ’20 e gli anni ’30, quindi tra le due guerre, periodo durante il quale tutti si dirigeranno verso il mattatoio. L’idea era che questo romanzo fosse la prima fermata di tante altre e che ci si stesse avvicinando alla tragedia. Per la Francia quel titolo poteva funzionare perché è un po’ intrigante e inquietante. Invece, il mio editore italiano mi ha fatto notare che non diceva nulla agli italiani. Ho trovato che Le spie di Rapallo fosse un buon titolo proprio perché in questo romanzo c’erano spunti che potevano interessare i lettori italiani, come la presenza di Mussolini e il fatto che si svolgesse in gran parte a Genova e a Rapallo. Infatti la delegazione sovietica era stata alloggiata in un hotel di lusso a Rapallo. In quegli anni ci fu anche il trattato di Rapallo che si concluse tra i russi e i tedeschi con la delusione delle democrazie occidentali. E non bisogna dimenticare il ruolo che lo spionaggio ebbe in queste vicende.

 

Una tale lettura potrebbe essere lunga e angosciante. Pensa di riuscire a catturare i profani?
Questa è la sfida per lo scrittore, parlare di cose reali che richiedono necessariamente una certa cultura da parte del lettore, ma allo stesso tempo cercare di essere il più chiaro possibile. Rendere una situazione che, nella realtà sarebbe complicata, la più esplicita in assoluto e giocare anche con questa tradizione del romanzo a puntate. Non dice forse nulla agli italiani, ma gli scrittori francesi come Gaston Leroux, che ha creato il personaggio del giornalista Rouletabille, o Maurice Leblanc, che ha dato vita al famoso Arsenio Lupin, sono un po’ i miei modelli per questa serie. Ho anche immaginato che alla fine tutta questa collana con il giornalista Ralph Exeter, cioè la “controfigura” di mio nonno, fosse una serie di manoscritti trovati in un baule, probabilmente scritti in un’epoca precedente.
I racconti di questa serie sarebbero stati completati tra la fine degli anni Trenta e i primi degli anni Quaranta da parte di un giornalista che avrebbe nascosto il proprio nome creando il personaggio di Ralph Exeter per fargli vivere alcune avventure. Alcune volte sarebbe ricorso alla fantasia, mentre in alcuni casi avrebbe raccontato fatti realmente accaduti, ma segreti. Il gioco è un po’ questo. Questo giornalista è un donnaiolo, un seduttore e anche un alcolizzato. La prima cosa che fa quando arriva in un albergo o da qualche parte, si precipita al bar. Non è neppure una spia professionista. È una spia dilettante. Avevo pensato all’inizio del libro che, dopotutto, mio ​​nonno avrebbe potuto farlo, avrebbe conservato il denaro che i russi gli pagavano per spiare i francesi. Dato che lui è stato un bravissimo giornalista, avrebbe potuto inventare le informazioni politiche che poi si sarebbero avverate. I russi erano molto soddisfatti di queste informazioni, presumibilmente segrete, e lui conservava i soldi per pagare la sua vita notturna a Montparnasse e i regali per le sue amanti. Dato che era una spia dilettante, quando successivamente incontrò davvero la polizia segreta sovietica che accompagnava i diplomatici russi a Genova, ebbe ancora un po’ paura, perché temeva di essere smascherato. È anche vero che la polizia segreta sovietica, la famosa Čeka, chiamata GPU, fu qualcosa di veramente terrificante. Nel libro racconto fedelmente i metodi di tortura utilizzati dal GPU. In un certo senso, la descrizione è molto realistica ma fatta per scopi d’intrattenimento.

 

