Intervista con l’attore. Sergio Vespertino

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Il nostro redattore Gianfranco De Cataldo ha intervistato l’attore Sergio Vespertino. Di seguito l’intervista esclusiva per voi lettori.

 

Ciao Sergio! E’ un vero piacere ospitarti sul nostro portale. Iniziamo dalla prima domanda. Un bel tuffo nel passato. Da bambino cosa sognavi di fare?

Inizio questa intervista con una risata, mi piace la domanda, e non posso che continuare a sorriderne intanto che scrivo… da bambino, come tutti i bambini, l’intera vita è un sogno. Ogni giorno la scoperta di qualcosa. Altrettanto forte ti giunge una delusione, ma per quanto possa essere un crollo, dura esattamente un giorno o poco meno. Da bambino sognavo ad occhi chiusi ma anche ad occhi aperti. Sognavo di volare, poter sollevare il corpo non so con quale forza del pensiero e guardare il mondo da un’ottica diversa. Sognavo di ridere sempre, e divertirmi con i miei amici. Sognavo storie fantastiche dove io ero sempre tra i protagonisti. Adesso, a ben pensarci, ho realizzato tutti i miei sogni. Anche quello di volare.

Cosa significa essere attori, oggi.

Non ho idea di cosa sia stato ieri, essere attori, e quali difficoltà o quali vantaggi, ma non voglio pensare tirando fuori questi poli opposti, poche righe non basterebbero. La vedo nel modo più puro, essere attore oggi come ieri significa dare al pubblico che assiste uno spettacolo una magnifica fonte di ispirazione! Non solo per lo spettatore ma anche per l’attore stesso, in ogni opera, lavoro, rappresentazione, ne trae spunto per la propria crescita interiore e la propria formazione.

Le soddisfazioni che ti sei tolto (un po’ di autocelebrazione non fa mai male!).

Piuttosto che scrivere “le soddisfazione che mi sono tolto” direi “che ho aggiunto”, cioè non tanto dimostrare agli altri, quanto la gioia di aver aggiunto a me stesso l’aver lavorato con dei grandi dello “teatro”: la mia genesi la devo a Pippo Spicuzza e ne riconosco la paternità. Poi tuccio Musumeci, Romano Bernardi come regista, anche Giuseppe Di Pasquale, attori grandi come Giulio Brogi, Riccardo Garrone, Pippo Pattavina e credetemi tanti altri. Ma scelgo di citare come ultimo, come montagna d’alta vetta il maestro turi ferro. Ecco viverlo ogni sera per mesi di ciurcuito italiano, duettare con il grande ferro, non ti lascia solo qualcosa. Ti segna dentro un solco, anzi prima scava, distrugge ogni cosa e ricostruisce nuova energia da trasmettere. Ancora oggi, questi nomi vivono durante i miei movimenti di scena, anche fosse un solo ammiccamento o modo di porgere una battuta.

Generalmente per un attore bisogna avere chiaro cosa il personaggio sia per se stesso, assorbirlo, ma avere poi l’elasticità di farsi guidare dalle emozioni. Ci racconti come ti prepari?

Ogni attore, prima di entrare in scena, ha le sue “fisime”, o vogliamo chiamarli “riti”. Volendo tralasciare, per ovvi motivi di intervista, la preparazione mentale e tecnica riguardante il copione ed i movimenti fisici e vocali all’interno dello stesso, mi limito a fornirvi ciò che accade dentro il camerino prima di un debutto: attori fissati con la respirazione, e li vedi come fossero delle pompe a pressione; chi, invece, beve the o tisane non limitandosi alla semplice tazza ma direttamente dal bidone; chi riempie il tavolino e lo specchio del camerino di oggetti scaramantici, candele, e feticci portafortuna. Io ripeto velocemente, pattinando con gli occhi, il copione, ad un volume di voce (impercettibile ma che io possa sentirmi), tanto da apparire agli occhi di chi mi vede come se stessi in preghiera, recitando un rosario. Diciamo che al volo invio a me stesso un ultima memoria visiva, fotografica e vocale. Tengo a precisare che prima di entrare a teatro, amo andare in un bar a prendermi un cappuccino; mi coccola.

