Intervista con il Dj e Producer BLACK LEGEND

Abbiamo intervistato il famoso Dj e Produttore Black Legend. Di seguito l’intervista per voi lettori! (di Michele Valente)

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Ciao Ciro! Grazie per essere ospite su Voce Spettacolo, per noi è un grande piacere.

 Raccontaci un pò, come è nata la tua passione per la musica e quali sono stati i tuoi trascorsi per arrivare ad essere un dj professionista?

 

Ciao a tutti e grazie a voi per l’ospitalità. Inutile dire che i miei trascorsi credo siano simili a quelli di chiunque altro abbia iniziato ad avvicinarsi al mondo della musica dance negli anni ‘80. Da teenager le prime festicciole, i dischi comprati in società con un amico, un piccolo service audio luci con un’altro amico, poi una gran passione per l’elettronica, oggetto dei miei studi scolastici, e intorno ai miei 18 anni il primo lavoro part time come installatore e manutentore di impianti per discoteche. Fù proprio grazie a quel lavoro che nel lontano 1988, al termine dell’allestimento di una discoteca estiva non lontana da dove sono cresciuto, seppi che il disc jockey della disco, e si allora di dj ce n’era uno solo per discoteca, aveva il giorno libero la domenica. Presi il coraggio a quattro mani e mi proposi, un piccolo provino ed ebbi il mio primo ingaggio in una vera discoteca. La mia carriera cominciò lì. Per raccontare i 27 anni successivi, queste poche righe non basterebbero, ma in breve, ancora appassionato di elettronica, quell’estate, mi autocostruii il mio primo campionatore che funzionava con l’ausilio di un computer Amiga  della Commodore, sperimantazione pura, che mi aprì però le porte del mondo della produzione. Insomma, ero un via di mezzo tra un nerd ed un hippy. Nel 1993, invitato da un noto produttore americano che conobbi in Italia durante un suo tour, mi trasferii per 2 anni a New York e fu lì che ebbi l’opportunità di ritrovarmi proprio nel cuore pulsante della scena house di allora, si perchè nei primi anni ‘90, se dicevi house music dicevi New York. Ristabilito in Italia, con il bagaglio di esperienza riportato dagli USA, aprii il mio studio, finalmente uno tutto mio, cominciai a collaborare con labels italiane come la Flying e la Time e da lì a poco, arrivò il successo di « You See The Trouble With Me », e nulla fù più come prima.

 

 

Sei un grande esponente a livello internazionale di musica house e di tutte le sue declinazioni e tendenze che negli anni si sono susseguite e continuano a farlo. Quali sono state le tue maggiori influenze musicali inizialmente e come vedi evolversi il panorama dance nel prossimo futuro?

 

In 30 anni di attività come dj e 26 come produttore, posso dire di essere stato influenzato un po’ da tutto. Qundo cominciai a comprare i primi dischi, l’house music non esisteva, si suonava di tutto, pop, rock, elettronica, disco, ma fin da piccolo ho sempre avuto questa inconsapevole attrazione per tutto ciò che era black e, con l’arrivo della prima house mi sono ritrovato a seguirne spontanemente il primo filone americano, quello che nasceva dalle ceneri del funk e della disco. Seguii volentieri anche la prima techno americana, quella di Detroit, quella che ancora trasmetteva quel feeling black fondamento della nascita della house music, ma con l’arrivo dell’ondata techno Belga ebbi un vero rigetto e, convinto del fatto che si stava perdendo il senso della « buona musica », mi impegnai nella ricerca delle radici di ciò che mi era sempre piaciuto e che tanto mi aveva fatto innamorare della house music. Comincia così a farmi una cultura musicale a ritroso, che mi portò a cominciare a collezionare una discografia fatta del meglio del funk e disco degli anni ‘70, che non nego poi essere diventata la più grande fonte di materiale da campionare per le mie produzioni.