In termini di scelte di edizione, c’è un motivo per il quale passa da una casa editrice ad un’altra?
Sono un po’ i casi della vita. Ovviamente, ho dei colleghi scrittori che sono fedeli ad un singolo editore, ma io sono una persona che tiene molto alla propria libertà. Non vorrei essere un prigioniero di rapporti di assoluta fedeltà che un singolo editore esigerebbe da me.
Ho conosciuto un sacco di gente, perché in qualità di illustratore in varie case editrici, non ero limitato ad un solo editore. Questo mi ha permesso di conoscere Patrick Raynal che in quel momento dirigeva la “Série noire” presso Gallimard e di essere pubblicato frequentemente nei primi anni 2000. I miei primi tre romanzi sono usciti da loro. Poi Patrick Raynal se n’è andato. Ha avuto problemi con questa casa editrice ed è andato da Fayard. Io non andavo d’accordo con il nuovo e giovane direttore della “Série noire”. Era troppo interventista, voleva cambiare totalmente il romanzo che stavo scrivendo per loro in quel momento. Credo che il ruolo di un editore sia quello di migliorare, di dare suggerimenti, non di esigere dallo scrittore di rifare da cima a fondo tutto il libro, soprattutto quando non c’è alcun motivo reale. Quindi decisi di seguire Patrick Raynal. Andavo molto d’accordo con lui, ma le vendite dei miei libri presso Fayard non erano copiose, mentre da Gallimard si vendevano bene. Da Fayard si sono un po’ stancati. Ho quindi continuato a pubblicare con altri editori. Dato che i miei libri, senza vendersi molto, suscitavano molto interesse e riscuotevano una buona recensione da parte della stampa, diverse case editrici mi volevano avere come scrittore. Anche se non facevo best-sellers, funzionava abbastanza bene perché mi pubblicassero. Tra tante cercavo la casa editrice che fosse la migliore. Le ho provate quasi tutte. Conosco i difetti e le qualità di sette, otto grandi case editrici francesi. Poi ho cambiato editore. C’è stato le “Seuil,” ma alla fine anche Robert Laffont. Per me quest’ultimo è il miglior editore.

 

Qual è secondo Lei il romanzo di maggior successo?
È difficile risponderLe perché spesso si fa un libro molto ambizioso, che si pensa possa riscuotere successo, e poi lo si vende molto male. Si ottiene solo un successo di stima, alcuni giornalisti dicono: “Oh sì, è fantastico!” Ma in termini di vendite, è qualcosa di ridicolo, tipo 900 copie vendute. E a volte, si scrive un libro con una storia semplice e forte, di sole duecento pagine, e ha un successo incredibile. È accaduto al mio romanzo Signor comandante. Ho venduto 50.000 copie, non me l’aspettavo proprio. Questo libro è stato pubblicato in diversi paesi, tra cui in Italia, edito da Rizzoli, ma anche in Inghilterra, Portogallo, Israele, Grecia. Non si può sapere. Per aver successo un libro deve essere molto semplice. Il mio problema è che mi piace raccontare storie ricche, intricate. Così spesso mi dicono : “No, scrivi un libro meno complicato, più veloce e si venderà meglio.” Gli argomenti dei miei recenti romanzi, quelli che parlano dell’Occupazione in Francia, sono molto ricchi, molto profondi. Penso che siano argomenti che meritano libri relativamente complessi.

 

 Ciò significa che ci si deve documentare, fare ricerca? Questo forse è più stimolante. Richiede sforzi?

Mi piace imparare cose nuove. Ad esempio, la conferenza di Genova, non la conoscevo affatto. Dell’inizio del fascismo e della polizia segreta sovietica, non sapevo niente. Volevo essere informato su quel periodo della storia. Leggo frequentemente storie o diari di persone che prediligo, piuttosto che grandi libri di storia un po’ noiosi che, inoltre, non fanno che ripetere spesso errori. Preferisco trovare libri scritti in quei tempi, perché sono loro che danno di più la sensazione del periodo. Ci sono maggiori dettagli reali, informazioni inedite che la gente non conosce. Cerco di raccontare la storia viva, di far vivere degli affreschi storici, per animare delle epoche. Questo è quello che mi piace di più. Continuo a fare questo genere di libri. Tutto ciò sembra funzionare.
Mi permetta al termine della nostra intervista di aggiungere che ho viaggiato molto in Italia quando ero più giovane. È un paese che amo. Sarebbe molto importante per me che il pubblico italiano scoprisse i miei romanzi. Questa cosa mi renderebbe veramente felice.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTERVIEW DE L’ECRIVAIN ROMAIN SLOCOMBE POUR VOCE SPETTACOLO

 

J’ai eu l’opportunité de m’entretenir avec l’écrivain Romain Slocombe autour du livre, Première station avant l’abattoir, paru aux éditions Seuil en France et, à partir du mois de mars, en version italienne aux éditions Gremese sous le titre Le spie di Rapallo. Voici les propos que j’ai recueillis.