Il tuo primo esordio, cosa ricordi?

Spensieratezza, più che tensione; mi affascina sempre l’idea del gioco, del divertimento.. dico sempre a me stesso: “se quello che leggo e che faccio mi diverte, riesco veramente a divertire.”

L’importanza della formazione artistica.

Nel caso mio la formazione l’ho vissuta durante il campo di battaglia e la formazione non è mai finita, come del resto la battaglia stessa. Allora, se così lunga, si tratta di una guerra ed avere le armi migliori ti favorisce non poco, ma devi mettere la “tua dote innata” nel saperle utilizzare. Per carità, stiamo parlando di armi bianche; e la stessa guerra non sono altro che carrarmati di sentimenti ed emozioni ma voglio semplicemente sottolineare che la tecnica senza quella fiammella accesa dentro, che puoi chiamare “senso artistico”, non può reggere a lungo; camminano tenendosi per mano. Vale per il pittore (che vale conoscere il chiaro-scuro o il puntinismo, se poi dentro non hai), il poeta (sapere la metrica delle parole, ma se poi dentro non hai) ecco, parlo di questo; sempre per farla breve.

L’aspetto di Sergio nascosto al pubblico?

…continuo a tenerlo nascosto.. altrimenti tolgo magia alla domanda…

Il progetto al quale rimani piu’ affezionato.

Mi viene solitamente da pensare l’ultimo lavoro, perché il più vicino a quello che sono nella vita… perché in ogni mio lavoro vi è molta trasmissione dei miei stati d’animo del momento… però, voglio utilizzare anche la frase di un grande artista: il lavoro più bello è quello che deve ancora venire.

Rascatura : parlaci di uno dei tuoi ultimi lavori.

In realtà “rascatura” non ha solo me come paternità… è frutto di una scrittura a tre: oltre me, Salvo Rinaudo ed Ernesto Maria Ponte; con quest’ultimo divido la scena. Dopo undici anni lontani dal recitare insieme, io ed Ernesto abbiamo voluto ritrovarci in un lavoro che offre vari spunti di riflessioni e sonore risate. Come luogo abbiamo scelto la stanza di un ospedale, e noi due malati, non si sa bene di che ma malati. Non passa nessun medico o infermiere, non un parente o qualsiasi estraneo ed in questa desolazione e condizione saltano fuori tutti i perché della vita, tante domande, i desideri e soprattutto le ansie e le paure… ecco, si ride ma, di frequente la risata si trasforma in qualcosa su cui pensare.

Ti senti legato alla tua terra ? Rimane sempre un riferimento nei tuoi lavori?

Se molte volte sento ripetermi la frase: “ma com’è possibile, tu ca si bravo, che sei ancora qua, e chiddu… che non ha chiossai ri tia è ddà, in televisione?” beh, non ho mai utilizzato a fondo le mie amicizie per fini che non siano l’amicizia stessa; non ho mai sopportato l’assistenzialismo se non per la collettività; l’amico degli amici; “u-futti-cumpagnu” ecc… potevo scegliere due strade: il lavoro o la vita. Ho scelto la vita. Ero giunto quasi ad un bivio dove, perseguire così a testa bassa il lavoro, magari per raggiungere la nazional popolarità, potevo rischiare di perdere pezzi importanti della mia vita che avevo costruito… beh, il resto lo capite voi stessi quale strada abbia deciso di perseguire. Magari non mangerò pane e caviale, non credo stia mangiando pani e olive. Mangio pane e pomodorini di pachino, che credetemi sono pure buoni… signori miei, credetemi, per me l’America è qua.

Progetti futuri?

Sperare di continuare a stare qua.. e lavorare con la stessa intensità di sempre. Quindi quello che spero veramente è contare molto sulla mia «creatività».

Manda un saluto ai nostri lettori.

Ciao e buona lettura. Però, vediamoci poi a teatro perchè uno spettacolo «dal vivo» ripaga tantissimo, piuttosto della passività a star davanti ad un televisore.

Walter Nicoletti
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