PROGRAMMA DEL CINEMA TREVI – FEBBRAIO 2016

Vicolo del puttarello, 25  Roma  tel: 06.6781206

 

1 febbraio                  C’era una volta la Documento Film (parte seconda)

1 febbraio                  Presentazione di Dalle parti di Astrid

2 febbraio                  Satellite – Visioni per il cinema futuro

3-7 febbraio               Piccolo schermo, grande scherno. Come il cinema italiano ha raccontato la televisione

8-9 febbraio               Cosimo Damiano Damato: Visioni, fantasie, sogni, rivoluzioni, poesie e follie

10-12 febbraio           Storie di ordinaria follia. I film di Marco Ferreri (parte seconda)

14-16 febbraio           I protagonisti del cinema italiano: Venantino Venantini

16 febbraio                Toni Bertorelli. L’inferno dentro

17 febbraio                Dal buio alla luce. Il restauro e la conservazione del cinema italiano

18-19 febbraio           Visioni Sociali: It’s a Free World

21 febbraio                Gianfranco Pannone, tra miti e santi

22-23 febbraio           Luchino Visconti (quarta parte)

23 febbraio                Il cinema secondo Corman

24-25 febbraio           La mia vita? Un atto unico molto lungo. Lydia Biondi nel cinema, televisione e teatro

26 febbraio                L’altra faccia della Luna. Omaggio a Lorenzo Pellizzari

28 febbraio                Presentazione di Bianco e Nero: Alida Valli

 

mercoledì 1

C’era una volta la Documento Film (parte seconda)

 

La “legge di sostegno” alla cinematografia italiana nata nel 1949 a firma dell’onorevole Giulio Andreotti, allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega allo spettacolo, incentiva la produzione di lungometraggi, cortometraggi e film d’attualità di nazionalità italiana. Nascono e si sviluppano nuove case di produzione specializzate nella realizzazione di cortometraggi, come la Corona Cinema, la Nexus Film, la Trans World Film, la Documento Film, la Vette Filmitalia, la S.E.D.I., la Opus Film, la Film Giada, guidate da produttori come Elio Gagliardo, Fulvio Lucisano, Giorgio Patara, Vincenzo Nasso, Giacomo Pezzali e Gianni Hecht Lucari. Tra le società che si sono distinte per la quantità e per la qualità dei film realizzati, ricopre un posto di rilievo la Documento Film s.r.l. di Gianni Hecht Lucari, che dall’inizio degli anni Cinquanta sino alla fine degli anni Settanta realizza oltre mille e duecento documentari, diverse decine di lungometraggi ed alcune centinaia di film d’attualità. Negli anni Ottanta la proprietà dei cortometraggi della Documento Film viene acquistata una parte da una società di Milano e una parte dalla Lanterna Editrice. I documentari di proprietà della Lanterna Editrice sono stati realizzati tra il 1950 e il 1974, la maggior parte con pellicole a colori (Eastmancolor e Ferraniacolor), in formato 35mm, e recentemente sono stati acquisiti dagli archivi del Centro Sperimentale di Cinematografia. La lunghezza media dei cortometraggi è di circa 300 metri (11 minuti circa). Gli argomenti trattati sono i più svariati: dai classici documentari d’arte ed etnografici alle inchieste sul mondo dello spettacolo, dai problemi delle città a temi d’attualità. Se nella prima parte si è selezionato un gruppo di documentari legati a Roma e a Lazio, questa volta si è esteso al resto dell’Italia, per (ri)vedere e comprendere meglio come eravamo.

 

ore 17.30 Canada del sud di Pasquale Puntieri (1954, 10’)

La Sila con i suoi primordiali boschi, terrificanti crepacci, bellissimi laghi, ci ricorda il Canada. Un Canada più vecchio, più romantico, più caldo.

 

a seguire Napoli borbonica di Raffaele Andreassi (1955, 9’)

La Napoli borbonica attraverso monumenti, palazzi e opere d’arte dell’epoca.

 

a seguire Vesuvio gigante brontolone di Vittorio Gallo (1964, 10’)

Luoghi, aspetti e vicende del napoletano, influenzate direttamente o indirettamente dalla presenza del Vesuvio, che, oltre ad essere il simbolo di Napoli, è stato protagonista di significativi fatti storici.

 

a seguire Due paeselli di Abruzzo di Francesco De Feo (1966, 12’)

Il documentario ripercorre i luoghi cari alla famiglia Croce e quelli che videro la prima infanzia di Benedetto, attraverso le parole del breve scritto che traccia la storia civile e umana dei borghi Montenerodomo e Pescasseroli, rispettivamente paese d’origine della famiglia Croce e luogo natio del grande filosofo.

 

a seguire Monte Velino di Carlo Prola (1960, 10’)

Il documentario si propone di descrivere la fauna e la flora di un ambiente geograficamente ben delimitato: quello del Monte Velino, una delle vette più alte dell’appenino abruzzese. Il Velino presenta tutti gli ambienti e gli esemplari animali e vegetali della media ed alta montagna centro-italiana.

 

a seguire Monte Oliveto Maggiore di Di Giacomo (1954, 12’)

In provincia di Siena nel 1319 san Bernardo Tolomei fondò la celebre abbazia benedettina. La chiesa in stile gotico, con rifacimenti barocchi, risale al 1417. I pittori Luca Signorelli e Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma, vi dipinsero intorno al Cinquecento episodi della vita di S. Benedetto.

 

a seguire Visioni di Romagna di Giuseppe Sala (1958, 12’)

Bassa Romagna, le sue terre ubertose, le sue spiagge, i suoi castelli e la vita operosa della sua popolazione.

 

a seguire Venezia dei veneziani di Alberto Passanti (1962, 10’)

Impressioni di una giovane veneziana che, una domenica d’inverno, torna a visitare la sua città in un’atmosfera intima, riservata e domestica.

 

a seguire Lessinia di Remo Bussotti (1964, 9’)

Visita ai monti Lessini, nel veronese, un paesaggio che ha influenzato celebri artisti, una terra ricca di marmi e pietre pregiate, mentre nel fondovalle si specchiano i ricchi vigneti.

 

a seguire Italia a Trieste di Guido Gianni (1955, 9’)

La macchina da presa va a spasso per Trieste e riprende la vita di tutti i giorni dei cittadini e degli stranieri. Un giornalista narra la storia degli avvenimenti più importanti della città.

 

a seguire Lettera da Merano di Pino Belli (1955, 10’)

Il documentario presenta Merano e i suoi dintorni nel periodo della raccolta delle mele, principale attività della zona. I castelli, il folklore, le seggiovie e le filovie che collegano Merano alle montagne che la circondano, mentre il fiume Passirio divide la città con la sua fresca e canora corrente.

 

a seguire Piramidi bianche di Vincenzo Mariani (1955, 11’)

Il documentario illustra da un punto di vista spettacolare le cime dei più superbi monti della catena delle Alpi.

 

a seguire Sesto grado superiore di Giuseppe Taffarel (1960, 10’)

Il documentario approfondisce uno dei più importanti aspetti dell’attuale alpinismo in roccia: l’arrampicata “solitaria in libera”, in rapporto al sesto grado e al sesto grado superiore, considerati il limite possibile per lo scalatore.

 

a seguire S.O.S. sulle Dolomiti di Cai Fisi Sat (1953, 10’)

Il paesaggio di montagna invernale sotto l’infuriare del vento e della tormenta. La vita in montagna diventa difficile sia per gli uomini che per gli animali. Gli uomini si sono attrezzati per soccorrere le persone in pericolo: la squadra specializzata utilizza i mezzi più celeri, con il sostegno di cani addestrati.

 

Presentazione di Dalle parti di Astrid

ore 20.30 Incontro moderato da Emanuele Rauco con Federico Mattioni

 

a seguire Dalle parti di Astrid di Federico Mattioni (2016, 72’)

Una diciottenne decide di abbandonare la casa dei suoi genitori e attraversa una Roma perlopiù irriconoscibile. Si prefigge di raggiungere un luogo, giardino incantato, che è un ritornare intimo all’infanzia, ma anche una dimensione altra che sembra prendere vita soltanto nella sua immaginazione. Un’immaginazione da predestinata a qualcosa di straordinario. Ma il mistero che si cela dalle parti di Astrid è nelle mani di una donna giapponese, che entra in contatto con lei sotto l’egida di un misterioso uomo. Provengono entrambi da molto lontano. «Quello che si apprezza di Mattioni è che ha cercato di fare un film che si discosta da vari schemi, che cerca di evadere dalle consuetudini, ma soprattutto che cerca di raccontare una storia di crescita, di presa di coscienza di sé e di amore in maniera alquanto originale» (Ciancone).