 

Monsieur Romain Slocombe, vous vous intéressez à plusieurs domaines différents. Vous êtes à la fois écrivain, réalisateur, traducteur, peintre, illustrateur, auteur de bandes dessinées et photographe. Avec tous ces multiples attributs, comment vous définissez-vous?
Je suis un auteur qui a commencé à s’exprimer par le dessin. Mon père était architecte, ma mère peintre. Il y a eu beaucoup d’artistes dans la famille. J’imaginais que j’allais devenir peintre ou dessinateur de bandes dessinées. Quand je suis sorti de l’École des Beaux Arts de Paris, je suis devenu illustrateur, ce qui m’a amené à beaucoup côtoyer le monde de l’édition, notamment les éditions Gallimard car je faisais des couvertures pour la collection Folio. D’abord j’adorais les livres, la littérature et puis j’ai des amis écrivains aussi. Ensuite, mon travail a évolué. À une époque, il y a eu de la bande dessinée underground. J’étais lié à un groupe de graphistes qu’on appelait un peu punk même si ce n’était pas exactement ça. Au milieu des années ’70, ce groupe graphique, qui s’appelait Bazooka, avait une certaine célébrité à l’époque. Tout en faisant mon travail d’illustrateur commercial, je faisais aussi beaucoup de recueils d’illustrations et mes propres dessins, souvent sur des thèmes assez étranges, sur l’érotisme médical et l’Asie. J’ai toujours été très attiré par ce continent. J’avais illustré mon premier roman qui est sorti en 1983. Je l’ai illustré avec 81 dessins en noir et blanc. ça se passait en partie pendant la guerre du Vietnam, une autre partie se déroulait dans les squats à Londres. C’était vraiment un roman assez punk d’esprit. Maintenant je suis totalement devenu écrivain, mais je suis passé par beaucoup d’autres métiers, toujours proches de la création.

 

Avez-vous abandonné le reste ?
Presque totalement. Je continue à faire la photographie, mais je ne peux pas vivre de cela parce que les livres de photographie, ça coûte très cher à imprimer. Je ne suis pas trop dans le milieu de la photographie d’art contemporain parce que c’est un milieu que je n’aime pas. De temps en temps, je sors un recueil de mes photos chez un éditeur d’art contemporain, mais dans l’ensemble je passe mon temps à écrire mes romans. Et puisque mes romans marchent très bien, je peux en vivre sans problèmes. Je me rends compte qu’ils sont une manière de prolonger mon travail visuel et de faire surgir les images dans l’esprit du lecteur.

 

Vous vous intéressez à l’histoire du siècle dernier. Votre œuvre est, en quelque sorte,
une étude du passé et cherche à le reconstituer au travers de sources, de matériaux et de personnages réels de l’histoire. Votre récit porte aussi sur des événements et des personnages imaginaires. À tout cela, vous mêlez des histoires d’espionnage et votre propre histoire personnelle. De quelle manière Première station avant l’abattoir, paru aux éditions Seuil en France, et bientôt en version italienne aux éditions Gremese, en est-il un exemple?
C’est à la fois un bon exemple, mais aussi un exemple assez particulier car il est basé sur une personnalité bien précise, réelle. C’est celle de mon grand-père, George Slocombe, qui était un grand journaliste politique de l’entre-deux-guerres. J’ai eu quelques années pour le connaître car il est mort alors que j’avais dix ans. C’était une figure très impressionnante. On s’aimait beaucoup, j’étais son seul petit-fils. Son passé politique et historique m’intéressait beaucoup. À la fin de sa vie il est devenu historien. Il faisait les biographies de grands personnages historiques, mais il avait été surtout journaliste. Il avait fréquenté tout ce milieu politique de l’entre-deux-guerres. Il avait notamment interviewé Gandhi dans sa prison, ainsi que Hitler en 1931 à Munich. Il avait eu aussi des rapports assez étranges avec Mussolini qu’il avait rencontré la première fois en janvier 1922 à la Conférence de Cannes. Il avait été un des seuls à avoir interviewé Mussolini. À Londres quand il était tout jeune homme, mon grand-père avait connu beaucoup de réfugiés italiens révolutionnaires, en particulier Malatesta. Quand il a parlé à Mussolini de tous ces gens, que ce dernier avait connus car il avait été socialiste au début, ils se sont bien entendus grâce à cela. Chaque fois que Mussolini rencontrait mon grand-père dans des conférences internationales, il était toujours très aimable avec lui. Quelquefois il pouvait y avoir des dissensions, par exemple lorsque le député socialiste italien Giacomo Matteotti fut assassiné en 1924 par les fascistes, mon grand-père a été le meneur d’une sorte de grève des journalistes qui refusaient d’interviewer Mussolini en représailles aux crimes fascistes qui avaient eu lieu à cette époque-là au début de sa prise du pouvoir. Mais quoi qu’il en soit dans ses mémoires, que mon grand-père a écrits en 1936, donc assez jeune puisqu’il avait à peine 40 ans, il parle de Mussolini, de ses premières rencontres avec lui et de cette fameuse conférence de Gênes qui a eu une très grande importance puisque c’est la première fois que les délégués de la République soviétique venaient rencontrer des diplomates occidentaux pour essayer de résoudre tous les problèmes liés à la fin de la première guerre mondiale et également au remboursement des emprunts russes et des dommages de guerre. En faisant des recherches sur internet, je me suis rendu compte qu’à cette époque-là, mon grand-père non seulement connaissait ces gens-là, mais il semble qu’en tant que sympathisant communiste, il envoyait des informations secrètes à Moscou via Londres par son journal. Il était l’envoyé spécial à Paris du London Daily Herald, un quotidien de la vraie gauche des syndicats britanniques, qui avait donc de la sympathie pour la République soviétique. C’est extraordinaire parce que mon grand-père, bien évidemment, ne m’a jamais parlé de cela. C’est un peu un secret dans la famille. Mais moi, en tant qu’écrivain, je pouvais essayer de reconstituer tout ce voyage à Gènes qu’a fait mon grand-père et aussi ce qu’il raconte dans ses mémoires à propos de Hemingway, qui a fait le voyage en train avec lui et qui est descendu au même hôtel.

