Intervista con l’attore. Elio Germano

di Emanuela Del Zompo.

“Nel corso della storia, il mio personaggio ha una maturazione. Nel film Alaska, Fausto non riesce a controllare le sue emozioni: è un’istintivo”.

ELIO GERMANO

 

Di per sé, il film è una corsa ad ostacoli dei personaggi, alla ricerca della felicità.

Loro imparano a proprie spese che i sentimenti che ritengono scomodi alla realizzazione delle loro carriere, sono in realtà la loro salvezza.

I personaggi che ruotano intorno a Nadine e Fausto sono elementi chiave per la crescita dei protagonisti.

La storia ha una struttura circolare infatti il finale ci riporta alla fase iniziale del film con i ruoli invertiti.

Nadine nella storia è una donna forte e moderna che non si appoggia sull’uomo.

Del resto continua Elio Germano, cerco di fare film sinceri: il film è una continua ricerca dell’amore attraverso l’ascesa sociale.

Rende felice l’amore o il denaro?

Il finale da una risposta chiara. Pensiamo che scavalcare gli altri per il successo ci renda felici, ma i protagonisti di questa storia scoprono sulla propria pelle che è meglio dare che prendere. il successo non riempie la vita. Stiamo meglio quando facciamo qualcosa per qualcuno. Il messaggio del film è che alla fine del viaggio, ti chiedi cosa questo ti ha insegnato!

 

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Alaska

Questa è la storia di due persone che non possiedono nulla se non loro stessi. Non hanno radici, non hanno neanche un posto dove sentirsi a casa. Si conoscono per caso, sul tetto di un albergo a Parigi, e già a partire da questo primo incontro si riconoscono: fragili, soli e ossessionati da un’idea di felicità che sembra irraggiungibile. Fausto è italiano ma vive a Parigi, lavorando come cameriere in un grande albergo. Nadine invece è una giovane francese, e possiede la bellezza commovente dei suoi 20 anni. È fragile e allo stesso tempo determinata, viva e pulsante come solo a quell’età si può essere. Il destino avrà in serbo non pochi ostacoli e sorprese per questo amore. Fausto e Nadine continueranno a incontrarsi, a perdersi, a soffrire ed amarsi per scoprire, alla fine, che tutte queste avventure erano solo una parte del loro grande amore Fausto e Nadine si incontrano per caso, sul tetto di un albergo a Parigi.

Fausto è italiano ma vive, o per meglio dire sopravvive, a Parigi, nella speranza che un giorno la vita gli offra qualcosa di meglio del nulla che ha ricevuto in eredità. Lavorando come cameriere in un grande albergo, ogni giorno assiste allo spettacolo vano e affascinante della ricchezza degli altri, sentendosi ingiustamente respinto ai margini e coltivando il sogno, a prima vista velleitario, di sollevarsi al di sopra di un’esistenza marginale fatta di ordini ricevuti e notti insonni. Nadine invece è francese e possiede la bellezza commovente dei vent’anni. È fragile e allo stesso tempo determinata. Nella ferocia dell’ambizione di Fausto, Nadine vede qualcosa della propria fragilità. Nella delicata inquietudine di Nadine, Fausto riconosce la sua stessa solitudine. Il sentimento di dover essere qualcosa d’altro, di dover avere qualcosa di più, li lega dall’inizio alla fine della loro storia: una storia lunga cinque anni, durante la quale entrambi conosceranno, in momenti diversi, gli abissi più neri della disperazione e le vette più alte dell’affermazione sociale. Troveranno la felicità sognata proprio dove non immaginavano: non nell’acquisizione di denaro, successo e posizione economica, ma nella capacità di offrire la propria vita per amore. La storia di Fausto e Nadine è molto di più di una tradizionale storia d’amore: parla infatti di quella stessa ossessione, rapacità e folle ambizione che sta nel cuore del tempo che viviamo, parla di un mondo in cui pochi hanno tutto, e i molti che non hanno nulla non fanno altro che guardare verso quel centro che brilla di luce falsa, convinti di non essere niente e di non valere niente finché non riusciranno a occuparlo. Non c’è un giudizio, in questa storia, sull’ambizione che anima la vita dei protagonisti. Non c’è una morale prefabbricata. C’è la vicinanza, lo sguardo colmo di empatia nei confronti di chi persegue con tenacia un obiettivo illusorio e cerca di avere di più perché non ha altro modo di declinare la propria esigenza di essere riconosciuto e amato.

La storia è inserita in un contesto europeo, dinamico, dove i fatti della vita portano gli esseri umani a continui spostamenti sia geografici sia esistenziali, come in una giostra infernale dalla quale è impossibile scendere. Poter girare il film anche all’estero significa soprattutto questo, ma è anche un passo importante verso la costruzione di storie che non siano solo italiane, o lombarde o venete: storie europee, poiché negli ultimi anni è sempre più chiaro che tutto è connesso e che la cosiddetta unità di luogo è diventata, per chiunque voglia raccontare una storia esemplare di questi tempi, una fastidiosa camicia di forza. La lingua parlata nel film è principalmente l’italiano ma, nonostante questo, c’è lo spazio per delineare un tessuto linguistico complesso, fatto di diverse inflessioni e diverse lingue. Anche questo aspetto, apparentemente marginale, costituisce un’importante risorsa espressiva e rappresenta con evidente plasticità il tema portante del film: lo sradicamento, la necessità di combattere, soli in un mondo crudelmente ostile, la battaglia per un’autoaffermazione tanto necessaria quanto effimera nei suoi risultati concreti.

Questo racconto vuole, con forza, essere una grande, epica storia romantica: la scelta tra il grande amore e le seduzioni del mondo sono temi che ci coinvolgono tutti e appartengono al sentire dei nostri tempi. Come nelle favole, la meta del viaggio si configura come un ritorno in se stessi, un ritorno a casa. Era necessario attraversare foreste e uccidere draghi, per scoprire che tutto quel viaggio, quello struggersi alla ricerca di una felicità sempre e soltanto intravista, non era che un errore da principianti. La quiete, la serena consapevolezza di sé, arriva alla fine come un ritorno a casa, un ritorno a quel sentimento potente da cui tutto è iniziato.

Walter Nicoletti
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