 

giovedì 2

Satellite – Visioni per il cinema futuro

 

«Durante la 52ª edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema (Pesaro 2-9 luglio 2016) è stata inaugurata “Satellite – Visioni per il cinema futuro”, una sezione non competitiva dedicata alla produzione audiovisiva italiana a bassissimo budget ed extra-industriale. Uno “spazio aperto” a esordi, opere fuori formato ed esperimenti in tutte le loro declinazioni, nel quale i film vengono prima di tutto visti e discussi e non giudicati. In attesa della prossima edizione, a Pesaro dal 17 al 24 giugno, Satellite arriva al Cinema Trevi per una giornata di proiezioni.

E tuttavia, l’occasione non va considerata come mera riproposizione di alcuni film “targati” Satellite. Se abbiamo scelto di iniziare con un focus su alcune opere recenti di cane capovolto, non è infatti (solo) per rendergli omaggio, ma per recuperare alcuni lavori che erano stati discussi ed esclusi per mancanza di tempo, inserendo l’opera mostrata al Festival dentro un corpus produttivo più ampio, contestualizzandola con una serie di altre opere, che consentono al pubblico di comprendere meglio la ricchezza della riflessione in corso.

Avremmo in fondo potuto fare lo stesso con altri autori proiettati a Pesaro, e con i molti che non siamo riusciti a presentare. Perché molti ci hanno (generosamente) inviato più di un’opera, e questo, lungi dall’essere un’infrazione alle regole, ci ha aiutato a capire, a confrontarci non con l’opera idealmente autonoma e compiuta in se stessa, ma con un’idea autoriale, una proposta culturale, un percorso esistenziale che la accompagnano. Questo allora è (non) solo un assaggio di ciò che è stato, ma, nel suo piccolo, anche una deviazione e una deriva dalla rigidità di una sezione o di un festival, un’apertura e una slabbratura su ciò che avrebbe potuto essere, e speriamo su ciò che potrà essere» (Satellite).

Alle proiezioni saranno presenti gli autori

 

ore 17.30 Slaughter di cane capovolto (2014, 20’)

Loro cercavano di dare un senso nuovo all’uccisione degli animali. Una prevedibile tragedia in 4 movimenti.

 

a seguire Dentro la maggioranza silenziosa di cane capovolto (2014, 41’)

Ciccio Franco e la triste rivolta di Reggio Calabria riletta da più punti di vista, assolutamente incidentali.

 

a seguire Lo sguardo in macchina di cane capovolto (2015, 10’)

Sai che cos’è lo sguardo in macchina? È quando l’attore guarda dove non dovrebbe guardare. Lo spettatore si sente a disagio. L’attore lo guarda fisso attraverso lo schermo. L’attore è già morto, lo spettatore no, non ancora. La vecchiaia, il declino, il decadimento fisico sono luoghi dove il corpo ha vinto. Il corpo invece vuole tacere, vuole credere a tutto.

 

ore 19.00 Paisaje con perro roto di Orazio Leogrande (2014, 14’)

Un requiem per un cinema che è stato smembrato. La storia di un viaggio verso l’impossibile. Un film che traccia l’originale instabilità della visione usando filmati di archivio di diversa provenienza.

 

a seguire Una casa di Sandro Lecca (2015, 11’)

Una casa. Una notte. A Milano. Una voce che grida nella strada.

 

a seguire Parco Lambro di F. Gariboldi, F. Martinazzo, G. Savorani, M. Taccani (2015, 13’)

Il film è un insieme di suggestioni sull’idea del parco, in cui il tema del giardino si sviluppa come una variazione insolita del documentario naturalistico. Un’esplorazione che attraversa il repertorio del festival di Re Nudo, film amatoriali in super 8 e le attuali trasformazioni possibili all’interno del parco.

 

a seguire Senza titolo di Cristiano Carloni, Stefano Franceschetti (2016, 4’)

Macro visioni di micro eventi.

 

a seguire Iconostasi di Morgan Menegazzo, Mariachiara Pernisa (2015, 16’)

La luce splende là dove il buio è più profondo. Iconostasi è lo squarcio che mette in contatto cielo e terra, la corda tesa tra la veglia e il sonno, il confine privato tra visibile e invisibile. Il posto delle immagini dove l’evento è la percezione della luce.

 

a seguire A thing among things di Giovanni Giaretta (2015, 7’)

Il video combina un testo, che colleziona le memorie visive di una persona che ha perso la vista, con close-up di minerali trasparenti. Le immagini diventano così scenografie aperte a interpretazioni differenti: come guardare qualcosa presupponendo, immaginando che possa diventare qualcos’altro.

 

ore 21.00 Memorie – In viaggio verso Auschwitz di Danilo Monte (2014, 76’)

«Tra poco fai 30 anni, per il tuo compleanno ti regalo un viaggio nel luogo in cui sei sempre voluto andare, Auschwitz. Un viaggio nella nostra memoria, per ricominciare a parlare» (Monte).

 

3-7 febbraio

Piccolo schermo, grande scherno. Come il cinema italiano ha raccontato la televisione

 

«La televisione nasce come diretta concorrente del cinema e sin dai suoi primi vagiti numerosi registi non hanno perso tempo nel condannarla come strumento di manipolazione e istupidimento delle masse al servizio del potere politico. La rassegna getta uno sguardo su questo particolare sottogenere, nato addirittura in epoca fascista con i film Mille lire al mese e Batticuore – che già anticipano in nuce la commistione patologica tra politica e spettacolo – e arriva agli ultimi anni con il de profundis firmato da Matteo Garrone, il quale con Reality racconta la voglia di protagonismo di quegli italiani senza arte né parte in perenne gara per lasciare qualche traccia di sé nell’etere» (Martera).

Programma a cura di Luca Martera in collaborazione con la Cineteca Nazionale

 

venerdì 3

ore 16.30 Il caimano di Nanni Moretti (2006, 112’)

«Un film sul cinema, un film d’amore e un film sull’Italia di oggi. Mi stupisce che molte persone s’aspettassero da me un film di propaganda […]. Il personaggio che dà il titolo al mio film alla fine lascia dietro di sé macerie. Queste macerie sono culturali, politiche, istituzionali, costituzionali, etiche, psicologiche anche. Vent’anni fa, trent’anni fa, un elettore comunista e un elettore democristiano comunicavano, sentivano di avere alle loro spalle un patrimonio comune. In altri paesi c’è un patrimonio comune di valori che fonda quel paese, quella democrazia, quella repubblica. E dopo ci si divide, sulle linee politiche: la destra, la sinistra, il centro, i progressisti, i conservatori. In Italia sembra che da molti anni non ci sia più un patrimonio comune di valori» (Moretti).

 

ore 18.30 Ladri di saponette di Maurizio Nichetti (1989, 85’)

«Con tenerezza e umorismo, Nichetti riassume i nostri ultimi quarant’anni, il loro radicale mutamento di costume: dalla retorica pauperista e “cinematografica” degli anni ’40 alla retorica opulenta e “televisiva” degli anni ’80» (Escobar). «Mi piaceva giocare con i tre livelli di realtà diversi. Il primo è quello del neorealismo, che per noi non corrisponde alla realtà ma a quel particolare tipo di film in bianco e nero, […]. Poi c’è il livello dell’iperrealismo pubblicitario, cioè di una realtà che non è tale ma che la pubblicità ci presenta come reale: un mondo dove tutto è bello, colorato […]. Infine c’è la realtà della famiglia di telespettatori, che si trova di fronte all’iperrealismo e al neorealismo e non li distingue più, se non perché uno è a colori e l’altro in bianco e nero. Quindi, nel momento in cui i personaggi cambiano status e passano da un livello all’altro, i telespettatori non capiscono più niente…» (Nichetti).

 

ore 20.00 Incontro moderato da Luca Martera con Fausto Brizzi, Linda Brunetta, Roberto Faenza, Enrico Vaime

 

a seguire Signore e Signori, buonanotte di Aa.Vv. (1976, 117’)

Durante il telegiornale giornaliero, vengono mandati in onda quattordici servizi di cronaca e malcostume, che mettono in risalto i più grandi problemi della società italiana. «Allora non piacque molto. Fracassone, pesante, goliardico. Invece il suo culto è cresciuto negli anni. È un delirante, vivissimo ritratto dell’Italia degli anni ’70 e di quella che sarebbe diventata negli anni ’80, a cominciare proprio dalla sua voce patronale, la tv» (Giusti).

 

sabato 4

ore 17.00 Ginger e Fred di Federico Fellini (1985, 127’)

«Fellini ha fatto un film della maturità alla maniera dei grandi comici: prevale la malinconia, ma il carattere visionario non s’è perso (se il protagonista è come il Calvero di Chaplin, il quadro è un grottesco 1984 visto a posteriori col presentatore al posto del Grande fratello, il 1985 di Fellini). Si vedrà se la prima parte non sia troppo sottotono e prosaica rispetto allo splendore dell’esplorazione dentro il palazzo TV; ma va detto subito che Mastroianni è superbo, irripetibile (lo sguardo profondo di un disperato qualunque, ma anche di un alter ego poetico) e assai brava la Masina, opponendo all’omologazione televisiva la forza più antica della rispettabilità, della banalità più generosa. Forse, in un momento di buio ci daremo la mano» (Reggiani).