 

Les rebondissements sont nombreux, le rythme est délirant, on est au cœur de complots emmêlés, les personnages refusent tout compromis mais malgré ce tohu-bohu d’agents doubles, de trafics, d’espions, on comprend que vous connaissez très bien votre sujet. Rendre le sujet crédible demande-t-il des efforts ? Aimez-vous confondre le lecteur, lui rendre la lecture difficile?
Je ne veux pas rendre la lecture difficile, mais c’est vrai que pour bien comprendre ce livre, il faut avoir une certaine familiarité avec la situation politique, juste après la révolution russe, c’est-à-dire qui étaient les personnages principaux dans le gouvernement russe, quels étaient les enjeux et puis c’est l’époque de la montée du fascisme en Italie. On est au printemps 1922, la marche sur Rome a eu lieu en octobre de la même année, et puis il y a de nombreux émigrés russes blancs qui voudraient revenir en arrière, restaurer le tsar, faire des attentats contre les communistes et notamment les ambassadeurs soviétiques à l’étranger. Il y a également des tas de choses autour du pétrole. C’est une situation que je ne connaissais pas très bien. Je me suis beaucoup documenté, j’ai lu beaucoup de livres sur ce sujet, mais aussi des souvenirs d’autres journalistes, par exemple de gens que mon grand-père a connus comme le journaliste et écrivain américain Max Eastman, et puis aussi parce que c’est un roman d’espionnage, un roman pour divertir le lecteur. C’est un roman qui ne se prend pas totalement au sérieux. D’autres de mes livres sont plus graves. Celui-ci a un côté un peu rocambolesque, avec des rebondissements et des mystérieuses espionnes, mais la situation s’y prête, c’est-à-dire que mon histoire, quelque part, est une fantaisie par certains aspects, tandis que par d’autres, comme la plupart des personnages ont réellement existé ou d’autres auraient pu exister, j’ai essayé de rendre une histoire assez vraisemblable. Pour moi, il est important que j’y croie moi-même.

 

Première station avant L’abattoir est un titre alarmant. Le spie di Rapallo, l’est beaucoup moins. De votre part, comment a eu lieu le choix du titre pour la version française?
J’ai été très frappé à l’époque où j’ai écrit ce livre par une expression qui a été employée par l’écrivain français Céline qui est quelqu’un que je n’aime pas du tout à cause de ses prises de position hystériques contre les Juifs, mais il avait un don pour trouver des expressions comme celle-là et cette première station avant l’abattoir, qu’il a utilisée à propos des bistrots parisiens et des ouvriers français qui buvaient de l’alcool, donc l’abattoir c’était l’alcool en fait, convenait tellement bien à ce qui allait se passer, c’est-à-dire à la seconde guerre mondiale. Mon roman est normalement le premier d’une série où ce journaliste va vivre des aventures au travers des années ’20 et des années ’30, donc entre deux guerres, et tout le monde va se diriger vers l’abattoir. L’idée c’est que ce serait justement la première station, que ce livre-là serait la première station de plusieurs stations où on se rapproche de l’abattoir. Pour la France ça pouvait marcher ce titre, car c’est un peu intrigant, inquiétant et puis on parle d’abattoir. Par contre, mon éditeur italien m’a fait remarquer que ça ne disait rien du tout aux Italiens. Comme justement il y avait des choses qui pouvaient intéresser les Italiens dans ce roman, notamment la présence de Mussolini et le fait que ça se passe en grande partie à Gènes et à Rapallo, la délégation soviétique était logée dans un hôtel de luxe à Rapallo, il y a eu aussi le traité de Rapallo qui a été conclu entre les Russes et les Allemands à la grande déception des démocraties occidentales qui étaient stupéfaites, et puis il ne faut pas oublier le côté espionnage, j’ai donc trouvé que Le spie di Rapallo était un bon titre.

