Di Berta Corvi

 

 

Il 16 gennaio scorso, a Parigi, abbiamo avuto il piacere di intervistare Jean-Pierre Orban a proposito del libro “Vera”, uscito in Francia nel mese di settembre 2014 (Mercure de France) e in Italia nel mese di aprile 2016 (Edizioni Gremese – traduzione italiana di Micol Bertolazzi)). Lo scrittore è vincitore del Premio del Libro Europeo, assegnato a Bruxelles l’8 dicembre 2015 da una giuria di giornalisti provenienti da diversi paesi europei e presieduta da Erri De Luca che, nel maggio 2016 a Roma, ha presentato il romanzo e reso omaggio all’autore. Vi proponiamo l’intervista.

Da dove scaturisce la Sua passione per la scrittura?
Risale a tempi lontani. A 12 anni, ho cominciato a scrivere quello che pensavo fosse un romanzo. Ho scritto due frasi, in seguito ho smesso. Mi sono aperto un varco nella scrittura alla maniera di Stevenson con L’Isola del Tesoro. Parlava dell’Africa dove, fra l’altro, ho trascorso la mia infanzia. Ho anche avuto una madre che scriveva. Aveva scritto un romanzo che decisi di pubblicare dopo la sua morte presso un editore parigino. È lei che mi ha trasmesso la passione per la letteratura.

 

Vera è un romanzo che affronta il tema dell’identità, dell’appartenenza, delle lingue, della ricerca di sé, della famiglia, delle radici. Si tratta di un omaggio alle Sue origini?
Sì, questo è in parte un tributo o meglio un debito nei riguardi delle mie origini. Io dico spesso che lavoro con il debito, un dovere verso l’Italia, paese dei miei nonni e di mia madre. Per altri libri ed altri lavori è un obbligo verso il Belgio, il paese di mio padre, dove ho vissuto gran parte della mia vita. Senza dimenticare quello verso l’Africa. Ho scritto delle cose, tra cui una rappresentazione teatrale sulla colonizzazione, quindi provo a cancellare i debiti, cerco di pagarli. Vera è un omaggio alle mie radici, ma penso che fondamentalmente sia rilevante il tema delle origini. Quando si hanno più identità, e io ne ho più di una, ci si pone la domanda: “Quale di queste adottare e quale paese scegliere?”, ed è proprio questo tema che caratterizza il personaggio di Vera. Lei si pone questo quesito, e cioè a quale paese, quale cultura, quale identità appartiene.

 

Si è ispirato ad una storia vera?
Mi sono ispirato, in parte, alla storia dei miei nonni che, tra le due guerre, erano emigrati in Belgio dall’Emilia-Romagna. Mi sono anche ispirato a mia madre, alle domande che si poneva lei stessa. Non volevo scrivere una storia puramente autobiografica. Così ho vissuto a Londra per otto anni e ho iniziato a ricercare gli stessi contenuti nella comunità inglese-italiana, a Londra in particolare. Li ho trovati proprio nella vecchia comunità italiana. Sono gli stessi concetti con storie prettamente inglesi, di cui una drammatica che si svolge all’inizio della guerra 39-45 riguardante uomini italiani arrestati in seguito ad una decisione di Churchill, proprio quando l’Italia dichiarò guerra. È una storia che termina con un naufragio. Ho voluto che tutti gli eventi, gli argomenti che conoscevo e le domande sull’identità e sull’appartenenza si svolgessero in Inghilterra.

 

Secondo Lei, a partire da quando si è integrati in una nazione?
Questa è una domanda pertinente che ci si pone sempre di più. Si cambia nazione con maggior facilità, l’emigrazione è più frequente. È un secolo di migrazioni. L’integrazione si pone in maniera più sentita. Da quando si è integrati? In Gran-Bretagna si racconta una storia. Un deputato conservatore diceva che nelle partite di cricket gli immigrati pakistani erano integrati dal momento in cui, in una partita tra il Pakistan e la Gran-Bretagna, difendevano l’Inghilterra e non il loro paese d’origine. Si tratta di uno scherzo, ma qui notiamo come gli emigrati algerini, in una partita tra l’Algeria e la Francia, difendono talvolta l’Algeria. È un modo di vedere le cose. Credo che essere integrati non significhi rinnegare le proprie origini. Vuol dire vivere dove si è in perfetta armonia con il paese di accoglienza, ma senza rinnegare le proprie origini. Penso che non si debba perdere la propria cultura di partenza, ma questo non significa che non possiamo vivere in armonia con gli altri avendo regole comuni. Entrambi non sono incompatibili. Oggi notiamo in alcuni paesi che gli immigrati abbandonano completamente le proprie origini. Non penso debbano farlo.

