Intervista con il cantante Omar Pedrini

Di Valentina Gemelli

Omar se ti dico “Che ci vado a fare a Londra” cosa mi rispondi?

Me lo chiedo anche io, alla mia età, ma essendomi nutrito di musica inglese ( Who, Weller, Oasis, Beatles, Clash) è un richiamo troppo forte.

E’ stato il tuo ritorno discografico. Ma ti occupi anche di altro, è difficile conciliare tutto?

Si, è vero. Dopo la prima operazione al cuore, per fortuna avevo tante passioni che ho trasformato nel mio piano B: Tv, radio, cinema, teatro, poesia. Poi, da dieci anni, la docenza in Cattolica. Mi hanno tenuto vivo, al di là della musica, che è come mia moglie. Le altre sono amanti.

Un salto nel passato. Anni 90, i Timoria sul palco del Festival di Sanremo con la canzone “L’uomo che ride”. Il primo ricordo che ti viene in mente?

Il primo Sanremo 1991. Ricordo la reazione contraria dei fans più accesi che temevano che uno dei gruppi di punta del rock italiano si fosse venduto. Nessuna band rock ( oggi diremmo indie) prima di noi andò al Festival. Invece presentai L’uomo che ride, canzone prog rock ispirata a Hugo. Dei pazzi. E fummo eliminati subito. Ma la critica istituì, per la prima volta, il Premio della critica per i giovani, per ripagarci della delusione ( i fans capirono la missione). Da allora molte rock band alternative hanno calcato quel palco ( Bluvertigo, Afterhours, Subsonica). Aprimmo una strada ed ogni anno, quando conferiscono il premio della critica ai giovani, mi sento bene. E’ un’eredità rimasta concreta nel tempo.

Luzzato ha affermato : “Pedrini è il nuovo Fossati”. Ti piace questo accostamento?

Beh, è uno stimolo. Ivano proveniva da una Band ed ha svoltato in cantautore profondo, ma con quel background. Il disco Vidomar è un tentativo in quella direzione ma, per ora, ho capito che il mio spirito è ancora troppo selvaggio e, comunque, Ivano resta un riferimento per me.

Ad un certo punto della tua vita ti sei dovuto fermare. “Ma la vita è come una mischia di rugby, prendi calci, gomitate nei denti e sprofondi con la faccia nel fango. Ma, poi, ti rialzi e ricominci a correre più forte di prima”. Quanto sei cambiato?

Vivi come fosse l’ultimo giorno, studia come non dovessi morire mai. Era già un insegnamento che, fortunatamente, è forte dentro me, imparato con monaci buddisti e con gli indù. Ho solo accentuato un po’.

So che sei anche un appassionato di vino. Primitivo o Malvasia?

Beh, essendo italiano, la scelta è difficilissima. Abbiamo vitigni celeberrimi e piccoli miracoli di vini autoctoni. Direi Primitivo, comunque. Quando passo tra la Basilicata e la Puglia non manco di assaggiarne.

Vito
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