di Gianfranco De Cataldo
Ciao Sarah! E’ un vero piacere ospitarti sul nostro portale. Iniziamo dalla prima domanda. Un bel tuffo nel passato. Da bambina cosa sognavi di fare?

Ciao a te, a voi! Temo che questa prima risposta ti deluderà… il mio primo ricordo in merito dice che sognavo di fare il dottore, ma non un dottore qualunque: il chirurgo. Pensa un po’… Poi ho scoperto di avere un pessimo rapporto con il sangue, sia il mio che quello degli altri. Non ferirti mai in mia presenza… potrei farti venire una crisi di panico per quanto strillo e mi agito e impallidisco e poi inizio a parlare velocemente, e … insomma, hai capito. Poi alle scuole medie ho partecipato a una riduzione teatrale di Blade Runner: sarà stato Vangelis, o il calore delle luci sulla pelle, o il nero davanti a me, che mi permetteva di liberarmi, senza timore… Da allora, non ho più smesso di voler essere un’attrice.

Cosa significa essere attori, oggi.

“Essere” attori, mi dici. Non “fare” gli attori: è molto importante questa distinzione. Significa essere dei combattenti, tenaci, disciplinati (ahia…), pieni di volontà, capaci di rialzarsi e sempre pronti a mettersi in gioco (e in discussione). Significa fare tanto esercizio, tanto “lavoro off”, studiare. Sempre. Significa avere una vita diversa, più complicata forse perché meno regolare, andare a letto tardi e alzarsi quando gli altri pranzano (se sei in scena), prendere tanti treni e saper fare valigie leggere ( cosa che mi riesce piuttosto difficile, lo ammetto). Significa saper lavorare da soli e stare, da soli. Ma vuol dire anche non temere il lavoro di gruppo, di squadra: saper lavorare davvero insieme agli altri, l’ho imparato molto durante gli ultimi due anni, è fondamentale. I colleghi sono una ricchezza, sempre, anche quando non ti sono simpatici: sono una risorsa per il confronto, per l’ascolto, per esercitare la capacità di osservare e “rubare” ciò che sanno fare bene: credo si debba sempre cercare di migliorarsi nel confronto professionale, ogni giorno, ogni volta, ad ogni provino, ad ogni replica. Significa convivere con la possibilità di stare anche molto tempo senza una scrittura, senza un ruolo e nonostante questo non smettere di studiare, di lavorare su di sé, di essere attori anche se, in quel momento, non lo stai facendo. Significa esserci, sempre, essere qui e ora, e crederci. E, sarò banale ( uomo avvisato..) farlo con amore. Anche quando è un po’ più dura e devi fare più sacrifici e ti sembra di non arrivare mai: perché non devi mai pensare di essere arrivato, mai. Altrimenti, secondo me, sei finito… smetti di ESSERE ATTORE, e inizi a FARE L’ATTORE. Spero non mi succeda mai.

Le soddisfazioni che ti sei tolto (un po’ di autocelebrazione non fa mai male!).

Sentirmi di dire da un grande regista che era presente ad una replica di un mio lavoro a Roma: se stessi pensando ad un film la cui protagonista avesse uno sguardo che fa riaprire gli occhi a chi sta a terra quasi morto, dentro un viso che mette in ginocchio (credo per la durezza di alcune mie espressioni, e dei miei tratti ) e quegli occhi li fa tremare , sceglierei te. Può sembrare poco significativo, ma per me fu un complimento enorme, indimenticabile, che mi spiegò, mentre mi lusingava, che una mia caratteristica che credevo mi penalizzasse poteva essere una ricchezza da sfruttare. E leggere in più di una critica: “intensa”, “forte”, capace di un’interpretazione viva e sanguigna, una presenza scenica che resta impressa nella mente. E sentirmi dire dalla mia regista, davanti a una platea che applaudiva “ Da tempo sognavo di mettere in scena questo spettacolo, aspettavo che arrivasse l’attrice e la persona giusta. E sei tu. “

Generalmente per un attore bisogna avere chiaro cosa il personaggio sia per se stesso, assorbirlo, ma avere poi l’elasticità di farsi guidare dalle emozioni. Ci racconti come ti prepari?