 

Prima di pubblicare Vera, l’ha fatto leggere a qualcuno che conosce?
Sì, l’ha letto mia moglie. Lei legge sempre quello che scrivo. A che punto inizia a farlo? Dipende. È complicato far leggere, sapere quando sottoporre il proprio romanzo alla lettura. Ha letto diverse versioni, perché io ne scrivo sempre tante. Poi ho fatto leggere il manoscritto alle mie figlie e ad amici. In particolare a un amico storico italiano che vive a Parigi e che, fra l’altro, aveva redatto la sua tesi di laurea a Torino sulla classe operaia sotto il fascismo. In questa maniera ho potuto avere una prospettiva storica. Ora faccio sì che si prenda conoscenza del contenuto dei miei scritti solo alla fine, altrimenti si rischia di modificare l’orientamento generale del romanzo. Bisogna arrivare alla fine della scrittura. I punti di vista sono diversi. C’è il rischio che si metta in discussione ciò che è scritto. Credo che un romanzo abbia un significato solo a scrittura ultimata. È importante che tutto sia scritto per avere un senso generale e completo e non di ogni elemento.

 

Vera ha ottenuto “Il premio del Libro Europeo 2015”, come ha accolto questo riconoscimento?
Si tratta di un premio annuale che ricompensa un libro il cui tema è legato all’Europa. È stato attribuito al Parlamento Europeo a Bruxelles partendo da libri provenienti da tutto il continente. Dapprima sono stato sorpreso che il mio romanzo fosse stato selezionato, successivamente ho provato un’immensa gioia per il riconoscimento che gli è stato tributato. Il premio europeo è arrivato dopo tanti altri, ma è quello che mi ha fatto più piacere perché credo fortemente nell’Europa, anche se oggi non sta andando molto bene. Ci sarebbero molte critiche da fare, ma credo che questo sia una delle più belle speranze del 20esimo secolo in questa zona geografica. Mi piaceva la dimensione europea di questo premio prestigioso.

 

Quale libro Le è piaciuto in questo ultimo periodo?
Ci sono due libri di scrittori che conosco che, di recente, mi sono piaciuti. Uno è “Autopsie d’un père” di Pascale Kramer edito da Flammarion che non ha avuto il successo che meritava. Parla di contemporaneità, la scrittura è finissima. Un altro libro che ho trovato molto interessante risale al 2013, ma l’ho letto dopo. È “Il faut beaucoup aimer les hommes” di Marie Darrieussecq. La conosco, c’è anche questo che influisce ovviamente nell’esprimere il mio giudizio. Vedo la persona attraverso il romanzo, il suo punto di vista, la sua sensibilità. Il libro parla di Africa, argomento che mi sta a cuore. È una storia d’amore, molto sottile, un po’ dolorosa. Si tratta di due libri recenti di donne che mi piacciono.

 

 

 

Interview de l’écrivain Jean-Pierre Orban

Le 16 janvier dernier, nous avons eu le plaisir de nous entretenir à Paris avec Jean-Pierre Orban autour du livre « Vera », sorti en France en septembre 2014 aux éditions Mercure de France et en Italie en avril 2016 aux éditions Gremese, sous le même titre. Le Prix du Livre Européen lui a été décerné à Bruxelles le 8 décembre 2015 par un jury de journalistes européens présidé par l’écrivain Erri De Luca. En mai 2016 à Rome, ce dernier a présenté le roman et rendu hommage à l’auteur. Voici les propos que nous avons recueillis lors de notre interview.

 

D’où vient la passion pour l’écriture?
Elle est très ancienne. J’ai commencé à écrire ce que je pensais être un roman quand j’avais 12 ans. J’ai écrit deux phrases, puis j’ai arrêté. ça commençait comme L’île au trésor. ça parlait de l’Afrique parce que j’y ai passé mon enfance. Et puis, j’avais une mère qui écrivait. Elle avait écrit un roman que j’ai publié après sa mort chez un éditeur parisien. ça m’a donné la passion de la littérature.

 

Vera, c’est un roman qui traite du thème de l’identité, de l’appartenance, des langues, de la quête de soi, de la famille, des racines. Est-ce un hommage à vos origines ?
Oui, c’est en partie un hommage ou une dette. Je dis souvent que je travaille par dette, une dette à l’Italie par exemple. C’est le pays de mes grands-parents, de ma mère ou alors pour d’autres livres et d’autres travaux, il s’agit d’une dette à la Belgique, qui est le pays de mon père, où j’ai vécu une grande partie de ma vie, à d’autres moments une dette à l’Afrique. J’ai écrit des choses, notamment une pièce de théâtre sur la colonisation, donc j’essaie d’apurer les dettes, j’essaie de les payer. Vera est un hommage à mes origines, mais aussi je pense fondamentalement que c’est une question sur l’identité et sur l’origine. Je pense que lorsqu’on a des identités multiples, et j’en ai, se pose la question de savoir à quelle identité, à quel pays, à quel territoire on appartient, et c’est vraiment cette question-là que j’ai mise dans le personnage de Vera. Elle se pose ces questions-là, à quel pays, quelle culture, quelle identité elle appartient.

