Intervista con il regista. Alessandro Zizzo

di Gianfranco De Cataldo.

 

Ciao Alessandro! La prima domanda. Un tuffo nel passato. Da bambino dicevi… “da grande farò”…?

Da bambino dicevo: da grande farò il regista. Ho iniziato a scrivere racconti all’età di dodici anni, mi divoravo film e libri e quindi ho avuto da subito le idee abbastanza chiare sul mio futuro. Non ho mai cambiato idea, nemmeno per un attimo, ho individuato un obiettivo e ho fatto di tutto per cercare di raggiungerlo. Ora la strada da fare è ancora tanta, ma passo dopo passo, anno dopo anno, acquisti esperienza e quindi consapevolezza nei tuoi mezzi e mentre cammini, cresci. In questo mestiere, come in tanti altri d’altronde, lo studio e la gavetta sono fondamentali, dirigere un film è una cosa abbastanza impegnativa, è come creare un sogno riproducendo una realtà parallela e quindi puoi ben capire come possa essere complicato. E da solo non puoi farlo, non ce la faresti mai, hai bisogno di una mano, di una troupe che ti aiuti a trasformare in realtà ciò che è dentro alla tua testa, il tuo sogno…perché di sogni si tratta, cosa sono i film? Non sono dei sogni… belli, brutti, drammatici, comici…
Quindi un film non è soltanto del regista che lo dirige, un film è di tutti coloro, attori e tecnici, che, con il loro lavoro, mettono mattone su mattone per costruire la storia che ha in mente il regista.

Tanti pensano che fare il regista sia fare solamente soldi, in realtà è soprattutto passione con tanti sacrifici, raccontaci come nasce la tua…

Sì diciamo che io fino a questo momento non posso dire di essere diventato ricco con questo mestiere, anzi… tiro a campare. Sacrifici sì, ma come in ogni mestiere credo o almeno se cerchi di fare il tuo lavoro seriamente, in maniera professionale. Certo è una professione questa che ti responsabilizza molto, su un set alla fine sei tu che decidi su tutto e devi quindi essere abbastanza lucido ed avere le idee chiare, anche perché spesso devi decidere in fretta e non puoi assolutamente fare la scelta sbagliata. I componenti della troupe, per ogni cosa fanno riferimento a te, sei tu che dai l’azione e che la blocchi e sei tu il responsabile di tutto ciò che avviene sul set. E se viene fuori un brutto film, la colpa di chi è? E’ del regista. La mia storia di regista nasce nell’autunno del 1991 e come ogni passione, nasce da una scintilla scatenante, ma non posso dirvi proprio tutto… Vi dico qual è stato il film che mi ha spinto ad imboccare questa strada: “nuovo cinema paradiso”; ma non sono originale in questo, dato che molti registi della mia generazione si sono avvicinati al mondo del cinema dopo aver visto quel film di Giuseppe Tornatore.

Secondo te come è possibile scrivere ancora cinema di qualità?

Bella domanda. Devi farlo, anche se il pubblico ormai cerca sempre meno qualità, abituato, forse, a quelli che sono gli standard televisivi e delle nuove produzioni amatoriali che girano sul web. Ma, sarà anche per una fetta di dieci persone che continua a seguirti, devi farlo e soprattutto non devi mai tradire te stesso, quella che è la tua idea di cinema, la tua poetica. A tal proposito sono curioso di vedere quale sarà la reazione del pubblico alla visione del mio ultimo cortometraggio: “la morte del sarago”, che inizierà a breve il giro dei festival. E’ un’opera molto diversa dalla precedente: “la porta del destino”, sicuramente più commerciale e quindi popolare; “la morte del sarago” è invece un piccolo film intimista, indifferente, anomalo, asettico, complesso e forse anche un po’ irritante. Tutto è insomma, tranne che un’opera commerciale, però alla fine ho realizzato esattamente quello che avevo in mente e va bene così, in questo preciso momento della mia vita avevo la necessità di produrre questo tipo di storia e l’ho fatto, possa piacere o no… E l’ho fatto anche grazie all’aiuto del mio carissimo collaboratore Gregorio Mariggiò, che mi segue in tutte le mie produzioni occupandosi dell’aspetto produttivo. E’ un’opera, “la morte del sarago”, che vanta la presenza di attori con la “A” maiuscola del cinema italiano: Paolo Briguglia, Adelmo Togliani e Giorgia Sinicorni, con la quale ho già lavorato nel pluripremiato “bibliothéque”.

La Porta del destino: da dove nasce l’idea ?