 

ore 19.20 Switch di Giuseppe Colizzi (1978, 98’)

«Si tratta […] di una storia pretestuale, nel senso che parte dal dato concreto del diffondersi del fenomeno delle Tv private per fare un discorso più vasto, attraverso le vicende di un gruppo di giovani che, come qualche anno fa, potevano creare un giornalino, oggi mettono in cantiere una televisione. È un modo come un altro di entrare in certi ambienti, di parlare dei giovani e dei loro problemi. E certo […] quello delle televisioni private è un ambiente fatto soprattutto di giovani, per i giovani si potrebbe dire. Perché, ad esempio, pur con tutta la voglia possibile di lavorare, quel giovane, sino a qualche anno fa poteva avere in mano una macchina da presa? Prima di raggiungere quell’obbiettivo passavano anni, anche perché la pellicola costa. Con le telecamere, e grazie a queste Tv private, tutto è diverso. Eliminato il costo della pellicola, c’è la possibilità per i giovani di lavorare, di fare, e credo che la maggior parte lavorino bene. Ecco un merito di queste emittenti: allevare giovani, creare dei veri protagonisti» (Colizzi).

 

ore 21.15 La decima vittima di Elio Petri (1965, 90’)

In una società tecnologica futura, non essendoci più guerre, l’aggressività viene scaricata attraverso la caccia all’uomo, nella quale vince chi totalizza dieci vittime. Marcello e Caroline sono entrambi a quota nove, l’uno dà la caccia all’altra giocando l’arma della seduzione e dell’amore. «La decima vittima era un film assai rischioso: tratto da uno dei migliori racconti americani di fantascienza, La decima vittima [La settima vittima] di Robert Sheckley, non pensavamo che potesse trovare una plausibile ambientazione italiana. Da noi la fantascienza è quella che può essere in un paese povero anche di scienza, tutta merce d’importazione: in Italia il futuro non è cominciato, siamo ancora alla liquidazione dei residui feudali; e quando vaticiniamo su ciò che accadrà dopodomani la fantasia resta al palo. Ogni precedente tentativo di “science fiction” indigena, compreso lo sfortunato Omicron di Gregoretti, era finito miseramente: e l’idea del nostro Petri alle prese con un tipico racconto newyorkese, legato alla crudele atmosfera della metropoli e impensabile sotto cieli non americani, non ci tranquillizzava affatto. E invece, vedere per credere, il film è di prim’ordine» (Kezich).

 

domenica 5

ore 17.00 Colpo di stato di Luciano Salce (1968, 105’)

La lunga lunga notte dello scrutinio elettorale del 1972 secondo le menti geniali di Salce e De Concini, che immaginano un’impennata imprevista dei voti conquistati dal partito comunista. Libero esperimento cinematografico figlio del ‘68 italiano, seriamente danneggiato da una distribuzione a dir poco fantasma che ha portato alla sparizione quasi totale del film. Salce mischia una satira politica beffarda, quasi sempre lontana dagli schemi sicuri della commedia all’italiana del periodo, al cinema-verité, al film-inchiesta, al film nel film, al film corale (con tanto di coro greco a commentare i passaggi narrativi principali), frantumando la trama in un susseguirsi delirante di situazioni, avvenimenti, dinamismi. Prodotto dopo mille difficoltà con un budget ridotto lungo un anno di duro lavoro, Colpo di stato è certamente fra i film più ambiziosi e preziosi di Luciano Salce, da riscoprire urgentemente.

 

ore 19.00 Cesare Cadabra di Andrea Aurigemma, Fausto Brizzi, Alberto Vendemmiati (1994, 87’)

Uno speaker (Lello Bersani) ricorda Cesare Cadabra, sceneggiatore, scrittore, poeta, pittore, autore radiofonico ed altro ancora, personalità della cultura, protagonista della grande stagione del cinema italiano, inventore della tv verità, classe 1925, negli ultimi tempi, dopo alcune apparizioni televisioni (da Costanzo e Marzullo: si vedono puntate in cui era realmente presente Felice Andreasi), si è ritirato nella sua casa nel quartiere Prati, accudito da un’anziana signora, ormai vedovo. Un incubo ricorrente lo terrorizza (i suoi libri al rogo), segno di una fine imminente. Vorrebbe scrivere ancora qualcosa, ma non sa cosa, mentre il suo agente-factotum lo tormenta, ricordandogli gli impegni, le scadenze. Ma Cadabra pensa piuttosto a far ordine nella sua vita, mettendo a soqquadro la biblioteca personale, quei libri che lo hanno accompagnato e che ormai non servono più a nulla. Un giorno in un centro commerciale vede una telecamera e l’acquista. Il giorno dopo esce di casa e inizia a riprendere la realtà, come insegnava Zavattini, pedina le persone, osserva, colpisce, finché un gruppo di ragazzi, forse delusi di non essere ripresi da un operatore televisivo, gli strappano la telecamera e gliela portano via. Un vero e proprio film che avrebbe meritato un’uscita nelle sale, a conferma che anche in una scuola di cinema si può fare del bel cinema, con uno straordinario Felice Andreasi, one show man, in une delle sue più ispirate interpretazioni, ben spalleggiato da Carlo Colnaghi nella parte del barbone, o meglio, dell’uomo che vive (e non sopravvive) per strada.

 

ore 20.45 Joan Lui – Ma un giorno nel paese arrivo io di lunedì di Adriano Celentano (1985, 164’)

«Trash-cult-kolossal e totale disastro per Adriano Celentano, piccolo Kubrick dell’impresa alla sua ultima opera da regista. Un film sul ritorno di Cristo, interpretato da Celentano stesso, ai giorni nostri. […] Celentano voleva fare Joan Lui da anni, ma i Cecchi Gori prendevano tempo. […] Già in fase di riprese scoppia l’inferno. Le decine di ballerine e ballerini chiamati dall’America per il primo musical italiano stanno settimane senza far nulla a Roma e pesano sul budget. Il Maestro non riesce a controllare il proprio film, che deve essere in sala in tutta Italia il 25 dicembre, giorno della nascita del vero Lui. Per abbreviare i tempi di montaggio i produttori, alla fine, tolgono di mano i rulli del premontato a Celentano e li fanno stampare in stabilimenti diversi. Tre elicotteri e quattro aerei portano in tutta Italia le pizze del film a poche ore dal primo spettacolo. Joan Lui esce in una versione di quasi tre ore […]. È un disastro, i critici ci sguazzano, il pubblico fugge. Celentano chiede in tutti i modi di poter rimontare il film. I Cecchi Gori hanno preparato una versione più corta, due ore circa, a insaputa del Maestro e stanno già facendo il cambiamento delle pizze in sala. […] Scoperta la sòla grazie a una soffiata di un fan, Celentano chiede il sequestro immediato del film e dieci miliardi di danni ai Cecchi Gori per avergli rovinato l’opera d’arte e la reputazione. […] Grazie all’interesse di Felice Laudadio è stato riproposto a Milano nell’agosto 1996 in edizione integrale. Forse era davvero un capolavoro» (Giusti).

 

martedì 7

ore 16.30 Toby Dammit di Federico Fellini (ep. di Tre passi nel delirio, 1967, 44’)

«Fellini e Zapponi stravolgono completamente il personaggio di Toby, nel racconto un brutto ceffo malfidato e losco, scommettitore accanito per vizio e per abitudine […]. Ne fanno un divo, ammirato e coccolato, gli danno il volto angelico di Terence Stamp, e lo plasmano in modo da aggiungerlo alla galleria dei protagonisti felliniani. […] Esibito, usato, sballottato da un set all’altro, costantemente fuori fuoco, confuso, ebbro. Come se l’unico modo per interagire con la (o per sopravvivere alla) realtà in cui è precipitato sia una perenne alterazione sensoriale. Toby non interagisce se non attraverso la catalogazione passiva del suo sguardo, che registra orrori su orrori facendo da filtro per lo spettatore. […] È stupido, è ottuso. È venuto a Roma solo perché gli hanno promesso una Ferrari, con cui si schianterà perdendo la testa. Il suo patto col diavolo è quello: la bambina che reclama il pegno è solo l’utilizzatrice finale, tutti gli altri sono complici e artefici della sua rovina» (Curti). Nel 2008 la Cineteca Nazionale ha realizzato, con la supervisione di Giuseppe Rotunno, il recupero cromatico dell’episodio Toby Dammit.