Per il futuro non posso che prevedere ciò che già si è verificato tante volte nel corso degli anni. Considero la house music, insieme all’hip hop, l’ultima vera invezione in fatto di generi musicali. Dai primi anni novanta si è tornati ciclicamente a mescolare generi esistenti tra loro a seconda delle mode del momento, non a caso ci siamo ritrovati a categorizzare quella stessa house in così tanti sottogeneri da perderne memoria, vocal house, disco house, tech house, jacking house, jazz house e potrei continuare per ore. Cosa succederà allora nel prossimo futuro ? Nulla di nuovo, solo ciò che è già successo ma molto più velocemente, oramai i fenomeni musicali si bruciano in 6 mesi e i brani in 15 giorni, gioie e dolori del mondo informatizzato.

 

 

Inutile dirlo, il tuo grande successo globale « You See The Trouble With Me», del ’99, ha scalato presto le classifiche europee e mondiali, premiato con disco d’oro e disco di platino, con più di 2 milioni di copie vendute. Quanto sei legato a questo pezzo, che rimane un cult capolavoro nell’ambiente, e quali sono state le dinamiche con cui è nato?

 

Comincio da come è nato. Erano un paio di anni che il mercato viveva una delle suo prime crisi, arrivava il cd, il masterizzatore di cd, le prime connessioni internet. Fare dischi nel quotidiano non pagava più come prima e arrivò la necessità di arrangiarsi. Insieme ad un amico cominciammo a remixare classici disco in chiave house, dando inizio ad una serie di bootleg in vinile che distribuivamo in tutta europa. All’epoca, conservavo un floppy disc del mio Akai S950 che conteneva il sample delle percussioni di House Of God, brano al quale ero legato affettivamente dal 1991 quando lo suonai per 25000 persone al mio primo primo rave da dj, quell’asperienza mi segnò. Continuai a provare ad utilizzare quel sample per anni fino a quando decidemmo di remixare proprio quel brano di Barry White che mentalmente associai immediatamente alle percussioni di House Of God, oltre alla versione classica in chiave house, mi misi al lavoro su una versione dub che 7 ore dopo, dalla mezzanotte alle 7 del mattino, era finita e registrata su dat. Ad un primo riascolto mi sembrò una follia ma fu proprio quella dub version a diventare il successo che poi richiese mesi di lavoro di studio e di magement per consentirne la release ufficiale nel 2000. Il nome artistico « Black Legend » fu una scelata quasi forzata nel rispetto di quella leggend nera che era Barry White.

Inutile dire che questo disco ha di fatto segnato una pietra miliare nella mia carriera, e che mi abbia portato una notevole dose di notorietà, va detto però che degli aspetti negativi in situazione del genere ci sono sempre. Uno su tutti, il trovarsi catapultati in un mercato pop, dove le dinamiche e gli stimoli di cui vive un dj producer di musica house sono sconosciute a tutti, tutti vogliono una hit, fai un remix e deve essere una hit, fai un nuovo disco e deve essere una hit, ti dicono come farlo, quando farlo, dove farlo con chi farlo. Tutto ciò mi ha allontanato lentamente e inesorabilmente da quello che era il mio mondo, fino a qualche hanno fà, quando in un momento di nostalgia mi è venuta una gran voglia di tornare a fare ciò che mi piaceva, se non nel suono nello spirito, abbassando il profilo e tornando a vivere e respirare house music.

 

 

Hai prodotto diversi pezzi di successo, utilizzando anche altri pseudonimi quali J-Reverse, Cocobongo ed altri, suggerendo al tuo pubblico, di sicuro, una grande capacità di accogliere diverse sfaccettature stilistiche e di genere. Ti ritieni un artista eclettico ed in particolare come vedi i recenti sviluppi della dance che ha abbracciato i fenomeni dell’elettronica, in particolare del nord-Europa, in confronto all’house tradizionale?

