di Lorena Scintu.

 

Sei sicuro di voler fare questa intervista con me che non sono una giornalista? Ti fidi?

Ho imparato a fidarmi del mio istinto, quando sento un’energia positiva, la seguo. Quindi la risposta è si!

Come me che ora ho voglia di fare qualcosa in più e di raccontare, te hai sempre voglia di ampliare il tuo progetto dell’Accademia del Musical (che ora, se non ho perso il conto è arrivata a quattro sedi con l’ultima che inaugurerai a Settembre a Torino) Che cosa, ogni volta, ti spinge a farla crescere? Tu non sei un imprenditore, sei un grande artista.

Anzitutto grazie per il ‘grande’ artista. Sai credo che la parola arte risieda nella creazione (dalla radice sanscrita kar- appunto fare dal nulla); non importa che questa possa essere proiettata esclusivamente sul palco – considerando il mestiere che facciamo – l’atto della creazione avviene costantemente nella vita: ritengo che siamo tutti degli artisti.
Nella vita ho capito di essere un accentratore, ho bisogno di condividere e ri-unire (ancora e ancora) la gente che mi circonda, di dargli una casa, una possibilità, mi piace far comprendere al mondo che tutto è possibile; Perché lo è! È una questione di carattere: ho bisogno di cambiare le regole del gioco, di rischiare, di osare. L’idea di un’accademia di formazione artistica, è nata nel 2006, dall’esigenza di voler portare nella mia terra (Catania) una possibilità in più per chi avesse desiderato avere una preparazione tecnica e pratica di alto livello, coinvolgendo i migliori professionisti presenti sul territorio. Fu un successo. In seguito, dopo alcuni anni, la realtà che avevo creato era diventata di interesse internazionale, visti i continui scambi con l’estero, così, puntando a perfezionare di anno in anno, con un’attentissima dedizione, il programma didattico, l’urgenza di avere una sede presente nelle più importanti città italiane è stata la conseguenza più logica. Come tu stessa dicevi stiamo per inaugurare la quarta sede di Torino,
ma ti dico già che abbiamo dei progetti importanti in altre tre città. L’Accademia Internazionale del Musical oggi lavora in sinergia con la New York Film Academy, con più di venti sedi tra America, e l’American Musical Academy of London!

Chi è l’attore?

L’attore è l’essere umano, ognuno di noi è semplicemente un attore. Se pensi a quante maschere indossiamo ogni giorno per vivere credo potresti confonderti!

Hai vinto diversi premi ma con la Compagnia Vucciria, di cui fai parte e che hai creato insieme ai tuoi compagni (Joele Anastasi e Federica Carruba Toscano), ti metti sempre in gioco. Come nel vostro ultimo Spettacolo Yesus Christo Vogue. Che cosa vuol dire lavorare sperimentando e rischiando?

Rischiando! Che bella parola. Come dicevo prima, il rischio è la parola che accende la miccia. Qui ritorna un po’ il concetto della risposta precedente. L’attore, in scena, deve sperimentare, osare, non deve risparmiarsi, deve superare il confine della propria personale ‘comodità’ al fine di raggiungere la scomodità che gli permetterà di indossare degli abiti diversi dai suoi, per riscoprire sensazioni nuove, emozioni opposte e vivere ancora e ancora.
Col teatro si vive 100, 1000 volte in più. E mentre tutto trova ordine, il tempo è immobile.

Mi permetto di ricordare alcune frasi e citazioni riportate nell’introduzione dello Spettacolo “Yesus Christo Vogue” che avete fatto distribuire al pubblico: “… Il buio dei miei occhi chiusi è pieno di ricordi. Ricordatemi, vi prego. … Nessuno alza lo sguardo al cielo, nessuno guarda le stelle. … La sola cosa che possa salvare l‘uomo è l’amore. E se molti hanno finito per trasformare in banalità questa asserzione, è perché non hanno mai amato veramente. …. ” Se vuoi, dimmi qualcosa su queste parole che arrivano schiette e dirette e spaccano il cuore.

Mentre ascolto la domanda l’unica parola che risuona in me è ‘amore’. Amore come motore del mondo, come linfa della vita. Mi terrorizza la paura che risiede dentro ogni essere umano; procreare per restare, agire per lasciare un ricordo. Siamo così profondamente attaccati a questa vita che qualunque scelta nasconde la paura di ciò che ci sarà dopo la morte. Gli uomini iniziano a guardare verso il basso, si attaccano alla terra e ne vengono schiacciati, pochissimi guardano ancora verso il cielo, perché diventa sempre più grande e fa paura: paura dell’incerto, del vuoto, dell’assenza di controllo; l’uomo moderno si affanna ad osservare passivamente per giudicare attivamente, desidera avere il controllo della sua vita e di quella degli altri pur senza un reale interesse. L’uomo diventa povero e si spegne. Ma l’amore cambia tutto. L’amore ti smuove dentro e ogni punto di vista diventa opposto a quello precedente, l’amore è attivo e agisce dentro per smuovere fuori. Forse sto attaccando un ‘pippone’..lasciami dire che credo solo che l’amore possa davvero salvare il mondo!