 

a seguire Guglielmo il dentone di Luigi Filippo D’Amico (ep. de I complessi, 1965, 37’)

Leggendario, invece, e a ragione, l’ultimo episodio, in cui Alberto Sordi impersona magistralmente uno dei personaggi più famosi della nostra commedia: Guglielmo il Dentone, petulante e invadente video-giornalista. Si tratta di una caratterizzazione riuscitissima, spalleggiata da un bravo Franco Fabrizi nella parte del “pretendente al posto” super-raccomandato. Sordi riempie il video col suo faccione e ci delizia con i suoi torrenziali discorsi, strappando risate e consensi» (Davinotti).

 

a seguire L’oppio dei popoli di Dino Risi (ep. de I mostri, 1963, 8’)

Una giovane signora annoiata riceve l’amante in casa mentre il marito assiste come ipnotizzato all’intero programma serale della televisione, tanto da non rendersi minimamente conto della presenza del rivale a pochi metri da lui.

 

a seguire Il testamento di Francesco di Dino Risi (ep. de I mostri, 1963, 2’)

Un uomo dall’aspetto molto curato e dal linguaggio forbito è seduto nella sala trucco di uno studio televisivo e tormenta il truccatore esigendo, con pretesti logorroici, continui ritocchi al suo maquillage. Una volta in onda lo si scoprirà essere un frate intento a predicare contro la vanità all’interno di una rubrica religiosa.

 

a seguire La bomba alla televisione di Luigi Zampa (ep. di Contestazione generale, 1970, 28’)

Riccardo, regista d’avanguardia, ha ricevuto l’incarico dalla televisione di girare un servizio sulla contestazione in modo moderno e rivoluzionario. Il giorno della proiezione, davanti agli increduli dirigenti della tv, il servizio risulta talmente sconcertante che i funzionari non sanno come comportarsi, anche perché si è sparsa la voce che l’autore sia stretto parente di un’alta personalità. Scoperto che questo non risponde a verità, il servizio non va più in onda.

 

a seguire Isole di Nanni Moretti (ep. di Caro diario, 1993, 38’)

«Vado a Lipari a trovare Gerardo. Troppo traffico, troppa confusione: non riesco a scrivere il mio film. Andiamo a Salina. Durante il viaggio Gerardo guarda la televisione. Salina è dominata dai figli unici. Lasciamo Salina per Stromboli. Il sindaco. Andiamo in giro con l’ape. Sul cratere del vulcano chiedo notizie di Beautiful a degli americani. Andiamo a Panarea. Subito ripartiamo per Alicudi» (Moretti).

 

ore 19.30 Reality di Matteo Garrone (2012, 115’)

«II primo di tutti i reality? La famiglia. Luciano (il detenuto-attore Aniello Arena, strepitoso), pescivendolo e piccolo truffatore napoletano, sogna il reality con la maiuscola, il Grande Fratello, ma già lo vive a casa sua. Grand Prix a Cannes, Reality inquadra l’odissea di Luciano, che nell’attesa ossessiva di entrare nella Casa esce fuori di testa. Con stile umanista, denuncia in fuoricampo e metronomo tra miseria (sociale) e nobiltà (televisiva), Garrone mostra come il reality sia oggi modus vivendi, format esistenziale: non è più la società dello spettacolo di Debord, ma lo spettacolo della società. Reality o realtà? Da vedere» (Pontiggia).

 

8-9 febbraio

Cosimo Damiano Damato: Visioni, fantasie, sogni, rivoluzioni, poesie e follie

 

«È un dolce filmare poetico quello che caratterizza l’opera complessiva di Cosimo Damiano Damato. La poesia è la sua cifra stilistica e lo dimostra nella sua opera più celebre: Una donna sul palcoscenico del 2009, dedicata ad Alda Merini, in cui Damato avanza elegantemente a piccoli passi, svelando lentamente intimità e cogliendo la vita fragile e vera della poetessa, raccontandolo attraverso momenti di toccante e potente liricità. La scelta della partecipazione di Mariangela Melato si rivela commovente, rimanendo una delle ultime interpretazioni della grande attrice milanese prima della sua scomparsa. “E con una voce che tradisce il suo candore da bambina – ha scritto Roberta Bottari su Il Messaggero – un sorriso che le illumina gli occhi e l’immancabile rossetto rosso fuoco, Alda Merini si abbandona a Cosimo Damato. Si fida di lui, “sente” che non verrà tradita. E mentre il regista gira in presa diretta, con la camera ferma, in attesa di uno sguardo, di un movimento o di una parola di donna, lei lo seduce parlando di poesia, di misticismo, di filosofia, di musica, di follia riversata nei versi, di Cristo e di passione, senza censurare il dolore famigliare e l’esperienza del manicomio”. La stessa poesia la si ritrova anche nella versatilità e nell’imprevedibilità delle tecniche utilizzate nell’ottimizzazione del fine narrativo, come accade nella sofisticata favola, scritta con il Premio Campiello Raffaele Nigro, La luna nel deserto (2008), storia che trova nel disegno animato l’unica via di rappresentazione possibile. E così il film diventa fulcro d’un messaggio sociale imbevuto di ironia e poesia grazie alle voci eccellenti che doppiano i personaggi del cartone animato d’autore. “Un film poetico che tocca e sconquassa il cuore” il commento di Vincenzo Mollica. La ricerca di Damato si esprime anche in una forma jazzistica, attraverso il robusto fil rouge arboriano (una amichevole e simpatica costante positiva e propositiva dei suoi lavori), trovando una sorta di climax in quel Missoni swing (2012), coinvolgente ritratto di un grande esponente dell’arte sartoriale italiana che svela la sua impresa in una forma di ritmato insegnamento di vita. L’amichevole cameo di Dario Fo, su testi inediti di Enzo Biagi scanditi dalle musiche di Renzo Arbore, sulle trame di Missoni ci permette di parlare ancora di poesia cinematografica. Ma non ci si può nemmeno esimere dalla considerazione di una forte e pura vena popolare che lega a doppio nodo la prospettiva di Damato a quella di artisti dimenticati, ai quali non è mai perdonata la colpevolezza di essere nati in Italia. Accade ad esempio nel bellissimo e commovente lavoro dedicato al cantastorie Matteo Salvatore in Pratapapumpapumpapà, dove Damato riesce a cogliere in pieno una sinfonia picaresca legata alla tradizione orale delle generazioni passate, grazie allo struggente apporto di un superlativo Lucio Dalla (per il quale il lavoro fu scritto in chiave di rappresentazione teatrale). Qui il lato poetico di Damato viene sublimato dalla ricerca spasmodica di valori ancestrali, di insegnamenti contadini che la globalizzazione e le illusorie lusinghe del benessere hanno spazzato via in una sorta di irrefrenabile contaminazione. È un lavoro intenso e profondo, incentrato sul viaggio che sembra essere il tema ricorrente delle fatiche affrontate da un autore che utilizza la macchina da presa come una penna, scrivendo con immagini pagine che acquistano un profondo senso poetico. Predomina spesso, tuttavia, il tentativo di tenere sempre la sperimentazione a portata di mano: in Os-cià dedicato a Tonino Guerra, Damato cerca di dare una personalità e una fisionomia ai personali ricordi e appunti di viaggio di un’esperienza artistica che si nutre di grande arte e di amicizia, quella che l’autore ha condiviso con Tonino Guerra e Abbas Kiarostami. E sempre da un sentimento vero e da un vissuto artistico personale è nato Io sono il teatro, realizzato nel 2011 per mostrare fuori e dentro la scena il gigante Arnoldo Foà. Nell’apertura le dita schiacciano e ammorbidiscono il tabacco, per poi affondarlo dolcemente nel caminetto di una pipa che immediatamente va ad accendere anche la fiamma dei ricordi. Inizia con un impatto familiare e discreto un coraggioso, affascinante e commovente lavoro dedicato ad uno dei più grandi attori di teatro del nostro paese. Uno degli ultimi esponenti di una classicità e di un morboso attaccamento alla professionalità e al trasporto istintivo della passione. La recitazione non esiste, conta solo l’immedesimazione. Anna Bandettini ha scritto su “La Repubblica”: “I documentari sono stati finora tra le cose più belle del Festival del film di Roma: colti, sorprendenti, spesso anche nell’uso originale del linguaggio del cinema. E tra i film più applauditi ci sono stati quelli dedicati al teatro in un incrocio tra discipline davvero feconde. Foà sullo schermo si ricorda con ironia, sincerità e un filo di malizia. Ma il grado di commozione resta alto”. Ma la poesia non è solo legata alla vena documentaristica, Damato viene dal teatro e questa sua educazione sentimentale rafforza il suo linguaggio cinematografico, sperimentando e cambiando maniera, come accade nel suo ultimo lavoro, il film breve Tu non c’eri in cui l’Erri De Luca poeta ispira un potente e delicato ammonimento generazionale, filtrato con un bianco e nero e con virtuosismi di ripresa utili alla rappresentazione, questa volta, della finzione. Padre e figlio, uniti e divisi, dalle incomprensioni e dai ritorni che il tempo predispone in un disegno che pare indecifrabile, ma che trova l’unica chiave di raccordo possibile in quel forte e delicato impatto emozionale dell’amore e della poesia. Il coraggio è un’altra prerogativa del cinema di Damato, se a teatro ha messo in scena la Costituzione raccontata da Gherardo Colombo nei panni di un professore che tanto ricorda il Roby Williams de L’attimo fuggente, per la sua opera di fiction affida il ruolo da protagonista ad una rockstar come Piero Pelù, che mette in pratica tutta la sua esperienza giovanile a lezione da Orazio Costa. Il critico Annamaria Piacentini ha scritto: “È’ una storia d’amore in bilico tra il poetico e il surreale, tra il mondo famigliare solo percepito e quello sognato, in un’infanzia solitaria dove il lacerante mistero del padre, diventa un “rumore” assordante. Il regista li mette a confronto perché imparino a guardare la realtà. La sua macchina da presa volteggia tra la natura incontaminata, si ferma sulla roccia da scalare. I due volti si avvicinano e i loro sguardi si incrociano. Damato punta alla verità, senza ipocrisie, senza emozioni incontrollate. Qualcuno dice che il cinema italiano naviga in brutte acque, allora facciamo le scelte giuste: di un regista come lui in Italia c’è bisogno”» (Lorenzo Procacci Leone, Circolo del cinema Dino Risi).

