In un articolo su The Conversation, il professor Suresh Kuchipudi della Pennsylvania State University, esperto di virus zoonotici (cioè che passano dagli animali all’uomo), spiega come mai questo genere di epidemie si sviluppa quasi sempre in Paesi dell’Asia o dell’Africa – il motivo è da ricercare nella loro crescita economica, e non è rassicurante.

Kuchipudi spiega che Asia e Africa, dove vive il 60% della popolazione mondiale, stanno andando incontro in questi anni a un rapidissimo processo di urbanizzazione: solo nell’ultimo decennio, circa 200 milioni di persone hanno abbandonato le campagne dell’Asia orientale per andare a vivere in zone urbane. Urbanizzazione significa anche deforestazione e distruzione dell’habitat: questo spinge gli animali selvatici, privati delle loro case, ad avvicinarsi sempre di più ai centri urbani. E gli animali selvatici (per esempio i pipistrelli) sono ospiti perfetti per i virus, alcuni dei quali possono “saltare” l’ospite e passare agli esseri umani. Non solo: le prime vittime dell’urbanizzazione spinta sono i predatori, e la loro scomparsa permette ai roditori (altri ospiti ideali per virus zoonotici) di moltiplicarsi.

ANDRÀ SEMPRE PEGGIO? Un altro grosso problema sono i metodi agricoli usati in queste aree, che per una gran parte delle popolazioni di Asia e Africa si basa ancora su sistemi di agricoltura e allevamento di sussistenza, con controlli sanitari ridotti o assenti.

Kuchipudi mette in guardia sul futuro: per il ricercatore la situazione non può che peggiorare, visto che l’urbanizzazione di Asia e Africa non accenna a rallentare. Secondo lui è solo questione di tempo prima che un altro coronavirus, o una qualche altra forma virale, esploda in queste regioni e cominci ad allargarsi al resto del mondo. «C’è urgente bisogno», scrive Kuchipudi, «di strategie contro la deforestazione e che riducano il contatto tra uomo e animali selvatici.»

Walter Nicoletti
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