di Walter Nicoletti.

 

Ciao Francesco! Bentornato su Voce Spettacolo. La regia porta sempre alla scoperta della propria interiorità?

Assolutamente sì, se quello che si fa è sincero. Quando invece si è guidati da un principio puramente narcisistico questo viene meno. Poi ci sono i casi in cui un prodotto può essere funzionale all’industria o al pubblico e non è detto che faccia sempre scoprire qualcosa di intimo a chi lo ha creato, ma credo che un regista debba sapersi misurare anche con questo, fa parte della professione. Per esempio quando si lavora in pubblicità o su commissione non c’è molto tempo per andare in profondità. Servono praticità e tecnica.

Quanto c’è di personale nel tuo lavoro?

Da parte mia c’è sempre qualcosa di personale quando racconto una storia. Credo un po’ tutti abbiano la tendenza a farlo. Lo vedo anche come un modo per risolvere le cose. Può essere terapeutico. Poi chiaramente ognuno usa il tono che preferisce e che gli è più consono. Personalmente tendo a ironizzare, a scherzarci su. I miei personaggi prendono le cose sul serio ma mai troppo.

Docente del Laboratorio di Recitazione Cinematografica a Roma. Insegnare cinema significa regalare un po’ di sé agli allievi. Come ti approcci a questo genere di rapporto?  

Ormai sono più di dieci anni che insegno, so cosa prova un attore agli inizi. L’entusiasmo, l’ambizione ma anche il senso di smarrimento. Do tutto me stesso e la mia esperienza a questi ragazzi che ogni volta mi si presentano pieni di sogni. Da sette anni ho fondato il Laboratorio di recitazione cinematografica e ne ho viste di tutti i colori. Oltre a fornire nozioni tecniche, cerco di formare l’attore da un punto di vista caratteriale. E’ molto importante sapersi approcciare emotivamente a questo mestiere. Se non lo si capisce può essere distruttivo. Alla fine di ogni anno produciamo un cortometraggio per dare la possibilità ai ragazzi di avere un prima esperienza con un vero e proprio set dove poter sperimentare quanto appreso durante il corso. L’ultimo lavoro realizzato dal nostro laboratorio ha avuto ottimi riscontri tanto da essere presentato in concomitanza della 73esima Mostra del Cinema di Venezia durante l’evento della rivista Fabrique du Cinema. Una bellissima soddisfazione per me e per i ragazzi.

Ci sono stati momenti in cui stavi per mollare tutto?

Non l’ho mai pensato, per fortuna. Questo è un lavoro dove ci sono sempre alti e bassi. A qualsiasi livello ci si trovi arriva inevitabilmente il momento difficile. Bisogna saperlo affrontare con speranza e limitare i danni, specialmente quelli economici. Tentare di rimanere sempre produttivi e di lavorare su nuove idee, anche se in quei momenti non è facile. E’ una sfida con se stessi e con la propria volontà. E poi rendersi conto che ci sono anche cose più importanti del lavoro e dell’autoaffermazione . Identificarsi troppo in quello che si fa limita il nostro processo di crescita e potrebbe renderci infelici.

Credi sia possibile “dipingere” un’inquadratura?

In un certo senso si. Mi piace questo parallelo con la pittura, però ricordiamoci sempre che un’inquadratura ha lo scopo e l’obbligo di essere significativa. Quindi se è esteticamente bella, ben fotografata ma non trasmette nulla ai fini della storia o del momento che si sta raccontando allora vuol dire che qualcosa non va. Il regista deve “dipingere” qualcosa che sia comunicativo, la sola componente estetica è fine a se stessa. Non affascina fino in fondo.

Un sogno ricorrente…  

Non ne ho uno in particolare, dipende dal periodo che vivo. Mi hanno sempre affascinato la dimensione onirica e le teorie sull’interpretazione dei sogni, infatti ho letto vari libri sull’argomento. Mi interrogo sul ruolo che l’inconscio ha nella vita di tutti i giorni e anche su come si riflette nel lavoro di scrittura. Da bambino invece sognavo spesso di essere un giocatore di serie A.

Oggi, a chi diresti grazie?

A tutte le persone che hanno collaborato con me e che continuano a farlo, al mio vecchio maestro Vincent Schiavelli che mi ha fatto scoprire la vera recitazione, a chi mi ha insegnato qualcosa, a chi mi ha perdonato quando ho sbagliato e a voi che oggi vi state interessando a me e a quello che faccio.