Con l’autore dialoga, nell’incontro di giovedì 9, lo scrittore e giornalista Enrico Fierro.

 

mercoledì 8

ore 20.00 Tu non c’eri di Cosimo Damiano Damato (2016, 16’)

Film breve scritto da Erri De Luca. Con Piero Pelù, Brenno Placido e Bianca Guaccero. Dal soggetto di Erri De Luca: «Due uomini, due generazioni, padre e figlio: si sono mancati. Il padre è stato a lungo in prigione per aver fatto parte di una banda armata negli anni ’80, il figlio è cresciuto senza di lui. Un giorno il figlio decide di salire a un rifugio di montagna. Vuole raggiungere una cima che il padre frequentava, uscito di prigione. Sapeva scalare, il figlio no, ma vuole lo stesso fare questa specie di pellegrinaggio. Complice è la grande concentrazione della scalata, il vuoto intorno, il vento, lo sbaraglio. Rimprovera al padre l’assenza, la mancanza. Se lo immagina accanto. Si svolge tra loro un dialogo fitto, intenso come riescono a esserlo quelli immaginati. Sulla cima raggiunta insieme, si svolge un definitivo congedo e una consegna. Due uomini, due generazioni, padre e figlio: si sono mancati».

 

a seguire La luna nel deserto di Cosimo Damiano Damato (2008, 30’)

Voci di Leonardo Metalli, Violante Placido, Caterina Sylos Labini, Renzo Arbore, Michele Placido, Arnoldo Foà, Emilio Solfrizzi, Angelo Tumminelli, Savino Zaba, Attilio Romita. Musiche Radiodervish/Violante Placido. Film d’animazione Special Screenings all’Industry della 65^ Mostra del Cinema di Venezia. Luminosa e intensa, onirica, poetica eppure concreta, la favola della colomba Desdemona e della gazza Cola Cola dona le ali della fantasia a temi come la sopravvivenza, l’aspirazione alla felicità, il contrasto e l’integrazione fra mondi diversi. Dalle oasi nel deserto sino alla costa del Mediterraneo – seguendo il consiglio di una luna ammaliante – Cola Cola tenta il viaggio verso i paesi del benessere, l’isola del Grano e del Miglio.

 

ore 20.45 Alda Merini, una donna sul palcoscenico di Cosimo Damiano Damato (2009, 71’)

Presentato alle Giornate degli Autori – Venice Days alla 66^ Mostra del Cinema di Venezia. Documentario girato in presa diretta nella casa di Alda Merini, dove la poetessa dei Navigli si abbandona ad un racconto di sé puro ed elegiaco, mettendo a nudo la sua anima. Un incontro fatto di gesti, parole, sguardi. Un dialogo privato che trasuda dolore, ma che rivela l’anima più segreta e nascosta della Merini, la sua sapienza antica e il suo candore. La poetica, la filosofia, la genialità della Merini viene raccontata dal regista Damato grazie ad un canovaccio che affronta i temi del dono della poesia, del misticismo, della seduzione, della musica, un dialogo che diviene confidenza, afflato dell’anima, laddove si parla del dolore, delle brutture del manicomio, della follia riversata a piene mani nella poesia, del mistero di Cristo e della passione.

 

giovedì 9

ore 17.30 Io sono il teatro – Arnoldo Foà raccontato da Foà di Cosimo Damiano Damato (2011, 54’)

Documentario presentato al Festival Internazionale del Film di Roma. Un viaggio nella memoria del vissuto artistico e umano del grande attore, regista e commediografo Arnoldo Foà. Il Maestro racconta se stesso. Seduto dalla poltrona di casa sua rivede alla tv tutto il suo teatro e lo commenta, con il piglio di sempre fra ironia, poesia e impegno civile. Un viaggio che racconta per immagini anche tutto il teatro italiano, di cui Foà è stato ed è la vera anima. Il Maestro ci fa sedere in prima fila davanti al suo palcoscenico e ci rivela aneddoti e ricordi legati agli spettacoli portati in scena: da Pirandello a Baricco. Non solo contributi video inediti degli spettacoli, ma anche le sue celebri dizioni di poesia, da Dante a Neruda.

 

ore 18.30 Os-cia – La bellezza di Tonino Guerra di Cosimo Damiano Damato (2013, 50’)

Con Tonino Guerra e la partecipazione amichevole di Abbas Kiarostami. Presentato al Festival del Cinema Europeo. Os-cia (Osta) è una espressione romagnola di stupore. Sarà la sua voce leggera come l’aria, sarà la sua inflessione romagnola, sarà la sua aura magica e stralunata, ma le parole di Tonino Guerra appaiono come tavole bibliche. La bellezza salverà il mondo scriveva Dostoevskij e il grande poeta sembra aver fatto di questo la sua vera missione artistica. Da Pennabilli a Martina Franca, un viaggio con Tonino in un dialogo prima intimo nella sua casa-museo e poi un incontro con il pubblico dove la strada si veste di poesia. Un documento eccezionale: un grande incontro, l’abbraccio con il regista iraniano Abbas Kiarostami in un “indimenticabile tenzone” a suon di poesia fra versi in dialetto romagnoli e le poesie persiane di Rumi. Kiarostami commenta e ricorda quelle storiche immagini celebrando il genio e la sensibilità creativa di Guerra.

 

ore 19.30 Missoni Swing – I fili di Tai e Rosita di Cosimo Damiano Damato (2013, 65’)

Con Ottavio e Rosita Missoni, Dario Fo. Musiche di Renzo Arbore. Documentario presentato al Bif&st di Bari. L’epopea di Ottavio e Rosita Missoni, con uno straordinario cameo di Dario Fo. Le musiche sono firmate da Renzo Arbore. Un viaggio nella memoria e nel vissuto umano e creativo del Maestro della moda Italiana Ottavio Missoni. Tai (come lo chiamano gli amici) si racconta attraverso una lunga intervista, intima e minimale, in cui si annidano ricordi e fili di lana, un grande affresco che racconta anche il Novecento. Un grande racconto di vita di un uomo che ha saputo fare della moda una vera arte. Missoni non è solo un grande stilista, ma è stato anche un grande atleta: il racconto di Ottavio parte proprio da 1935, anno in cui vestì la maglia azzurra, nella specialità dei 400 metri piani e nei 400 hs. Poi la guerra sul fronte di El Alamein e l’incontro con Rosita e la creazione dei suoi colori.

 

ore 20.45 Incontro moderato da Enrico Fierro con Cosimo Damiano Damato

 

a seguire Tu non c’eri di Cosimo Damiano Damato (2016, 16’)

 

a seguire Prapatapumpapumpapà, la vita e le canzoni di Matteo Salvatore (2014, 86’)

Con Lucio Dalla, Marco Alemanno, Renzo Arbore, Moni Ovadia, Lunetta Savino, Teresa De Sio, Savino Zaba, Erica Mou, H.E.R. Documentario presentato al Bif&st di Bari. Lo spettacolo teatrale Il Bene mio – la vita e le canzoni di Matteo Salvatore è andato in scena l’ultima volta il 10 febbraio 2012 al Teatro Petruzzelli di Bari. Da questo eccezionale documento che vedeva come protagonista Marco Alemanno e Lucio Dalla, parte il viaggio di Renzo Arbore che racconta la straordinaria avventura poetica e musicale di Matteo Salvatore, uno dei padri della musica popolare del Sud. Il film documentario è un vero doppio-omaggio a Matteo Salvatore e Lucio Dalla, due artisti diversi, ma ambedue amati dal popolo, un caso del destino che gli ha fatti incontrare proprio in quel mondo fantastico che è la musica. Salvatore viene raccontato da Renzo Arbore attraverso un viaggio nella sua Apricena e con alcuni contributi video inediti che vedono il cantante folk esibirsi dal vivo.