Nasce a Roma, dove ho vissuto per circa dieci anni; camminavo per strada e improvvisamente udii una voce provenire da un citofono, era una voce femminile che diceva: “Maurizio, Maurizio, Maurizio!!!” E da lì mi si è aperto un mondo ed è nata la sceneggiatura de “la porta del destino”, sceneggiatura che è rimasta nel cassetto per circa dieci anni, fin quando il mio amico Angelo Argentina, da anni in fissa con questa storia, mi ha chiamato dicendomi che aveva trovato una produzione modenese per girare questo cortometraggio; logicamente il protagonista sarebbe stato lui, perfetto in quel ruolo. Dopo dieci anni circa Maurizio è diventato “Biagio”, io son salito a Modena e abbiamo girato “la porta del destino”, che ha poi riscosso molto successo, di critica e soprattutto di pubblico. Potete vederlo cliccando su questo link:

Come nascono le tue idee?

Nascono per strada, osservando la gente, una location, tutte cose che registro, rielaboro e tiro fuori quando sono davanti al mio computer. Solitamente le mie storie partono da un personaggio, una situazione, una battuta…diciamo che nella storia poi mi ci lascio trascinare, dai personaggi appunto, che, nati dalla mia mente, diventano subito liberi e prendono una loro strada e quasi non riesco più a controllarli. Quando ho terminato di scrivere una sceneggiatura, prima di iniziare a girare, la leggo, rileggo e correggo più volte, arrivo sul set che ho già riscritto i dialoghi una ventina di volte e capita che continui a modificarli anche dopo il primo ciak. E poi c’è sempre il montaggio, dove puoi tagliare le scene, invertirle, insomma non si smette mai di scrivere un film, nemmeno quando hai finito di girare.

Un film che avresti voluto dirigere.

I miei, ho così tante sceneggiature per lungometraggi nel cassetto… probabilmente a breve ne girerò uno, ma non diciamo niente, anche perché, come diceva Trapattoni: “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”. Comunque sono tanti e di genere diverso i film che ho amato, ma non ho mai pensato: questo film avrei voluto tanto dirigerlo io. Ah dimenticavo…un film, indipendente, l’ho già girato, potete trovarlo su youtube digitando: “l’amara vita.”

Raccontaci qualche aneddoto o retroscena dei tuoi lavori e delle tue esperienze passate.

Ce ne sono due o tre che potrei raccontarti, ne scelgo uno, stavamo girando un mediometraggio dal titolo: “non viene mai nessuno” in un pub del quartiere San Lorenzo di Roma, ti parlo dei primi anni del duemila. Erano circa le tre e mezza di notte quando fummo aggrediti da alcuni teppisti che quella notte misero sottosopra tutto il quartiere. Eravamo una ventina tra tecnici e attori, alcuni di noi scapparono, altri si chiusero in cucina, vere e proprie scene di panico, tant’è che fummo costretti a chiamare la polizia. Il locale era devastato, non avremmo più potuto girare in quel pub e per questo motivo eravamo distrutti perché dopo cinque giorni di lavoro intenso non avremmo potuto chiudere il nostro mediometraggio. Il giorno dopo il mio collaboratore Oliviero Neglia mi telefonò dicendomi che aveva scritto un finale alternativo da girare all’interno di una casa e io gli risposi: anche io. Nel giro di qualche giorno tornammo dietro la macchina da presa per finire il nostro mediometraggio.

Se la tua vita fosse un film o una canzone, quale sarebbe? E perché?

Non ne ho idea, non ci ho mai pensato, dai cito qualche titolo di film che ho amato e anche qualche canzone che ascolto e riascolto volentieri. “Ovosodo” di Virzì, “Il favoloso mondo di Amelie” di Jeunet, “Giulia non esce la sera” di Piccioni, quasi tutti i film di Sorrentino e Tarantino, un po’ di Tornatore, “Nuovo cinema paradiso” su tutti, il Luchetti di “Mio fratello è figlio unico” e “La scuola” o Riccardo Milani de “Il posto dell’anima”, “Auguri professore” e “La guerra degli Antò”. Tutto Troisi, un po’ di Moretti e poi i classici: Fellini, De Sica e Monicelli su tutti. Continuo o mi posso fermare? Come canzoni ti cito solo due titoli che ho amato particolarmente nell’ultimo anno: “stranger” di Christian Rainer, pezzo che si trova all’interno della colonna sonora del film “Miele” di Valeria Golino, che ho visto soltanto qualche mesa fa e “Ma lassari e ti na ghiri” di Olivia Sellerio (“il giovane Montalbano”).

La morte del Sarago: Raccontaci questo progetto.