Domanda secca, risposta secca: cinema italiano o americano?

Non posso rispondere in due parole, c’è un discorso che mi sento di fare. In questo preciso momento, a parte rare eccezioni, non c’è paragone purtroppo. Il cinema americano propone una vasta gamma di prodotti di altissimo livello e una serie di giovani e talentuosi registi, oltre a quelli già affermati, con cui l’Italia non regge il confronto. Per non parlare della scuola legata alla formazione dell’attore, un altro pianeta. Siamo parecchio indietro rispetto a loro ma sono fiducioso che le cose possano cambiare e che un giorno saranno introdotti nuovi metodi d’insegnamento. Nel mio piccolo io ci sto provando. Tornando ai film, ogni tanto qui da noi qualcosa si fa apprezzare ma sono casi sporadici. Uno su tutti “Non essere cattivo” di Claudio Caligari. Un grande film pieno di umanità e con ottimi interpreti. Sfortunatamente non ha ottenuto i riconoscimenti che avrebbe meritato. E la cosa assurda è che un regista come lui sia morto a settant’anni solo con tre film all’attivo. Le ingiustizie del nostro paese.

Tundra pensaci tu, il tuo corto. TI saresti mai aspettato tutto questo successo quando hai iniziato a scrivere la sceneggiatura?

Assolutamente no. All’inizio doveva essere un corto per il laboratorio ma poi l’ho accantonato. Era troppo complesso da un punto di vista produttivo. Poi con Valerio Martinoli, montatore di quasi tutti i miei lavori e in questo caso anche sceneggiatore, lo abbiamo ripreso in mano e riscritto, migliorandolo notevolmente. Eravamo consapevoli che occorreva un bel budget per produrlo così insieme alla mia fidanzata Martina Corona, anche attrice nel corto, abbiamo chiesto un finanziamento al Nuovo Imaie e lo abbiamo ottenuto. A un certo punto si è aggiunto anche il produttore Francesco Montini della Movie Factory che si è occupato della produzione esecutiva. I giorni di set sono stati durissimi. Avevamo l’obbligo, per rientrare con i costi, di girarlo in due giorni. E’ stata una corsa contro il tempo ma ce l’abbiamo fatta. Ora stiamo raccogliendo i frutti di questo lavoro. Il corto sta andando benissimo, sia in Italia che all’estero. Siamo stati in concorso persino in festival in India, Cina, Francia e Germania. E attualmente stiamo trattando per vendere i diritti al web e a molti canali satellitari anche europei.

Se ti dicessero di realizzare qualcosa in un solo ed unico giorno… cosa faresti in quelle 24 ore?

A me piacciono le imprese. Sin da piccolo avevo questa passione. Per dirne una, amavo giocare a calcio in inferiorità numerica per tentare poi l’impresa di vincere. Mi faceva sentire speciale. E’ una sorta di fascinazione che ho verso le minoranze o per quelli più deboli. Anche da grande, specialmente con il cinema, ho sempre tentato la strada difficile. Fare lavori con poche risorse e come dicevo prima in pochi giorni. Una cosa a cui ho pensato spesso e che non so se mai realizzerò, sarebbe prendere due attori, un operatore, un fonico e chiuderli tutti con me in uno spazio. Poi far improvvisare agli attori qualcosa che nasce da loro, senza nessuna indicazione da parte mia, e da lì sviluppare un’idea da filmare al momento. Infine montarla e proiettarla sempre nello stesso spazio invitando un pubblico a vederla. E’ un po’ folle ma mi piacerebbe farla.

Spesso gli artisti vivono immersi nelle emozioni del presente. Il futuro ti spaventa?

No, direi proprio di no. Guardo sempre al presente e alla giornata che sto vivendo. Il futuro non è già deciso, siamo quasi sempre noi a determinarlo con il nostro quotidiano. Con le nostre scelte e la nostra attività, qualunque essa sia.

A cosa stai lavorando attualmente?

Sto scrivendo la sceneggiatura dI un lungometraggio con la collaborazione di una sceneggiatrice che stimo molto, Vanessa Picciarelli. Lei si è diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia e ha all’attivo già vari film. Abbiamo trovato un ottimo feeling creativo. Spero proprio di poter realizzare a breve anche questa storia.

 

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Walter Nicoletti
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