Quanto c’è di biografico e di fantasia nei vostri spettacoli? Dato che sono sempre Testi scritti e/o adattati da Joele Anastasi che cura egregiamente sempre anche la regia.

Certamente nessun lavoro nasce per caso e ogni sensazione deriva da esperienze del vissuto; è anche ovvio che poi la narrazione porta la mente ad immaginare multiversi possibili e quindi dare vita a nuovi mondi. Quello che mi piace di Joele sono le sensazioni che ha, le vedo nascere e sviluppare sulla scena in maniera sublime – spesso gli faccio credere
che sono idee sue ma a volte lo plagio inconsciamente per stimolarlo maggiormente…questo però non glielo diciamo che poi si incazza.

Lavori principalmente a Teatro ma non calchi mai la recitazione e sei sempre naturale e vero in ogni tuo personaggio, quindi un attore da cinema mi verrebbe da dire, anche se sei più presente a Teatro che al cinema/Televisione. Di chi è la colpa? Dei tuoi impegni o delle possibilità che gli stereotipi permettono? Sappiamo bene che esiste una standardizzazione tra gli attori di Teatro e quelli del Cinema.

Io credo che ci sia solo un modo di recitare, cambia la forma che caratterizza le regole del teatro e quelle del cinema.
Le dinamiche che muovono i lavori cinematografici sono molto diverse da quelle che caratterizzano il teatro: dall’invio del materiale artistico, al provino, alla selezione. Forse i casting director dovrebbero iniziare a capire che un attore di teatro funzionerebbe allo stesso modo davanti la macchina da presa…la ‘vecchia scuola’ ha un po’ condizionato il loro giudizio. Non credo si possa chiamare colpa. Io non smetterei di lavorare guarda! Lascio al caso il mio destino.

C’è un personaggio che hai faticato ad allontanare e al quale ti sei affezionato in particolar modo?

Sinceramente no, forse ho faticato di più ad accettare un personaggio dentro di me per quella maledetta sensazione di ‘scomodità interiore’ che ti destabilizza e ti violenta al tempo stesso. Giuseppe, per esempio, nel nostro ‘Io, mai niente con nessuno avevo fatto’ già dalla prima lettura mi aveva spaventato. Troppo diverso, fisicamente, intellettualmente; credevo di non potergli dare spazio, di  non potergli dare vita. Lo odiavo. Poi ho smesso di giudicarlo e l’ho lasciato vivere; ed è nato. A questo personaggio devo molto, oltre i riconoscimenti lavorativi naturalmente, perché ha smosso ‘tanta roba’ dentro di me.

Hai scritto il libro “Sette volte uomo – I sette peccati capitali” presentato anche durante il Festival di Venezia nel 2015. Tu dici di non essere uno scrittore (ti ho sentito dirlo durante le prove…) Scindi nettamente il lavoro dell’attore da quello della scrittura? Perché?

Assolutamente si, sono due cose separate. Due atti di creazione differente: uno fisico e uno mentale, l’unico legame che hanno è l’aspetto emotivo.

Se potessi, cambieresti qualcosa della tua vita?

Qualche piccolo rimpianto esiste naturalmente, ma posso essere sincero? No! Sono felice di essere esattamente così come sono. Poi se mi dici che posso aggiungere qualche ‘super-potere’ in più, mi metto in fila 😉

Cosa ti ha insegnato tuo padre? So che amava molto il tuo lavoro e ne era fiero. Sembra normale ma non è così per tutti. Che cosa è la famiglia in questo lavoro?

Mio padre!! Domanda da 100.000.000 di dollari! Mio padre era davvero tutto per me. Ma lo è ancora, in maniera ancestrale! Mi ha insegnato ad essere quello che sono, a seguire i miei sogni, la mia libertà. Mi ha sostenuto, insegnato l’ottimismo, la praticità, la purezza e la bontà d’animo. Lo guardavo in mezzo alla gente e percepivo quella sensazione positiva che lo ha caratterizzato in vita. La famiglia è tutto nel nostro lavoro, ma può anche essere un ostacolo, perché ci lega in maniera viscerale al ‘senso del dovere verso’ che va rispettato naturalmente, non solo per un senso di gratitudine nei loro confronti (parlo dei familiari) ma anche per l’esigenza umana di sentirsi comodi e tutelati; però bisogna stare attenti che il dovere non diventi una catena: in quel caso rischiamo di deporre i nostri sogni in un cassetto che alimenterà rimorsi e rancori.