 

Se intendiamo eclettico come sinonimo di anti-noia allora sì, lo sono. Non sopporto la ripetitività, ho rimorsi se propongo in un mio dj set 10 brani che ho suonato nella serata precedente, non riesco a conformarmi ad un sound o ad un altro nel produrre un brano, sono convinto che la creatività debba essere libera espressione dello stato d’animo del momento. Se per fenomeno dell’elettronica nord-Europea intendi quindi ciò che chiamano oggi EDM, allora non posso che parlarne male, non per quello che era in principio, ma per quello che è diventato e per quello di cui sta morendo.

 

 

Che rapporto hai con la tecnologia e con i mezzi con cui i dj si esibiscono oggi, sempre più esasperatamente avanzati? Credi che la tecnologia sia un bene per quelli che fanno il tuo mestiere, oppure ritieni che l’ ”old school” vada preservata in qualche modo?

 

In certi casi si sfiora l’eccesso è vero, ma a 45 anni, lascio quelle polemiche sterili che vanno tanto di moda sui social network a chi evidentemente, ad una certa età, si rende conto di essersi perso più di qualche step intermedio. Nel 2016, con 1500 nuove uscite al giorno per genere su Beatport, il problema non è come miscelarle e su che supporto proporle, ma prima di tutto selezionarle, l’unico vero grande lavoro di un dj che si possa definire tale. Di fronte una pista gremita, la differenza di certo non la tecnologia usata, ma ciò che esce dalle casse. Preservare quindi? Certo! Ogni tanto anche io riordino la mia collezione di vinili e do una spolverata ai giradischi, poi aggiorno il mio Rekordbox con la nuova musica che ho scelto, sincronizzo le pendrive (una è di scorta) e parto per la serata. Menomale che non volevo fare polemica!

 

 

Come giudichi l’Italia nel panorama dance moderno e, se dovessi fare un appunto al nostro paese, in cosa ritieni che possa migliorare per tener testa ai grandi artisti internazionali, peraltro molti di loro ben sostenuti soprattutto da un punto di vista di immagine?

 

Da buoni Italiani siamo sempre pronti a criticare tutto ciò che è nostrano. Bisogna prendere atto del fatto che continuiamo ad esportare il nostro talento in tutto il mondo, come abbiamo sempre fatto del resto, senza stare a fare nomi, la lista sarebbe lunga. Parlo ovviamente della scena house, tech house e techno che più direttamente mi riguarda. Buona parte delle classifiche degli stores settoriali, sono zeppe di produzioni Italiane, molti dj Italiani passano più tempo a lavorare in giro nel mondo che a casa loro. Uno dei vantaggi che mi dà lavorare all’estero, è proprio una visuale allargata su questi temi, spesso non ci rendiamo conto del prestigio di cui godiamo fino a quando non andiamo a farcelo dire di persona.

 

Su cosa stai lavorando al momento e quali sono i tuoi progetti futuri?

 

Qualche ora fa ho finito la masterizzazione del mio remix per il singolo “Crazy” di Eddie Amador e Dany Cohiba che uscirà sull label di Marshal Jefferson Freakin909, sto concludendo la produzione di un singolo in collaborazione con la top vocalist Katherin Ellis dal titolo “Go Hard”, sono invece in attesa della release su Matinèe Music di un brano fatto a 4 mani con Dany Cohiba intitolato “Feels Good”. Sul fronte delle serate, il quadro è in continua evoluzione, ma su tutte sono in attesa della conferma per tornare in Asia a marzo, questa volta in Cina ed ho già ricevuto conferma per alcune date ad Ibiza ancora top secret. Nell’immediato invece, martedì 12 gennaio sono al Fidelio by The Club a Milano per la one night Rabbitland.

 

Grazie Ciro, sei stato gentilissimo. Noi di Voce Spettacolo ti auguriamo i migliori successi per il futuro e per la tua vita.

 

Grazie a voi! E’ Stato un piacere! A presto!

 

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Michele Valente

Editor in Chief at Voce Spettacolo
Michele Valente è Editor in Chief di Voce Spettacolo. Laureato in Economia Aziendale all'Università di Parma, si occupa di Spettacolo e soprattutto di ambiti legati alla musica e NightLife. Una delle sue peculiarità è intervistare dj famosi nel mondo.
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