La morte del sarago, parliamo di questo progetto: siamo in una località marittima, è inverno, tutto tace, tutto è tranquillo, siamo lontani anni luce dai rumori della città, qui si sente solo e soltanto il rumore del mare, di quel mare che ti scorre nelle vene, che scorre nelle vene di Mario, che in questo posto è nato e cresciuto, come un sarago, che in mare nasce e vive. Ma può succedere a un sarago, come può succedere a Mario, di trovarsi di fronte, un giorno, un pescecane e magari succede mentre sei mano nella mano con Alice e stai progettando il tuo futuro, ti stai muovendo per raggiungere un obiettivo; ma questo lo squalo non lo sa, non lo può sapere o forse, se lo sa, nemmeno gli interessa, perché lo squalo è come il destino e il destino è come un’onda che si infrange sugli scogli e si porta via tutto, senza fare calcoli, senza fare sconti e soprattutto senza pietà. “La morte del sarago” è un’opera fredda, cinica, indifferente e protagonista e vittima di quest’opera è Alice, che si trova, seduta sullo scoglio della sua vita, ad assistere a tutto ciò che, indifferentemente, il destino, che sia onda o che sia squalo, le porta via. Piange, si dispera, ma nulla cambia, nulla può cambiare, perché le onde continueranno sempre ad abbattersi sul mare e sulla nostra vita. In questo corto ci sono due storie che si intrecciano e si confondono a distanza di circa vent’anni, al centro delle due storie c’è Alice, protagonista e vittima degli eventi che le si scagliano contro.
Il mare regna incontrastato in quest’opera, quel mare in cui si perde il nostro sguardo e al contatto col quale capiamo di essere veramente piccoli di fronte al destino, che ci può schiacciare in qualsiasi momento. Mario progetta, sogna, programma, poi è costretto a fare i conti con la realtà, quella realtà che come un pescecane gli va incontro e contro la quale si sente appunto piccolo e inerme come un sarago.
La morte del sarago è una piccola storia di provincia, una storia fatta di piccoli personaggi, che tanto somigliano a quelli “verghiani”, la cui vita è dominata appunto dal “fato”, un fato che non concede all’uomo alcuna libertà di realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni.

Cosa consigli agli aspiranti registi?

Di cambiare mestiere… No scherzo. Consiglio di studiare, di guardare tanti film, di fare esperienza sul set, tanta, tanta esperienza sul set, prima di mettersi dietro la macchina da presa. Registi non ci si improvvisa, ci si diventa, con lo studio e la gavetta… Non è facile riuscire a sfondare in questo campo, probabilmente anni fa era più semplice, c’era meno concorrenza e la gente riempiva i cinema, oggi invece…i cinema sono vuoti e se i cinema si svuotano, i produttori non investono su nuovi progetti e quindi, per noi registi, diventa difficile girare un film. Tuttavia mollare mai, bisogna crederci, crederci sempre…si vive una volta sola no?

Progetti futuri?

Ti parlo dei progetti immediati, per dirla alla trapattoniana maniera, dei “gatti che ho già nel sacco”. A breve girerò un cortometraggio su Erasmo Iacovone, l’eroe di Taranto e quindi l’eroe dei due mari, perché Taranto è appunto la città dei due mari. Il corto, che gireremo tra Taranto, Maruggio e Manduria, paesi in provincia di Taranto, si intitolerà IACO e sarà prodotto dall’Apulia Film Commission con la produzione esecutiva di Kimera Film (non essere cattivo). Al mio fianco nell’organizzazione ci sarà come al solito il mio prezioso collaboratore Gregorio Mariggiò, mentre il cast artistico sarà formato da Angelo Argentina, che interpreterà appunto Iacovone, la bravissima attrice Serena Iansiti, che sarà Paola Raisi, moglie di Iaco e infine avrò l’onore di lavorare con il grandissimo Cosimo Cinieri. Nel cast ci saranno anche attori ai quali sono molto affezionato: Giorgio Consoli e Mara Spinelli e ancora Piero Buzzacchino, Martina Gatto e i piccoli Fabio Ferrara e Paolo Lippolis. Poi in autunno invece…dovrei…ma questa è un’altra storia. Guardiamo al presente e al futuro prossimo, il futuro anteriore è sempre pieno zeppo di punti interrogativi.

 

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Walter Nicoletti

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Walter Nicoletti è un produttore, filmmaker, attore e fonda Voce Spettacolo nel 2013. Laureato in Giurisprudenza. E' portavoce italiano della Notte degli Oscar® - European Oscar Party (2018-2019).
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