 

Pensez-vous parvenir à captiver les non-initiés car une telle lecture pourrait-être longue et affligeante?
C’est tout le challenge pour l’écrivain, c’est-à-dire de parler de choses réelles qui forcément nécessitent une certaine culture de la part du lecteur, mais en même temps d’essayer d’être le plus clair possible, de rendre une situation qui, dans la réalité était compliquée, la plus claire possible, puis jouer aussi avec cette tradition du roman feuilleton. Ca ne dit peut-être rien aux Italiens, mais les écrivains français comme Gaston Leroux, qui a créé le personnage du journaliste Rouletabille, ou Maurice Leblanc, qui a créé le fameux Arsène Lupin, ce sont un petit peu mes modèles pour cette série-là. J’ai aussi imaginé que, finalement, toute cette série avec mon personnage du journaliste Ralph Exeter, ce « double » de mon grand-père, serait une suite de manuscrits retrouvés dans une malle par un autre personnage et que ce sont des romans qui auraient été écrits dans une époque antérieure. Les romans de cette série auraient été écrits à la fin des années trente et au début des années quarante par le véritable journaliste qui cacherait son nom et qui aurait créé ce personnage de Ralph Exeter pour lui faire vivre des aventures. Certaines fois il inventerait et puis d’autres fois, il ferait une sorte de roman à clé où il raconte des choses qui se sont réellement passées, mais qui sont secrètes. Donc, c’est un peu ce jeu-là. Le personnage de Ralph Exeter est un homme à femmes, un séducteur, un alcoolique aussi. La première chose qu’il fait quand il arrive dans un hôtel ou quelque part, il se précipite vers le bar, et puis ce n’est pas un espion professionnel. C’est un espion amateur. J’avais eu l’idée au tout début du livre, qu’après tout mon grand-père aurait pu faire, qu’il garderait l’argent que les Russes lui payaient pour espionner les Français. Comme il était très bon journaliste, il inventait des informations politiques qui se réalisaient.
Les Russes étaient très contents de ces informations, prétendument secrètes, et il gardait l’argent pour payer sa vie nocturne à Montparnasse ainsi que les cadeaux à ses maîtresses. Mais comme il est un peu un espion amateur, quand il va vraiment rencontrer la police secrète soviétique qui accompagne les diplomates russes à Gênes, il a quand même un peu peur parce qu’il redoute d’être démasqué, et puis c’est vrai que la police secrète soviétique, la fameuse Tchéka, qui s’appelait le Guépéou, c’est quelque chose d’assez terrifiant. J’utilise les méthodes du Guépéou, celles de torture. Elles sont utilisées assez fidèlement dans le livre. Par certains aspects, c’est très réaliste, mais pour un but de divertissement en même temps.

 