Ne parlo tanto con il regista: mi serve e ne ho bisogno. Cerco di capire. E poi… non ci penso più. Leggo tantissimo, leggo sempre, leggo di tutto. Faccio ricerche, osservo immagini, guardo film e video. Cerco ciò che sto cercando, ovunque. Anche nelle facce che vedo sull’autobus o nei gesti della barista che mi prepara il caffè migliore. Chiedo, e ascolto tanto. Ho dovuto imparare a farlo, e ringrazio i maestri che me lo hanno insegnato: se ascolti, il personaggio parla, in tanti momenti e in molte occasioni. Devi solo saperlo sentire. Mi lascio suggestionare da un colore, un abito o un modo di parlare. Mi invaghisco. Tanto e spesso. Di un profumo, di uno sguardo, del movimento di una mano che sfoglia il giornale. Di una bocca arrabbiata, o di un passo di danza accennato, al parco. Le voci poi… a volte mi fermo a sentire una voce per minuti interi. Bisogna farsi riempire dalla vita. Pare facile, dirai tu. E’ un lusso, poterlo fare, e doverlo fare per lavoro. Lo so, e ne sono grata. Poi, mentre tutto questo lavora dentro di me, studio il copione: prima i gesti, poi le parole, poi i rapporti. E un giorno, in un momento meraviglioso e unico, in un respiro: eccolo che arriva. C’è. Lo senti. Il bello è che poi, almeno in me, non si ferma. Va via. E poi torna… cresce. Tace a volte. E poi rinasce nel dialogo con gli oggetti, o con gli altri personaggi. E’ un divenire continuo. Accade, spesso, in modo diverso ad ogni nuova replica, o ad ogni ciak. Per me funziona così, più o meno, ma senza regole precise… Perdo tempo, cammino molto, alzo gli occhi da terra, insegno ai bambini il gusto di una favola. Mangio. Bevo vino. Amo. Boh. Mi pare che il personaggio “mi accada” così.

Il tuo primo esordio, cosa ricordi?

In verità faccio confusione, nel senso che, per ora, ho esordito su un palcoscenico ( la prima volta in assoluto, prima ancora di iniziare a studiare ), poi ho esordito da professionista a Milano, poi fuori Milano, e poi fuori dall’Italia, e poi sul set. E poi ho ri-esordito dopo un paio di anni sabbatici in cui non ho fatto l’attrice (ma lo ero, ancora). Poi ho esordito in una stagione che ho creato anche io, e di cui condivido la direzione artistica. Poi ho esordito con la regia di una Donna ( non a caso la maiuscola) … Non saprei di quale parlare, perché sono tutti importanti, e perché anche oggi mi pare di esordire continuamente… Direi di fare così: un elogio agli esordi in quanto tali, perché ogni volta che salgo su un palco o sto sul set voglio sentirmi emozionata come la prima volta, e un elogio anche all’esperienza che matura negli anni, perché ogni esordio regali a me, e a chi mi guarda e ascolta, emozioni sempre più grandi e profonde, e capacità tecniche migliori e più forti. Spero sia una risposta valida.

L’importanza della formazione artistica.

Mai abbastanza considerata e tutelata. Difendo la supremazia del talento a spada tratta, ma credo fermamente nella necessità dello studio, del lavoro, dell’esercizio, del controllo controllato ( bisogna saper controllare la propria potenza, usarla e governarla a nostro piacere, e non lasciarci trainare da lei… altrimenti in scena diventiamo delle mine vaganti. Ma bisogna anche sapersi lasciare andare, e a volte dimenticare la tecnica e le regole … e solo se la conosci, la tecnica ti aiuta a farlo senza troppi danni, fornendoti un –piccolo ma solido- paracadute). Equilibrio. Ma sopra la follia.

Rayana : raccontaci questo tuo Progetto.

Prima vera esperienza di set per me, quella di Rayana è stata un’esperienza intensa, di quelle per cui , secondo me, vale la pena fare questo lavoro. Ho lavorato accanto a colleghi giovani di enorme talento, e di grande umanità. Il cast, a mio avviso, è davvero di livello altissimo. Mi sono sentita fortunata ad aver condiviso questa esperienza con tutti loro. Abbiamo girato in Sicilia: ho scoperto una parte di questa terra meravigliosa, bollente (era luglio), ospitale anche se ferita da tante e tante mani che l’hanno frugata senza rispetto. Rayana è stata, in primo luogo, un’esperienza “di famiglia”: nel film noi facciamo parte di un nucleo familiare allargato, appunto, e sul set e fuori dal set la “famigghia” si è creata davvero. Che dire? Ho creduto moltissimo in questo progetto e sono in fremente attesa dell’uscita del film, anche e soprattutto per rendermi conto del risultato di un lavoro impegnativo fisicamente e psicologicamente, per toccare con mano quello che “passa” di tutto ciò che io ho messo nel personaggio di Rosalia, per vedere con i miei occhi lo sguardo di Vincent Navarra tradotto in video.

Se la tua vita fosse un film, quale sarebbe? E perché?

Uno che, ovviamente, non è ancora stato girato…Di cui ho già in mente regista, sceneggiatore, location, troupe al completo, cast artistico, compositore di colonna sonora. Un mix tra Dogville ( perché è un film, ma è anche teatro, e per Lars Von Trier), C’era una volta in America ( per il genere), Paura d’amare (per Al Pacino. E Michelle Pfeiffer, e per la storia.), La vie d’Adèle ( per la bellezza assoluta di alcune inquadrature),Alabama Monroe (perché sì),Lezioni di piano ( colonna sonora, regia, e la forza dirompente del rapporto che emerge) Pane, Amore e Gelosia (perché ho origini napoletane, e certe cose le sento dentro, nel DNA), Sirene ( perché sono una donna, e una figlia, e una ragazza, e una bambina, e una femmina. E spero un giorno di essere una madre) Il grande Gatsby ( prima versione, per tutto. Seconda versione: costumi, e Leo. Quel Leo lì) Lussuria ( Per Ang Lee. E perché in alcuni momenti toglie il fiato) Hunger Games ( lo adoro) e i ponti di Madison County ( Per Meryl Streep. E per Meryl Streep. E per la storia. E per Meryl Streep). Revolutionary Road ( per Kate Winslet. E perché spesso ho sognato un altrove, e forse ho perso qualche aereo che non ripasserà) E anche perché in tutti vedo qualcosa di me, o vorrei vedercela. Ma il mio film sarà più commovente, più divertente, più mozzafiato, più intenso, più d’azione, più romantico, più. Chiaro, no?