Che cosa sono i tuoi colleghi/partner di ogni avventura?

Tu dovresti saperlo! I miei colleghi diventano famiglia, amanti, amici eterni. Nel bene e nel male. In questo lavoro, impari ad accettare tutto ciò che è diverso da te e apprezzarlo così come ti si propone, impari ad essere te stesso in maniera autentica, impari a vivere, a vincere e perdere. Personalmente ho imparato a lasciare andare, a dire addio e custodire solo il bello nel profondo del mio cuore. Quando un’avventura lavorativa finisce, ovviamente ci si separa tutti, quello è il momento in cui, paradossalmente, mi sento rinascere, sento che la vita scorre intorno a me, percepisco il senso della nascita e della morte. All’inizio credevo che non mi attaccassi troppo alle cose, invece col tempo ho capito che riuscivo a regalarmi e ricevere in maniera raddoppiata; ecco perché ho capito l’importanza del sapersi lasciare andare, ognuno per la sua strada: in quel momento il tempo si congela e nonostante il tempo, ogni volta, ti accorgi che quei rapporti sono rimasti eterni.

Tu sei uno dei pochi attori che al momento degli applausi si commuove e a volte forse piange. Il pubblico avrà la sua risposta e i tuoi colleghi un’altra se pure è un momento bellissimo per entrambe. Che cosa succede durante gli applausi a Teatro?

Che bella domanda che mi fai! L’applauso è un momento catartico per quanto mi riguarda: come quando trattieni il fiato sott’acqua per molto tempo e poi risali a galla a prendere aria. Quando mi spoglio dai pesanti abiti del personaggio in un solo respiro. Ma è violento. Perché il buio e gli applausi equivalgono ad un risveglio violento e così vengo catapultato nella realtà e mi accorgo di tutto, del pubblico, dei colleghi, di me stesso, presente e assente. A quel punto ringrazio il cielo di essere lì e sono grato al pubblico che mi ha regalato il suo tempo e le sue emozioni e quindi piango e voglio scappare dalla vergogna. È un dono grandissimo l’applauso e ogni volta mi sembra troppo grande e
non so mai se lo merito davvero.

Che cosa vorresti dire al pubblico che non conosce niente di questo lavoro se non solo il risultato finale in scena? Tu hai un grande legame con il pubblico anche perché il Sold Out con la vostra compagnia accade sempre o spesso.

Vucciria Teatro nasce dal pubblico, dagli amici che hanno invitato altri amici ed altri ancora. Come dicevo prima il teatro è uno scambio, è un gioco con delle regole precise e non si può fare da soli, ma tutti assieme: artisti, tecnici, manovalanze, ideatori ma soprattutto il pubblico. Non possiamo escludere l’aspetto umano, non possiamo non parlare con ‘lui’, ma non dal palco intendiamoci, faccia a faccia, uno per uno, alla fine della messa in scena. Al pubblico non deve interessare il processo di creazione di uno spettacolo, ma solo il risultato finale – ci credo/non ci credo – e se ci crede non occorre dire nulla, basta guardarsi negli occhi e ringraziarsi a vicenda.

I ragazzi che s’innamorano di questo lavoro senza ancora conoscerlo li incontri spesso in Accademia, qual è il primo consiglio e le prime parole che gli dici?

Seguire sempre il cuore e poi dare spazio alla testa, pianificare, progettare, fare, fare, fare. Seminare come fa ogni giorno un contadino. E curare, innaffiare, amare: i propri sogni, il proprio istinto, la propria libertà.

Hai lavorato nel Musical “Il principe ranocchio” Descrivimi questa esperienza in una parola.

Sorrido! Che esperienza divertente. Partendo dal presupposto che prima di incontrare dei colleghi, ho lavorato con degli amici, in un ambiente di totale ‘purezza’, dove si respirava gioia. Certo rispetto ai lavori che mi hanno visto impegnato negli ultimi anni devo dire che “Il principe ranocchio” è stata una vacanza, una parentesi divertente necessaria. Si una parola: divertente!

Ora dimmi qualcosa tu

Ti voglio bene!

 

 

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Walter Nicoletti

Founder at Voce Spettacolo
Walter Nicoletti è un produttore, filmmaker, attore e fonda Voce Spettacolo nel 2013. Laureato in Giurisprudenza. E' portavoce italiano della Notte degli Oscar® - European Oscar Party (2018-2019).
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