 

10-12 gennaio

Storie di ordinaria follia. I film di Marco Ferreri (parte seconda)

«La mia sola morale è quella di fare film negativi»

Marco Ferreri

 

A vent’anni dalla morte di uno dei cineasti più originali, Marco Ferreri (9 maggio 1997), la Cineteca Nazionale lo celebra con una retrospettiva. «Il sarcasmo surreale eretto a sistema di ricerca antropologica. Gli uomini sono animali idioti (per effetto dei pregiudizi diffusi dalle religioni e dalle morali, nonché dalle abitudini), che debbono essere analizzati con distacco e divertimento. Ferreri – studente pigro che si trasforma in piazzista, in giornalista, in rappresentante di obbiettivi per macchine da presa – arriva al cinema, in Spagna, con queste semplici idee in testa. E produce satire antiborghesi e anticattoliche. Dei tre film spagnoli, El cochecito (1960) è il più crudele: prende di mira i vecchi. Ma la crudeltà rimbalza subito nei film girati in Italia: Una storia moderna – L’ape regina (1963), requisitoria contro il matrimonio; La donna scimmia (1964), sul personaggio patetico di una derelitta circuita da un cialtrone (Tognazzi); Dillinger è morto (1969), ritratto glaciale e atroce di un imbecille, ingegnere borghese dentro la società borghese. Non è necessario citare tutti i film di Ferreri per inquadrare la sua tesi. Basta osservare i più scabri e lucidi, i più gonfi di indignazione sarcastica. La grande abbuffata (1973) ha un piglio quasi epico nel descrivere l’incontro di quattro amici a Parigi per una lugubre orgia alimentare. Non toccare la donna bianca (1974) trasforma la buca dove sorgevano le Halles demolite in un set per una fiaba western, con cavalleria, indiani e spie, ottenendo effetti di grande ilarità. Ciao maschio (1978) descrive una New York astratta, da incubo, per raccontare l’autodistruzione di un matto che rifiuta l’amore. Chiedo asilo (1979) affida al folletto Roberto Benigni il compito di salvare l’umanità e la ragione» (Di Giammatteo).

 

venerdì 10

ore 17.00 Storia di Piera di Marco Ferreri (1983, 107’)

Nasce Piera, in una famiglia piuttosto sconquassata, almeno secondo la morale corrente: la madre è un specie di ninfomane, una candida amorale, un po’ ingenua e un po’ folle. Il padre è un attivista politico, disorientato dalla vita della moglie che ad ogni occasione lo tradisce, che vive sempre in bilico tra una gelosia inespressa ed una totale passività. «Il film ha peraltro momenti di forte emozione (basti citare l’incontro fra la giovane Piera e un atletico maschio che sembra uscire dalla mitologia) e, senza quasi mai offrire scene scabrose, esprime a meraviglia il clima inconsueto di quella famiglia, con quel coro di amiche di casa, quel piacere del gioco e della sfida, quell’inversione di ruoli fra madre e figlia» (Grazzini).

 

ore 19.00 Il futuro è donna di Marco Ferreri (1984, 102’)

In una discoteca Anna e Gordon, una coppia sposata senza figli, incontra Malvina, giovane donna incinta di sei mesi. Tra i tre nasce un rapporto intenso ma ambiguo, che viene interrotto dalla morte accidentale dell’uomo. Anna e Malvina restano sole: Malvina partorisce, lascia il figlio ad Anna e riprende il suo vagabondare. «Il futuro di Ferreri, dipinto come il massimo dell’evoluzione del costume e insomma del “progresso” […], finisce stranamente per somigliare a un incubo, a prefigurare una sgradita fine del mondo» (Frosali).

 

ore 21.00 I love you di Marco Ferreri (1986, 99’)

Michel è un giovane attraente e positivo, che ha un grande successo con le donne ed è amato da tutti. Una sera sente una voce suadente che gli sussurra «I love you». La voce fuoriesce dal ciondolo di un portachiavi raffigurante un viso di donna. Basta un fischio e il ciondolo ripete quelle parole. Michel sviluppa una vera e propria ossessione amorosa per quell’oggetto arrivando ad esserne geloso. «Come quasi sempre mi succede nel rivedere i suoi film, I love you guadagna a una seconda visione tanto più che all’ultimo festival di Cannes era stato presentato in edizione francese. Specialmente nei duetti tra Christophe Lambert e il suo patetico Sganarello Eddy Mitchell, candidato al Nobel per la jella, il film riesce a essere divertente nella sua ironia che lega i denti, simpatico nell’angoscia che impregna la descrizione della odierna gioventù di quieti senza causa, viandanti senza meta, afasici senza tormento (apparente)» (Morandini).

 

sabato 11

ore 17.00 Come sono buoni i bianchi! di Marco Ferreri (1988, 98’)

«Su cinque autocarri una spedizione umanitaria internazionale porta aiuti alimentari alle popolazioni affamate del Sahel. Finisce male. Ovvero: degli europei portano da mangiare agli africani e gli africani li mangiano. Film estremo, radicale – scritto con Raphael Azcona – nell’irrisione del terzomondismo, della carità come business, del mal d’Africa come rimorso, tormento, paura delle anime belle europee. Notevole per la sincerità della rabbia ferreriana, madre di un sarcasmo ironico e sornione, e per la traslucida trasparenza dello stile, interessante persino nei suoi difetti, divertente. Ma si ride verde. Fu inevitabilmente un insuccesso commerciale» (Morandini).

 

ore 19.00 La carne di Marco Ferreri (1991, 90’)

Paolo, separato con due figli, è impiegato al Comune e la sera suona il piano un po’, dove capita. Il suo problema è ritrovare Dio. La sua Prima Comunione è stata un’esperienza di totale immersione nel divino e lui vorrebbe riviverla. Francesca è una giovane donna autosufficiente, bianca e luminosa. Gira il mondo senza meta, vivendo quello che le capita. Viene da un’esperienza con un guru indiano. È rimasta incinta. Ha abortito ed è tornata a vagare. Paolo e Francesca si incontrano nel night di un amico di Paolo. Tra loro è subito amore. Si rinchiudono nella casa al mare di Paolo, da cui escono solo per acquistare cibo, specialmente carne, conservata in un frigorifero vicino al letto. Ma gli amplessi frenetici non riescono a realizzare la totalità che Paolo sogna. Il rapporto si esaurisce e Francesca pensa di andare via. Paolo sogna un’altra possibilità di fusione… «La carne di Marco Ferreri è una commedia in forma di incubo, un film che verrà rivalutato negli anni. La sceneggiatura era composta solo da una trentina di pagine di una storia al limite della comprensibilità e ho capito subito che tutto sarebbe stato cambiato sul set, che avremmo lavorato in un modo totalmente diverso. E infatti è stata un’esperienza importante sul piano dell’improvvisazione e dell’immediatezza» (Castellitto).

 

ore 21.00 La casa del sorriso di Marco Ferreri (1991, 94’)

«Ferreri per accompagnarci nel “mondo dei vecchi”, si inventa una scrittura cinematografica e una drammaturgia miracolosamente mimetiche rispetto all’oggetto del suo racconto. La casa del sorriso è un film “scritto a mano”: le inquadrature si succedono in fila indiana, a piccoli passi, come in una coda all’ufficio postale. Oggettive e ineluttabili, inquadrature apparentemente casuali si accumulano in un gorgo di vertiginosa, sublime spersonalizzazione. […] La casa del sorriso è la storia di una dentiera che viene trafugata e nascosta per dispetto. La “casa” della dentiera (e del sorriso) è la bocca di Adelina (Ingrid Thulin), Miss Sorriso 1947. Dunque è un film sull’oralità, sull’unica oralità sopportabile, quella pacificata dei vecchi: i vecchi parlano, mangiano, si baciano e sorridono nella giusta misura. […] In questo senso il film è un’ininterrotta ode alle virtù degli anziani» (G. Bertolucci). Il film ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1991.