 

Vous êtes-vous inspiré d’une histoire vraie ?
Je me suis inspiré, en partie, de l’histoire de mes grands-parents, qui avaient émigré en Belgique de la région Émilie-Romagne entre les deux guerres. Je me suis aussi inspiré de ma mère, des questions qu’elle se posait elle-même. La seule chose, c’est que je ne voulais pas faire quelque chose d’autobiographique pur. J’ai vécu à Londres pendant huit ans et j’ai commencé à rechercher les mêmes questions dans la communauté italienne anglaise ou britannique, à Londres en particulier, et là-bas j’ai trouvé des histoires. Il y a une communauté italienne ancienne. J’ai retrouvé les mêmes questions avec des histoires typiquement britanniques et, en particulier, une histoire dramatique qui se passe au début de la guerre 39-45 où les hommes italiens ont été arrêtés par une décision de Churchill au moment où l’Italie a déclaré la guerre. Cette histoire se termine par un naufrage. J’ai voulu replacer tout en Angleterre, ainsi toutes les questions que je connaissais, les questionnements sur l’identité, sur l’appartenance.

 

À partir de quand, pensez-vous que l’on est intégré à une nation ?
C’est une grande question de plus en plus aigüe. De plus en plus on change de pays. C’est un siècle de migrations. À partir de quand est-on intégré? Vous savez, il y a une histoire qui se raconte en Grande-Bretagne. C’est un député conservateur qui disait que les immigrés pakistanais étaient intégrés à partir du moment où dans un match entre le Pakistan et la Grande-Bretagne ils défendaient l’Angleterre et pas leur ancien pays. C’est une boutade mais on voit que, par exemple, ici les émigrés algériens, dans un match entre l’Algérie et la France, défendent parfois l’Algérie. ça c’est une façon de voir les choses. Moi, je pense qu’être intégré, ça ne veut pas dire renier ses origines. Ça veut dire vivre là où on est, en parfaite harmonie avec le pays dans lequel on vit, mais sans renier ses origines et les deux sont possibles. Je pense qu’il ne faut pas perdre sa culture de départ, mais ça ne veut pas dire qu’on ne doit pas vivre avec les autres dans des règles communes. Les deux ne sont pas incompatibles. Aujourd’hui on constate dans certains pays que les immigrés abandonnent complètement leurs origines. Je ne pense pas qu’il faille le faire.

 

Avant de publier Vera, l’avez-vous faire lire à quelqu’un de votre entourage ?
Oui, je l’ai fait lire à mon épouse. Elle lit toujours ce que j’écris. À quel moment, ça dépend. C’est compliqué de faire lire, de savoir à quel moment faire lire. Elle a lu différentes versions parce que j’en écris toujours plusieurs. Ensuite j’ai fait lire mon manuscrit à mes filles aussi et puis à des amis, ainsi à un ami historien italien qui vit à Paris et qui, d’ailleurs, a fait sa thèse à Turin sur la classe ouvrière sous le fascisme. Donc j’avais ce point de vue aussi historique. J’essaie maintenant de faire lire à la fin seulement parce que sinon ça risque de changer l’orientation générale du roman. Il faut aller au bout de l’écriture. Les points de vue sont différents et ils peuvent mettre en doute ce qu’on écrit. Je pense qu’un roman ne prend sens qu’à la fin. Il faut que tout soit écrit pour avoir une idée de la nécessité ou non de chaque élément.

 

Vera a obtenu « Le prix du Livre Européen 2015 », comment avez-vous accueilli ce prix ?
C’est un prix annuel qui récompense un livre qui parle de l’Europe et qui est accordé au Parlement Européen à Bruxelles parmi des livres de toute l’Europe. J’ai été d’abord surpris qu’il ait été sélectionné et ensuite très heureux qu’il ait reçu le prix européen après en avoir obtenu plusieurs autres. C’est le prix qui m’a fait le plus plaisir car je crois énormément à l’Europe même si aujourd’hui ça ne va pas très bien. Il y a plusieurs critiques à faire, mais je pense que c’est l’un des plus beaux espoirs du 20ème siècle dans cette zone géographique en tout cas. La dimension européenne de ce prix prestigieux me plaisait.

 

Quel livre vous a beaucoup plu récemment ?
Il y a deux livres d’écrivains que je connais, qui m’ont beaucoup plu récemment. Il y en a un qui est de Pascale Kramer. Il n’a malheureusement pas eu le succès qu’il méritait: « Autopsie d’un père » chez Flammarion, qui parle de l’époque contemporaine. Il est d’une écriture très fine. Un autre livre que j’ai beaucoup aimé et qui date de 2013, mais que j’ai lu plus tard « Il faut beaucoup aimer les hommes » de Marie Darrieussecq. Je la connais et bien évidemment ça joue aussi. C’est que je vois la personne à travers le roman, son point de vue, sa sensibilité. Le livre parle de l’Afrique, sujet qui m’intéresse beaucoup. C’est une histoire d’amour, très sensible, un peu douloureuse. Ce sont deux livres récents de femmes que j’aime bien.

 

 

 

 

 

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Vito "Nik H." Nicoletti

Editor in Chief at Voce Spettacolo
Vito "Nik Hollywood" Nicoletti è Caporedattore di Voce Spettacolo. Si laurea in Giurisprudenza.
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