Intervista con l’attrice. Dora Di Mauro

Dora Di Mauro (8)

L’emozione del palcoscenico. Dalla prima volta alle esperienze che l’hanno portata ad essere un’artista che non ha paura di sperimentare. Dora Di Mauro, attrice di teatro, si racconta in esclusiva pronta per interpretare sempre nuovi ruoli. E, per mostrare la faccia più privata di se stessa, inizia dal passato…

Iniziamo dal principio: come è scattata la molla che ti ha messo sul palco?

Beh… gettando uno sguardo nel passato, ricordo di essere stata da sempre una bambina e poi una ragazzina molto timida ed insicura, che faceva fatica a lasciarsi andare, ad esprimere la sua personalità di fronte agli altri. Con il passare del tempo ho cominciato a capire che si trattava di un mio grosso limite; un ostacolo da cui sentivo il bisogno di liberarmi per stare davvero bene con me stessa, e dare valore alla mia interiorità, farmi sentire, far sentire la mia presenza.. dato che tendevo a chiudermi nel mio guscio e a tenermi tutto dentro. Così all’età di tredici anni, sfogliando le pagine di un libro di scuola in cui si parlava del mestiere dell’attore e di quel mondo, come un fulmine a ciel sereno, mi resi conto che quelle persone attraverso la loro professione, riuscivano a manifestare se stessi in mille forme diverse, a vivere di sogni, a materializzare con il potere della loro immaginazione un mondo dove tutto poteva succedere, e vivere infinite storie, sperimentare infinite emozioni, che magari ciascuno nella propria vita avrebbe potuto anche non provare mai, dato che certe condizioni non è detto che possano verificarsi.. Pertanto rendendomi conto che c’era un modo per farlo, decisi che quello sarebbe stato il mio lavoro.

Perché una ragazza come te si mette in gioco in questo mondo?

Perché credo che, ancora in questo mondo e forse oggi più che mai, serve ricordare alla gente e a noi stessi di cosa siamo fatti.. cosa veramente è importante, e che l’anima, l’energia che ciascuno di noi ha, le emozioni di cui noi siamo i creatori e i catalizzatori, siano le uniche cose che ci rendono realmente vivi, che ci fanno sentire di essere presenti qui ed ora. In una società tecnologicamente avanzata, materialista dove ciò che conta di più è l’immagine, l’esteriorità, l’apparire privo però di sostanza, vuoto, sterile, autoreferenziale, si sta smarrendo, a mio parere, il vero senso dell’umanità e la profondità dei legami, rendendoci pericolosamente anestetizzati e indifferenti al mondo che ci circonda. Lo scopo del mio mestiere dovrebbe essere quello di ricordare cosa rende l’uomo davvero libero e sano, risvegliandone la coscienza collettiva.

Il tuo volto non passa inosservato, il tuo fisico nemmeno. Cos’è la sensualità dal tuo punto di vista?

La sensualità a mio parere è un atteggiamento, che poi si riflette nel modo di organizzare e gestire il proprio corpo.. Un modo di muoversi, l’accavallare una gamba, gesticolare con la mano, il giocare coi capelli o un semplice sguardo possono essere molto sensuali.. ma ciò che conta è il modo attraverso il quale queste semplici azioni vengono fatte. Credo anche che ciò sia qualcosa di puramente istintivo legato all’eros, indubbiamente perfezionabile col tempo, una volta preso coscienza di sé e del valore del proprio corpo.

Ci racconti chi è Dora Di Mauro lontana dagli obbiettivi e dal palcoscenico?

Oggi ti posso rispondere che e’ una ragazza inquieta, forse un po’ tormentata come tutti gli artisti, che si pone mille domande, e spinta dall’incessante curiosità di conoscere l’animo umano; perfezionista e caparbia nel voler realizzare i propri sogni, ma anche un po’ impaurita da un futuro che per le nuove generazioni si presenta spesso ostile e poco proteso ad offrire certezze o opportunità nel far valere le proprie capacità. Voglio credere però che ciò sia comunque possibile se non ci si arrende.

Quanto è importante lo studio per raggiungere certi risultati?