 

domenica 12

ore 18.00 Diario di un vizio di Marco Ferreri (1993, 90’)

«Diario di uno schiavo d’amore tenero, tragico, solitario, alla deriva sui tram e sugli scampoli del sesso. Su di lui, e sulla ingenua, derelitta e trepidante interpretazione che ne dà Jerry Calà (“rivelazione” drammatica, ma anche notevole performance ironica e veicolo di forte angoscia quando, di tanto in tanto, gli spuntano dagli occhi lacrime strazianti), Ferreri apparecchia una specie di fotoromanzo estroso ed inedito, costruito su scene brevi e spoglie come i pensieri telegrafici travasati nel diario, decalcomanie di paure e desideri primitivi, uno schema nebulizzato cui corrisponde, però, un felicissimo, simmetrico accordo di corrispondenze narrative, sensibili introspezioni e armonie poetiche» (Trionfera).

 

ore 20.00 Nitrato d’argento di Marco Ferreri (1996, 90’)

«Lezione di storia del cinema raccontata dalla parte dello spettatore, della sala: una lezione sul cinema che non c’è più. Sciamannata più che accademica, ravvivata da paradossi e freddure, ma anche astratta, torbida, funebre. L’autore voleva intitolarlo La casa dei poveri, perché ci andavano soprattutto loro: per divertirsi, evadere, sognare, ma anche per vivere, stare insieme, parlare, pomiciare o imparare l’inglese come gli immigrati europei negli Stati Uniti. E un viaggio in un mondo perduto dove si parlano molte lingue, persino l’ungherese, perché Ferreri lo girò gran parte in Ungheria dove le comparse costano meno e si trovano ancora le faraoniche sale del tempo che fu. E un film stracolmo di citazioni eterogenee dove sono stati impiegati 240 attori […] e 12000 comparse. Non mancano i riferimenti alla storia e ai suoi orrori: guerre, dittature, nazionalismi, censure, lotta di classe, scioperi» (Morandini).

 

14-16 febbraio

I protagonisti del cinema italiano: Venantino Venantini

 

Un viso spigoloso. Uno sguardo magnetico. Ha attraversato più di mezzo secolo di cinema con un eclettismo invidiabile. Attore poliedrico con una filmografia prolifica ed eterogenea, Venantino Venantini lavora moltissimo non solo in Italia, ma anche all’estero, spesso e volentieri in Francia (con cineasti come Georges Lautner, Gérard Oury, Jacque Besnard, Édouard Molinaro, Claude Lelouch), ma anche in kolossal fantasy statunitensi (Ladyhawke di Richard Donner). In Italia alterna il cinema di autore (Dino Risi, Franco Rossi, Luciano Salce, Ettore Scola, Pasquale Squitieri) con quello schiettamente di genere (Massimo Dallamano, Lucio Fulci, Steno, Joe D’Amato, Umberto Lenzi, Joe D’Amato, Antonio Margheriti, Ruggero Deodato) e con quello erotico (Tinto Brass). È molto prolifico anche in televisione con sceneggiati ormai diventati di culto come Coralba (1970), fino ai grandi telefilm di successo come I ragazzi della 3° C (1987) e Il maresciallo Rocca (2005). Nel 1999 è nel cast de La cena di Scola che consegue il Nastro d’argento. Ottantasette anni (ad aprile) e non sentirli.

 

martedì 14

ore 16.30 La Celestina P… R… di Carlo Lizzani (1964, 100’)

Celestina è un’attivissima donna d’affari milanese, che si occupa di un genere di “public relations” non precisamente lecito, ma che le consente una vita piuttosto agiata anche se assai movimentata. Celestina, in effetti, non è altri che una “madame”, la quale usa le sue ragazze come esca per prendere all’amo i vari industriali e trasformarli in vittime. «Torna Assia Noris, assente dai nostri schermi dal 1945 […]. Ed è […] brava come ai tempi di Batticuore e di Un colpo di pistola. O meglio ha quelle qualità di disinvoltura e aggressività fotogenica che fanno il mostro sacro del cinema: con un simile potenziale divistico a Hollywood non l’avrebbero certo lasciata tanto tempo lontano dagli schermi» (Kezich). Con Venantino Venantini, Beba Loncar, Raffaella Carrà, Marilù Tolo.

 

ore 18.30 Odissea nuda di Franco Rossi (1961, 110’)

Un intellettuale italiano arriva a Tahiti per realizzare un film. Ma il lavoro passa in secondo piano, mentre prendono il sopravvento gli istinti primordiali che quella terra risveglia in lui. Capolavoro dimenticato e maledetto del cinema italiano anni Sessanta, Odissea nuda di Franco Rossi è un anti-mondo movie con Enrico Maria Salerno nei panni di un regista sedotto dalla Polinesia. «Il restauro di Odissea nuda, presentato per la prima volta alla Festa del Cinema di Roma 2015, è l’omaggio a uno dei film più censurati della storia del cinema italiano, ma che non ha finora avuto giustizia come è invece successo ad altri casi coevi, da La ragazza in vetrina di Emmer a Rocco e i suoi fratelli di Visconti. […].Rossi, in seguito, sarà uno dei registi più attratti da ambientazioni internazionali: gli Stati Uniti di Smog (1962), il Brasile di Una rosa per tutti (1966), l’Australia di L’altra metà del cielo (1977). Ma forse il suo viaggio più incredibile è proprio quello per Odissea nuda […]. Nel racconto di una troupe spersa in Polinesia, oltre a Rossi e ai vari attori (Enrico Maria Salerno, Venantino Venantini…), si staglia la figura singolare di Golfiero Colonna, ex ufficiale di Marina e produttore del film» (Morreale).

 

ore 20.30 Incontro moderato da Marco Giusti con Venantino Venantini

 

mercoledì 15

ore 17.00 Colpo grosso, ma non troppo di Gérard Oury (1965, 111’)

«Un trafficante internazionale (de Funés) distrugge in un incidente la macchina di un rappresentante (Bourvil) in partenza per l’Italia. In cambio gli presta la sua Cadillac, non dicendogli che è piena d’oro, di droga e di gioielli rubati, e lo segue di nascosto a bordo di un’altra vettura. Dopo mille disavventure e dopo aver appreso la verità dalla polizia, il rappresentante si vendicherà a modo suo. Due grandi comici francesi a confronto in una serie di sketch legati tra loro dal tema del viaggio. La tranquillità naïf e innocente di Bourvil contro la tensione pasticciona e disonesta di de Funès: un contrasto molto ben gestito, sia dagli interpreti sia dal regista, che genera una comicità – di caratteri e di situazioni – scatenata e piacevole» (Mereghetti).

 

ore 19.00 C’era una volta un commissario… di Georges Lautner (1972, 96’)

Nell’intento di annientare una pericolosa organizzazione di trafficanti di droga, diretta dal nizzardo Pascar Manoni, il commissario Campelier si finge fratello di uno spacciatore, Maurice Lopez, ucciso da due misteriosi sicari. Poiché il morto era sposato, mentre egli è scapolo, si vede perciò costretto a inventarsi una famiglia nelle persone di Françoise, vedova di un collega, e del suo figlioletto Bertrand, con i quali si trasferisce a Nizza. Mentre gli ignoti assassini eliminano anche il segretario di Manoni e la fidanzata di Lopez, Campelier – le cui abitudini di celibe solitario e taccagno originario qualche contrasto con Françoise e il bambino, verso i quali, per altre, ricambiato, si va sinceramente affezionando – apprende, da due agenti del Federal Bureau of Narcotics, che i due sicari agiscono agli ordini della mafia americana e che si propongono di sterminare la banda di Manoni» (www.cinematografo.it). Con Michel Constantin, Michel Lonsdale, Mireille Darc e Venantino Venantini.

 

ore 20.45 In famiglia si spara di Georges Lautner (1963, 95’)

«Fernand non sa dire di no all’amico moribondo che lo prega di vegliare sulla propria nipote e sui suoi interessi. Il compito di Fernand non è facile dato che deve riscuotere il denaro di cui l’amico era creditore. I creditori del morto sono infatti gangsters pericolosi i quali tentano con ogni mezzo di sbarazzarsi di Fernand» (www.cinematografo.it). Con Lino Ventura, Bernard Blier, Francis Blanche, Claude Rich e Venantino Venantini, che con questo film viene scoperto e adottato dal cinema francese.

 

giovedì 16

ore 16.30 L’altra metà del cielo di Franco Rossi (1977, 100’)

«Prima a Fiumicino, poi sull’aereo che li porta in Australia, si incontrano un giovane prete, don Vincenzo Ferrari, e Susy Macaluso, prostituta (ma al compagno di viaggio s’è ben guardata dal dire la verità). Il caso vuole che i due si ritrovino a Woolgoolgaringa, uno sperduto villaggio minerario abitato soprattutto da italiani, che per don Vincenzo è sede di missione e per Susy l’esercizio estivo della sua “professione”. Il buon sacerdote, che ha finalmente capito di che vive la ragazza, si adopera, per ricondurla a una vita proba, con ogni mezzo» (www.cinematografo.it). Con Adriano Celentano, Monica Vitti e Venantino Venantini.

