Intervista con il regista. Mimmo Mongelli

Il nostro Gianfranco De Cataldo ha intervistato il regista Mimmo Mongelli. Di seguito l’intervista esclusiva rilasciata per voi lettori!

 

Ciao Mimmo! La prima domanda. Un tuffo nel passato. Da bambino dicevi… “da grande farò”…?

Sì, da bambino di 24 anni decisi che avrei fatto il regista.

Tanti pensano che fare il regista sia fare solamente soldi, in realtà è soprattutto passione con tanti sacrifici, raccontaci come nasce la tua…

E’ solo passione, perché quello che guadagni lo vuoi subito investire in altre opere da realizzare, che sia teatro o che sia cinema. E’ la passione di raccontare, di far riflettere, di far conoscere le tue idee attraverso storie che ti inventi. E’ il piacere di partire da un’ideuzza e poi intorno a quella di costruire una casa prima, un palazzo poi. Idee che fermentano, non c’è niente di più esaltante. Ecco, questa è la passione al suo stato originario, poi cè la tecnica, l’esperienza. Anche queste sono frutto di passione, perché devi coltivarle, come le tue idee, perchè serviranno a fare meglio.

Secondo te come è possibile scrivere ancora cinema di qualità?

Smetterla con i clichè, con l’inseguire il botteghino, raccontare qualcosa che ti viene dal profondo, che senti che urge, che non è un’escamotage per avere pubblico. Sia chiaro: il pubblico ci vuole, ci piace e tanto, ma non dobbiamo accontentarlo, dobbiamo intepretare quelle che sono le sue esigenze di domani, forse di dopodomani, non quelle di ieri, che fanno sicuramente ancora cassa, magari, ma che non portano né il pubblico, né il cinema nel futuro. Il cinema, anche se è industria o artigianato industriale, resta arte, l’arte contemporanea per eccellenza, non è il calendarietto con le barzellette e le signorine in pose osè, che un tempo si trovava dal barbiere.

Il lavoro del regista oggi.

Fare carte per trovare sostegno alle proprie idee. Un paradosso, ma non tanto lontano dal vero. Tutto è burocrazia, carte, timbri, preventivi, budget, pubbliche relazioni con il “signore” di turno… Film Commission, Regione, Ministero, Unione Europea e così via, in una giostra kafkiana da incubo. E poi ci chiediamo perché il cinema italiano è in gran parte, eccetto rarissimi casi, finito? La produzione cinematografica è il regno delle scartoffie e degli intrallazzi, i suoi sovrani sono i ragionieri e i traffichini. L’arte? L’arte grazie a Dio si può fare anche con poco, pochissimo, se è vera arte, poi però devi faticare tantissimo per farla conoscere. Sarebbe quindi meglio che si facesse meno carta e più arte, sin dai primi passi, sin dalla produzione. Se guardiamo ai grandi maestri italiani del passato, avevano anche loro a che fare con le due suddette categorie umane (ragionieri e traffichini), ma costoro erano solo gregari del produttore illuminato (e l’Italia ne ha avuti di veri!) e del regista.

Come nascono le tue idee?

Le idee nascono dall’abbandono, da uno stato di grazia, in cui riesci a calarti e quando ti vengono, sembra che il cielo sia sceso su di te. Se riesci a mantenere questo stato anche in lavorazione e fino alla fine, hai vinto il tuo demone: il tuo ego, che se prende il sopravvento rovina tutto. L’ego vuole fare come dice lui e cambiare le cose che invece ti sono venute da una strana connessione tra te e il tutto e che in un momento particolare ti si sono concretizzate davanti agli occhi.

Per quale tuo lavoro nutri maggiormente affezione?

“La casa delle donne”, il mio primo lungometraggio è stata un’esperienza straordinaria. Ero al primo film vero e quello che sono riuscito a realizzare è stato straordinario, anche solo per me. Col tempo quel lavoro sta riscontrando, grazie alla potenza del web, un risultato incredibile: 4 milioni e 500 mila visualizzazioni in 3 anni, che dimostra che la ricerca e quello che volevamo dire con quel film allora, pur parlando del passato, parlava al futuro. Quindi è stato un’opera concepita con uno spirito giusto.

Quale invece ti ha dato filo da torcere?

Il prossimo.

Un film che avresti voluto dirigere.

Il prossimo.

Tv,cinema , teatro …o altro : dove ti trovi piu’ a tuo agio?