Sicuramente fa la sua buona parte e può essere molto d’aiuto, ma non me la sento di dire che è tutto, perché al giorno d’oggi molte volte si vedono casi in cui persone senza né arte né parte, vengono buttate in ambiti lavorativi a svolgere mansioni, per cui non hanno né titoli né competenze, semplicemente perché sono figli di, o con conoscenze e agganci dei più svariati tipi, e che si improvvisano in un mestiere che non gli compete. Ma purtroppo in Italia l’arte del “qualunquismo” fa fatica a morire, e il rischio è quello che la gente, sempre più priva di spirito critico, faccia fatica a distinguere il professionismo dall’amatorialità. Personalmente, parlando per me stessa, io ho sempre voluto qualificarmi, scegliere una strada che potesse fornirmi quegli strumenti e quelle competenze adatte per svolgere con serietà il mio lavoro. Per dare qualcosa, per lasciare un segno, per offrire un reale contributo a questa società, e un giorno poter essere così apprezzata, non semplicemente per la mia componente estetica, che poi è sempre relativa, quanto per la qualità e la sostanza messa nel mio lavoro.

Che sensazioni hai provato quando sei finita davanti alla macchina fotografica o da presa?

Mi sono divertita. C’è un modo molto diverso di rapportarsi all’uno o all’altro. Ma ciò che conta per un attore è giocare e comunicare con la sua espressività. Più le intenzioni e i pensieri sono precisi, più si arricchisce di sfumature l’emozione che fai passare, e così quello che fai diventa interessante. A me piace molto il linguaggio cinematografico e tutto ciò che a che fare con il mondo filmico, e quindi anche il tipo di recitazione, il modo di lavorare in tale ambito, che di per sé è molto diverso da quello teatrale.

Le luci della ribalta ti hanno aiutata a crescere?

Senz’altro ad essere più sicura di me, ad avere più coraggio, e più controllo di quanto mi sta intorno, e ad attingere a quella resistenza interiore che molto spesso nella vita, al di fuori del palcoscenico, occorre avere. Insomma a sapere di poter contare anche unicamente su me stessa e sulla mia forza interiore.

Cosa hanno pensato i tuoi genitori quando hanno saputo che stavi compiendo i primi passi nel mondo dello spettacolo e del teatro?

[ride] Beh.. ricordo che quando lo dissi per la prima volta a mia madre, eravamo a tavola, e io le annunciai con orgoglio che avevo deciso cosa volevo fare nella vita: l’attrice! La reazione di mia madre fu un misto fra sgomento e incredulità. Mi disse che non era un mestiere affatto semplice, e soprattutto si domandava come una persona col mio carattere, timido e introverso, potesse mai desiderare all’improvviso di fare una scelta simile. Tuttavia nn mi ostacolò mai in questo mio percorso, mi disse che era comunque meglio provare a fare innazitutto qualche corso di recitazione amatoriale, entrare in qualche gruppo teatrale, così da rendermi seriamente conto se poteva piacermi o no questo possibile cammino. Ma una volta visto il mio entusiasmo mi incoraggiò a continuare; una madre straordinaria che mi ha sempre sostenuto e lasciato la libertà di fare quello che sentivo di più nella mia vita. Lo fa tuttora.

Ci sono momenti che ricordi con particolare soddisfazione?

Istintivamente un momento che mi viene subito in mente è quando ricevetti la notizia di essere stata presa alla scuola del Piccolo Teatro; entrare in un’accademia d’arte drammatica così importante in Italia e a livello internazionale era da sempre stato il mio sogno nel cassetto, a quel tempo per me era la cosa più bella che mi potesse mai capitare..e fu così! Lo ricordo ancora piena di orgoglio.. O un altro momento ancora fu quando durante una mia scena, in una commedia di Molière a scuola, i miei compagni non fecero altro che ridere fragorosamente, piacevolmente divertiti dalla mia interpretazione, a cui seguì un applauso collettivo lunghissimo. Ma ti dirò, la somma di questi momenti, è stata ottenuta proprio di recente con uno spettacolo allo Stabile di Trieste, intitolato “La memoria di Medea” con cui ho ricevuto delle gratificazioni inaudite! : sola in scena, di fronte a un pubblico coinvolto, emozionato, commosso ed entusiasta! In quel momento ho capito di aver lasciato e impresso qualcosa.

Succede che ti riguardi nelle piece a cui hai partecipato? Come ti vedi?

Mai soddisfatta in genere, per un carattere pignolo, ipercritico e perfezionista come il mio credo sia impossibile sentirmi dire un giorno, riguardando un mio lavoro “beh, questo era perfetto, sono stata bravissima!”. Trovo sempre qualcosa in cui mi dico “potevo fare meglio”, anche se nel tempo, ho imparato a non farne più un’ossessione, a capire quando smettere di lavorare, e ad essere un po’ più indulgente con me stessa.

Come giudichi il tuo fisico?