Parlaci della tua esperienza con il Red Carpet Teatro.

Da due anni Red Carpet è gran parte del mio lavoro, è una creatura che insieme a Vittorio e Serena, colleghi e compagni di vita oltre che di lavoro, ho meditato, creato, curato e fatto crescere. E’ il risultato di molti sacrifici, di tanto impegno, e la fonte di tante soddisfazioni. Autoprodursi è difficile, richiede sforzi concreti oltre che un carico emotivo non indifferente, lavorare in team necessità di tanta capacità di ascolto e di raggiungere compromessi smussando i propri angoli. Red Carpet mi ha fatta crescere, umanamente e professionalmente, mi ha fatto vedere come vorrei lavorare da qui in poi, mi ha insegnato che posso fare più di quel che credevo e che un’ora può essere più di un’ora e un euro può comprare più di quel che credi, se sai cosa ti serve. Spero di continuare su questa strada, magari ampliandola e aprendola sempre più, sia ad altri collaboratori che ad altri luoghi e temi. Fin dall’inizio, nella scelta delle nuove produzioni, ci concentriamo molto sulle persone, sulla natura umana, sui rapporti in tutte le loro sfumature, e ci dedichiamo molto anche alla formazione ( Red Carpet è anche Accademia di perfezionamento per attori) e al coinvolgimento degli allievi della scuola diretta da Serena e in cui io insegno, che spesso scritturiamo nelle nostre produzioni. Un brindisi a Red Carpet, e una lunga vita.

Come vedi il tuo futuro?

Io non lo so bene… Mi preme che sia denso, pieno. Mai noioso né scontato. Vorrei lavorare, ma anche vivere. E accumulare momenti felici. Vorrei fare un film che mi desse la possibilità di esprimermi davvero, di usare ciò che so fare. E un film in cui interpreto una donna che guida un popolo, un esercito, o anche solo un gruppo di persone: una donna alle prese con il comando e con la sua vita interiore, e con il difficile compito di dover preservare entrambi questi aspetti. Vorrei conoscere ancora tanti maestri, e non smettere mai di imparare. Vorrei recitare con almeno due dei miei miti, e interpretare finalmente Filumena Marturano (tra una decina d’anni almeno), e essere la protagonista di un film diretto da Vittorio ( mio marito, ndr) e girato con le persone con cui ci piace lavorare, in un clima fecondo, frizzante e gioioso. Vorrei imparare che fallire non è una tragedia. E magari non fallire più. Il mio futuro vorrei viverlo un momento per volta, e godermelo. E vorrei essere sempre grata per la meraviglia di questo mestiere, e di ciò che ho in me, e fuori di me. E magari vorrei capire cosa voglio un po’ più spesso di quanto faccio ora. Se sarà così, sarà un gran futuro.

Progetti futuri?

A breve sarò in scena con la ripresa di uno spettacolo a me carissimo: la sceneggiatura del racconto di Testori “La Gilda del Mac Mahon”, adoro questo ruolo estremamente impegnativo ma davvero meraviglioso. Ho in cantiere un paio di nuove produzioni teatrali, e una web serie che spero possa vedere la luce al più presto. La prossima stagione saremo in cartellone in diverse città con qualche nostro spettacolo. L’insegnamento per me è un ingrediente fondamentale della mia vita professionale: quindi mi auguro di continuare a insegnare, anzi di farlo sempre di più. E’ un momento di cambiamenti, sono in attesa di qualche risposta, e nel frattempo non smetto mai di lavorare, studiare, imparare, progettare. Questo lavoro, al livello a cui sono io, è così: va lasciato scorrere, ti devi adeguare al suo ritmo. Solo così puoi farlo, e vivere abbastanza serenamente. Abbastanza, ho detto abbastanza…

L’intervista e’ finita… ma prima i saluti.

Grazie mille per queste domande: mi hanno costretta a riflettere su cose a cui a volte non ripenso, ma che hanno una grande importanza. Vi saluto con una richiesta: andate a teatro, andate al cinema. Scrivete, leggete, dipingete. Parlate, comunicate. Ridete, e prendetevi in giro. Esprimete voi stessi e le vostre sfumature: è una delle cose più belle e importanti che possiamo fare, per dare un senso a tutto questo. E non temete la diversità: è una ricchezza, spesso è una bellezza di valore non quantificabile, da curare e spendere con attenzione. Datevi senza paura, ma preservate il vostro spazio, tutelatelo: è sacro, e vi consente di resistere anche nelle tempeste più pericolose. Wow, sembro quasi una persona seria… è il momento di smettere. Ciao.

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Walter Nicoletti
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