Tv ne ho fatta poca e mi dispiace. Teatro e Cinema sono linguaggi che frequento meglio. Io sono un animale da palcoscenico, nel senso che il teatro mi appartiene profondamente, lo decodifico con più prontezza, ma il linguaggio cinematografico mi affascina sempre di più.

Raccontaci qualche aneddoto o retroscena dei tuoi lavori e delle tue esperienze passate.

Un aneddoto teatrale. C’è uno spettacolo a cui sono molto legato, “Ella”, un testo di una specie di carmelo Bene bavarese, Herbert Achternbusch. Un testo molto forte, che parla delle psicopatologie di un figlio che si crede la madre e la rappresenta, con lei che gli fa da pubblico, in un ambiente degradato al massimo. Tipo Psyco di Hitchcock. Il figlio lo faceva un grande attore, Totò Onnis. Bravissimo! Era irriconoscibile, sembrava veramente un altro individuo in quella tuta lacera… Una particolarità: il testo, dal bavarese lo facevamo in barese strettissimo, dando così una drammaticità altissima a tutta la vicenda. Lo facemmo ottenendo successi ovunque. Poi, Nico Garrone, uno straordinario critico teatrale, il compianto papà di Matteo, ci mandò ad un festival in provincia di Siena. Arrivammo con l’auto carica di cianfrusaglie, oggetti degni del degrado della situazione che raccontavamo e le due galline vive che erano in scena con noi, tra la costernazione di quelli del Festival che ci videro scaricare autentici rifiuti. Sicuramente pensarono:”Ma che pezzenti sono questi qui che ci portano queste porcherie, recitano in barese qualche loro farsaccia e poi vogliono pure essere pagati?” Era un teatro all’aperto. La sorte volle che venisse a piovere a dirotto. Allora ci dovemmo trasferire nel palazzo comunale, in un locale interrato, abbastanza ampio, dove riallestimmo lo spettacolo. Lì, diversamente che in teatro, il pubblico ci era addosso, condivideva lo spazio con noi (io facevo la madre muta), era con i piedi tra quella poltiglia di sterco di galline, giornali, piume, fondi di caffè… Quando Totò cominciò a recitare, si creò una tensione surreale, un clima di tragedia greca da toccare con mano, una disperazione patetica che coinvolse tutti gli spettatori. Alla fine, dopo il suicidio per veleno del figlio, il pubblico saltò in piedi e applaudì freneticamente per un tempo infinito, poi ci venne a toccare, come se fossimo dei taumaturghi e gli organizzatori del festival non smisero di ringraziarci fino a quando, caricata l’ultima carabattola, non ce ne partimmo per Bari, da dove, la mattina stessa, eravamo partiti. Chi lo sa ancora tutto questo: io, Totò, forse qualche spettatore presente e qualche organizzatore? Ma che importa? Solo il ricordarlo è una grande emozione che mi fa andare avanti.

Le cose da fare e quelle da evitare durante le riprese.

Arrivare con le idee molto chiare ed essere pronti a metterle in discussione, purchè non si cambi la natura di fondo del progetto.

Honeymoon : raccontaci la tua esperienza sul set come attore.

Goran Paskelevic lo avevo conosciuto grazie ai mei amici produttori albanesi, una volta che erano venuti a Bari, durante la preparaz ione del film. Goran è un uomo libero, intelligente, colto, di grande umanità. Familiarizzammo subito. C i trovammo simpatici. Durante la lavorazione del film, ebbero bisogno di un attore, che interpretasse un ufficiale di polizia di frontiera, presente allo sbarco dei protagonisti albanesi. Mi chiese di farlo. E’ stata una bellissima esperienza, anche se, per esigenze di copione, ho dovuto fumare tante di quelle sigarette, una per ogni ciack, che alla fine dovetti disintossicarmi per ore. Goran è veramente un grande regista.

Cosa consigli agli aspiranti registi?

Di non fermarsi solo alle istruzioni della telecamera; di non mettersi con il telecomando a fare avanti e indietro per studiare le inquadrature dei maestri e quindi poi imitarli pedissequamente; soprattutto di sentirsi liberi di pensare, di sperimentare, di sbagliare.

Progetti futuri?

Ora ho a cuore un progetto cinematografico a cavallo tra psicologia, fisica e metafisica : « Sarah, la donna dell’auto ».

Manda un saluto ai nostri lettori.

Spero di conoscervi uno ad uno. A presto.

 

Walter Nicoletti
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