 

ore 18.30 Troppo rischio per un uomo solo di Luciano Ercoli (1973, 110’)

Rudy (Giuliano Gemma), campione del volante, viene accusato di aver ucciso la propria amante Nina (Susan Scott), la quale durante un party lo aveva fatto ingelosire. Incarcerato, trova comprensione solo nell’avvocato Crossman, agente del finanziere Brauner che voleva ingaggiare Rudy perché facesse pubblicità alla propria ditta. Rudy evade e si rifugia in casa di un amico, partito per un lungo viaggio. Poi riprende i contatti con Crossman, ma scopre che Brauner… «L’inizio ha una buona tensione e un sapore documentario. […] Dopo una lunga pausa riprendono le emozioni. Per venti minuti la “127” fa da primattrice. Le auto nemiche finiscono regolarmente fuori strada, gl’inseguitori finiscono a brandelli. Il noto pilota acrobatico Remy Julienne – lo stesso di Colpo all’italiana – diventa per una decina di sequenze l’autore vero della pellicola. E Gemma? “Io non mi sono tirato indietro, ho subìto personalmente un testa-coda. Non mi va di fare il difficile, sono stati i film ardimentosi a lanciarmi. Rinnegandoli, rinnegherei me stesso”» (Perona).

 

Toni Bertorelli. L’inferno dentro

 

«Toni Bertorelli racconta la sua storia. Nato e cresciuto in anni di grandi prospettive e possibilità, rivela sin da bambino una sensibilità artistica particolare, che lo eleva dalla media, ma che lo rende però anche molto fragile, segretamente insicuro e vulnerabile. Ed è proprio per far fronte a queste sue fragilità che comincia prestissimo a ricorrere all’alcol, grazie al quale “i nervi si sciolgono, le paure svaniscono”. Seguirono gli anni della gioventù, anni sbandati in cui si rivela il suo talento per la recitazione. Toni vive un lungo periodo ricco di arte, di entusiasmi, di soddisfazioni grandissime che si alternano a depressioni profonde, a litigate furiose, a botte da orbi con la giovane moglie, sbandata e fragile al par suo, ad amplessi disperate, a fughe impossibili. Sono anni in cui non ha alcuna certezza, nessun punto fermo, se non quello di sempre, l’approdo sicuro in cui trovare riposo e sollievo, calma e oblio di sé: l’alcol. Perché questo è il suo vero dramma. Anche quando arrivano il successo, i soldi, i riconoscimenti, i premi blasonati, anche quando è ormai un attore famoso e stimato, un uomo realizzato e padrone di sé, lui in realtà è un succube, è uno schiavo e il suo padrone è l’alcol. Vano ogni tentativo di liberarsene… l’alcol è per lui un demone potente che lo possiede e lo schiaccia. E lo avrebbe anche ucciso se non fossero arrivati gli Alcolisti Anonimi, i soli che con il loro esempio, la condivisione, il sostegno riescono veramente ad aiutarlo ad uscire dalla schiavitù della bottiglia e a imparare ad accettare per quello che è: un essere fragile, vulnerabile, fallace, ma anche resistente, determinato nel perseguire un percorso di “salvazione”, umile nel sentirsi uguale agli altri, non più solo e, soprattutto, finalmente sobrio!» (dalla quarta di copertina del libro di Toni Bertorelli Voglio vivere senza di te, Iacobelli, 2017).

 

ore 20.45 Incontro con Toni Bertorelli

Nel corso dell’incontro sarà presentato il libro di Toni Bertorelli Voglio vivere senza di te

 

a seguire Inferno dentro di Silvio Maestranzi (1979, 120’)

In Italia l’alcoolismo è una piaga diffusa. Sono in molti a vivere in un eterno inferno interiore e a rivolgersi, per cercare conforto e aiuto, agli Alcolisti Anonimi. Dieci tra questi si prestano a raccontare la loro storia dinanzi a una macchina da presa, sfidando così una delle norme più rigide del gruppo: quella di non svelare la propria identità. Il telefono, il primo telefono degli Alcolisti Anonimi, istallato tre ore prima della trasmissione, i cui numeri scorrevano sui titoli di coda, suonò ininterrottamente per due settimane.

Copia proveniente da Rai Teche

 

venerdì 17

Dal buio alla luce. Il restauro e la conservazione del cinema italiano

 

Qual è la situazione oggi dei restauri cinematografici in Italia soprattutto alla luce dei nuovi sviluppi tecnologici? Lacune binarie. Il restauro dei film e le tecnologie digitali di Rossella Catanese ha il grande merito di fare chiarezza in questo scenario che ha sempre più le sembianze di un labirinto carrolliano. Il volume non è solamente una ricerca sul panorama del restauro cinematografico, tra dimensione analogica e innovazione digitale, ma in realtà vuole esplorare uno degli aspetti più rilevanti del dibattito contemporaneo nell’ambito dei Film Studies, ovvero il problema della conservazione del materiale cinematografico nella sua duplice istanza estetica e storica, in quanto patrimonio dell’umanità e parte della memoria collettiva. La memoria del cinema. Restauri della Cineteca Nazionale 2002-2016, a cura di Sergio Toffetti, nasce come aggiornamento al precedente La memoria del cinema. Restauri, preservazioni e ristampe della Cineteca Nazionale 1998-2001 e vuole essere non solo un catalogo, ma anche una guida e una mappatura sulla storia del cinema italiano attraverso non solo i restauri di grandi classici, come Roma città aperta, Il Gattopardo, La dolce vita, Tutti a casa, ma anche attraverso una testimonianza di film scoperti e inattesi, non presenti nelle filmografie ufficiali, come i documentari di propaganda elettorale con Eduardo e Peppino De Filippo, la versione lunga di Nostra signora dei turchi di Carmelo Bene, le differenti versioni de La ricotta di Pier Paolo Pasolini, l’unico documentario di Pietro Germi, Scrittori e poeti anglosassoni a Roma. Sono solo alcuni esempi eloquenti nel delineare una contro-storia del cinema italiano… e non solo.

 

ore 17.00 Il Gattopardo di Luchino Visconti (1963, 185’)

Splendida rappresentazione del passaggio della Sicilia dai borboni ai sabaudi che restituisce integralmente il senso e il fascino del capolavoro di Tomasi di Lampedusa, nobilitato dal decadentismo viscontiano, abile nel cogliere «le sfumature quasi proustiane della […] personalità mondana e familiare» (Moravia) del principe di Salina. La celeberrima scena del ballo, che richiese più di un mese di riprese, suggella la fine di un’epoca e di una classe sociale, con risvolti anche autobiografici. Il negativo originale del 1963, realizzato con il processo Technirama, sbiadito e con molti problemi dovuti all’usura del tempo, è stato scansionato in 8K. Per integrare qualche lacuna, è stato acquisito anche un interpositivo 35mm. Dopo la scansione, tutti i file sono stati convertiti in 4K e il restauro interamente digitale (con ritorno in pellicola) è stato eseguito a questa risoluzione. Anche la colonna sonora originale è stata sottoposta a un accurato restauro, partendo da un magnetico 35mm acquisito ed elaborato digitalmente. Le lavorazioni sono state effettuate presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata di Bologna in associazione con la Fondazione Cineteca di Bologna, The Film Foundation, Pathé, Foundation Jerôme Seydoux-Pathé, Twentieth Century Fox. Il restauro è stato promosso da Gucci e The Film Foundation, Digital Picture Restoration e Colorworks ed è stato presentato nel 2010 alla 24ª edizione del Festival del Cinema Ritrovato di Bologna.

 

ore 20.30 Incontro con Francesca Angelucci, Sergio Bruno, Rossella Catanese, Sergio Toffetti

 

Nel corso dell’incontro verranno presentati i volumi Lacune binarie. Il restauro dei film e le tecnologie digitali (Bulzoni, 2013) e La memoria del cinema. Restauri della Cineteca Nazionale 2002-2016 (Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, Silvana Editoriale, 2016).

 

a seguire The Soldier’s Courtship di Robert William Paul (Bacio movimentato in pubblico, 1896, 1’)

Un soldato e una ragazza scelgono una panchina per baciarsi appassionatamente. La coppia viene però disturbata da un’intrusa indiscreta, che verrà cacciata via in malo modo. Il restauro è stato realizzato in digitale a partire da un positivo nitrato 35mm con titolo italiano ritrovato dalla Cineteca Nazionale, combinato al recupero e all’inserimento di un frammento mancante, conservato presso la Collezione Kodak del National Media Museum di Bradford. Analisi chimico-fisiche effettuate sulla pellicola di partenza, che risultava ingial

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Walter Nicoletti

Founder at Voce Spettacolo
Walter Nicoletti è un produttore, filmmaker, attore e fonda Voce Spettacolo nel 2013. Laureato in Giurisprudenza. E' portavoce italiano della Notte degli Oscar® - European Oscar Party (2018-2019).
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