En termes de choix d’édition, y a-t-il une raison pour que vous passiez d’une maison d’édition à une autre ?
C’est un peu le hasard de l’existence. Évidemment, j’ai des confrères écrivains qui sont fidèles à une seule maison d’édition. Mais moi, je suis quelqu’un qui tient beaucoup à sa liberté. Je n’aimerais pas être prisonnier des rapports de fidélité absolue qu’exigerait de moi un éditeur. Comme que je connaissais beaucoup de gens en tant qu’illustrateur dans diverses maisons d’édition, je n’étais pas limité avec un seul éditeur, mais c’est aussi à cause de cela que j’ai commencé à être publié de plus en plus fréquemment au début des années 2000 par la Série noire chez Gallimard parce que je connaissais Patrick Raynal qui la dirigeait à cette époque-là. Mes trois premiers romans sont sortis chez eux et puis Patrick Raynal est parti. Il a eu des problèmes avec cette maison d’édition, donc il est parti chez Fayard. Je ne m’entendais pas bien avec le jeune nouveau directeur de la Série noire. Il était trop interventionniste, il voulait totalement changer le roman que j’écrivais pour eux à l’époque.
Je pense que le rôle d’un éditeur doit être d’améliorer, de faire des suggestions, ce n’est pas d’exiger de l’écrivain qu’il refasse de fond en comble tout le livre, surtout quand il n’y a pas vraiment de raison. Donc, j’ai suivi Patrick Raynal. Je m’entendais très bien avec lui, mais les livres chez Fayard ne se vendaient pas du tout, alors qu’ils se vendaient très bien chez Gallimard. Chez Fayard, ils en ont eu un peu marre. J’ai donc continué à publier chez d’autres éditeurs, à gauche, à droite. Comme mes livres, sans se vendre énormément, avaient quand même beaucoup d’intérêt et une très bonne critique dans la presse, différentes maisons d’édition voulaient m’avoir comme écrivain. Même si je ne faisais pas des best-sellers, ça marchait suffisamment bien pour qu’ils me publient. Donc à droite, à gauche, je cherchais la maison d’édition qui soit la meilleure. Du coup, je les ai presque toutes testées. Je connais les défauts et les qualités de sept, huit grandes maisons d’édition françaises. Et puis, je me suis installé. Il y a eu le Seuil, mais finalement aussi Robert Laffont. Pour moi c’est ce dernier qui est le meilleur éditeur.

 

Quel est selon vous le roman le plus abouti ?
C’est difficile de vous répondre parce que souvent on fait un livre extrêmement ambitieux, qu’on considère comme très abouti, et puis il se vend très très mal. On a juste un succès d’estime, quelques journalistes disent « Oh oui, c’est formidable ! » mais, au niveau des ventes, c’est quelque chose de ridicule, genre 900 exemplaires vendus. Et puis quelquefois, on fait un livre avec une histoire toute simple et forte, mais vraiment simple, on écrit seulement deux cents pages et il a un succès incroyable. C’est arrivé à mon livre « Monsieur le commandant », qui d’ailleurs est sorti en Italie chez Rizzoli, « Signor comandante ». J’ai vendu 50.000 exemplaires, je ne m’y attendais pas du tout. Ce livre a été publié dans divers pays, dont en Italie, mais aussi en Angleterre, au Portugal, en Israël, en Grèce. On ne peut pas savoir. Quelquefois, il ne faut peut-être pas qu’un livre soit trop abouti, il faut être parfois très simple. Mon problème c’est que j’aime raconter des histoires riches, complexes. Donc, souvent autour de moi on me dit : « Mais non, fais un livre plus simple, plus rapide et, en plus, ça se vendra mieux ». Les sujets de mes derniers romans, ceux qui parlent de l’Occupation en France, sont très riches, très graves. Je pense que ce sont des sujets qui méritent d’avoir des livres relativement complexes.

 

Est-ce que ça demande des efforts ? Ca signifie que vous devez vous documenter, faire des recherches. C’est peut-être ce qui est plus stimulant.

Moi, j’aime bien apprendre des choses. Par exemple, la conférence de Gênes, je ne la connaissais pas du tout. Les débuts du fascisme et de la police secrète soviétique, je ne connaissais pas du tout non plus. Donc, j’avais envie de savoir. Je lis souvent des récits ou des journaux intimes de gens que je privilégie, plutôt que les gros livres d’histoire un peu ennuyeux qui, d’ailleurs, ne font que répéter souvent des erreurs. Je préfère trouver les textes de l’époque parce que ce sont eux qui donnent plus le feeling de la période. Il y a plus de détails vrais, de choses inédites que les gens ne connaissent pas. J’essaie de raconter l’histoire vivante, de faire vivre des espèces de fresques historiques, pour faire vivre justement des époques. C’est ce qui me plaît le plus. Je m’obstine à faire ce genre de livres. Ça commence donc à marcher.
Je termine en ajoutant que j’ai beaucoup voyagé quand j’étais plus jeune en Italie. C’est un pays que j’aime beaucoup. J’aimerais que le public italien puisse découvrir mes livres, ça compte énormément pour moi.

 

 

 

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Vito "Nik H." Nicoletti

Editor in Chief at Voce Spettacolo
Vito "Nik Hollywood" Nicoletti è Caporedattore di Voce Spettacolo. Si laurea in Giurisprudenza.
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