Beh..so di piacere. Non ho mai avuto problemi nel non essere notata, e quindi riuscire a colpire l’altra persona. Pertanto, credo che esteticamente non sono affatto male, ma me ne sono convinta perché le situazioni stesse, le persone, mi hanno portato a crederci e lo fanno in un certo senso tutti i giorni, quando nei momenti più svariati della quotidianità, mi sento guradata in un determinato modo. Perché, se fosse soltanto per me, se ad un certo punto tutte queste persone sparissero, e non ci fosse mai stato un giudizio esterno, io non saprei definirmi. Anzi probabilmente non mi piacerei, visto il mio essere così ipercritica.

C’è una piece che vorresti fare? E un ruolo che vorresti interpretare?

Blanche du Bois in “Un tram che si chiama desiderio”, o Clitennestra di Alfieri.

La donna e il teatro: in questo mondo esiste il maschilismo?

Sì, forse un po’ meno rispetto al cinema e alla televisione, dove purtroppo la donna viene spesso considerata innanzitutto per la sua bellezza, ritenuta un corpo da mercificare per fare più audience, spinta sempre di più ad emulare un oggetto sessuale, anche se poi non ha meriti né competenze; quelle possono passare in secondo piano o non esserci affatto secondo molti. E allora entrano in pellicola, nei film, nelle fiction bambole dal corpo mozzafiato, ex veline o gieffine o soubrette dal passato poco chiaro, che ripetono a stento battute a pappagallo, ma questo è quello che secondo gli alti vertici del marketing può andare bene al maschio italiano, che forse sente riconfermato il suo ruolo di dominio; un ruolo che sempre di più comincia a vacillare. A teatro un esempio di maschilismo si vede ancora nella spropositata maggioranza di personaggi maschili rispetto a quelli femminili presenti nei testi, e per le attrici anche per questo motivo, lavorare è sempre stata dura, dato che le parti sono nettamente inferiori.

C’è una cosa di cui ti sei pentita?

Essere stata troppo ingenua nel fidarmi di certe persone.

Ci dici il nome di una donna che a tuo modo di vedere incarna la bellezza?

Beh, come donna mediterranea, parlando di bellezza, Monica Bellucci, forse perché è uno stereotipo di donna che più si avvicina a quello mio. Angelina Jolie è molto bella e inoltre brava, mentre come donna eterea mi piace molto Cate Blachett, Gillian Anderson e Charlize Theron.

Ci dici il nome di un’artista di teatro, uomo e donna, a cui ti ispiri?

Mariangela Melato, una straordinaria donna sia dal punto di vista artistico che umano.

Che obbiettivi vorresti raggiungere nel campo dello spettacolo?

Beh, il successo fa gola a tutti.. ma purchè motivato da una sua validità artistica. Sicuramente fare successo col mio lavoro, essere riconosciuta per strada venendo apprezzata per le mie capacità, fare dei bei film, che lasciano qualcosa, un’interpretazione del mio personaggio che faccia vivere delle emozioni, così da permettere al pubblico di ricordarsi che in quel modo è vivo..dentro.. sarebbe un’ottimo obbiettivo raggiunto!

Lavoreresti mai in tv?

Sì, purchè il ruolo che mi si richiede rientri nelle mie competenze. Per farti capire: io non sono una ballerina, e non vado a rubare il lavoro agli altri. Pertanto se un giorno mi dovessero chiedere di fare un programma in tv in veste di ballerina, risponderei di no. Come presentatrice sì, perché comunque tutto ciò che ha a che fare con la dialettica, l’improvvisazione, rientra nel mio bagaglio artistico.

Quanto c’è di genuino nel personaggio che rappresenti sul palco e quanto di costruito?

E’difficile rispondere a questa domanda. In quanto sono aspetti che si mescolano continuamente. Per costruire un personaggio parti dal tuo vissuto, da ciò che hai visto all’esterno e all’interno di te, perciò questo già è un aspetto vero e genuino, che si rivela soprattutto durante un’improvvisazione, quando l’attore con questa modalità, butta fuori tutto il suo estro creativo, spontaneamente, come un fiume in piena, che però poi ha bisogno di essere arginato, e lì a quel punto subentra la tecnica, “il costruito”; per fare un esempio: puoi dire delle cose meravigliosamete interessanti finchè vuoi sul palco, “genuine”, perfettamente coerenti col personaggio che stai rappresentando, ma se non ti fai sentire perché nn hai una buona impostazione vocale, mai nessuno le capirà e resterà ad ascoltarti.. e così via.
Per questo motivo il vero artista è colui che conosce le regole del gioco e le sa applicare. Altrimenti lo stesso gioco non potrebbe esistere.

Walter Nicoletti
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