VINICIO CAPOSSELA

DOMANI ESCE IL NUOVO DOPPIO ALBUM
“CANZONI DELLA CUPA”

DA DOMANI IN RADIO IL BRANO “LA PADRONA MIA”
Online il video al link www.viniciocapossela.it/lapadronamia

PARTE IL 28 GIUGNO DA ROMA IL TOUR “POLVERE”
Biglietti disponibili in prevendita

Domani, venerdì 6 maggio, esce “CANZONI DELLA CUPA” (La Cùpa/Warner Music), il nuovo disco di VINICIO CAPOSSELA. Il doppio album “Canzoni della Cupa” è un’opera originale, su cui Capossela ha lavorato per 13 anni e che arriva a 5 anni di distanza dal suo ultimo disco di inediti.

“Canzoni della Cupa” è composto da due lati, Polvere e Ombra, espressioni di un mondo folclorico, rurale e mitico. Al disco hanno preso parte diversi artisti, in un ideale raccordo tra due mondi, quello che racconta la grande frontiera, incarnato da artisti come Flaco Jimenez, Calexico, Howe Gelb e Los Lobos, e quello rappresentato da voci e strumenti espressione della migliore musica popolare italiana, come Giovanna Marini, Enza Pagliara, Antonio Infantino, la Banda della Posta, Francesco Loccisano, Giovannangelo De Gennaro, senza dimenticare altri straordinari musicisti come Victor Herrero, Los Mariachi Mezcal, Labis Xilouris, Albert Mihai e tanti ancora. Il disco è prodotto artisticamente dallo stesso Capossela insieme a Taketo Gohara e Alessandro “Asso” Stefana.

Da domani, venerdì 6 maggio, sarà in rotazione radiofonica “La Padrona Mia”, secondo singolo estratto dal disco dopo “Il Pumminale”. Da oggi è online al link www.viniciocapossela.it/lapadronamia il video realizzato da Sara Fgaier con la collaborazione del regista Pietro Marcello e della Cineteca di Bologna.

Da giugno, Vinicio Capossela sarà in tutta Italia con il tour “Polvere” (organizzato da F&P Group), a cui seguirà il tour autunnale “Ombra” nei principali teatri italiani.
«Le canzoni che affondano nei solchi di questo doppio disco sono canzoni forti e contorte come le radici – dichiara Capossela a proposito di questo nuovo tour – Il concerto che ne ricaveremo sarà un concerto radicale. Radicale nei timbri, nel repertorio e nella formazione. Doppio è il disco e doppio il concerto. All’aria aperta, nella stagione calda, il concerto denominato “Polvere”. Nel chiuso dei teatri, nell’autunno, il concerto denominato “Ombra”. La sostanza della Polvere sarà di timbri forti, marcati e netti che uniscano in forma di quadri, anzi di stasimi, come nella tragedia greca, i blocchi di cui è costituita la materia emotiva del concerto: e cioè l’ancestrale, l’arcaico, il folk, la serenata, la ballata, la frontiera, la fiesta y feria, e la mitologia».

Queste le prime date confermate del tour “Polvere”: il 28 giugno alla Cavea – Auditorium Parco della Musica di Roma, il 29 giugno al Market Sound di Milano, l’11 luglio in Piazza degli Scacchi a Marostica (Vicenza), il 13 luglio in Piazza Napoleone al Summer Festival a Lucca, il 15 luglio al Castello Scaligero di Villafranca (Verona), il 16 luglio in Piazza della Cattedrale ad Asti, il 19 luglio in Piazza della Loggia a Brescia, il 20 luglio al Flowers Festival di Collegno (Torino), il 24 luglio in Piazza Matteotti a Sogliano al Rubicone (Forlì-Cesena), il 5 agosto all’Arena Bolgheri di Bolgheri (Livorno), il 6 agosto all’Arena del Mare di Civitanova Marche (Macerata), il 9 agosto al Teatro D’Annunzio di Pescara, il 13 agosto al Forum Eventi di San Pancrazio (Brindisi), il 18 agosto alla Summer Arena di Soverato (Catanzaro), il 20 agosto al Teatro Verdura di Palermo, il 21 agosto al Teatro Antico di Taormina, il 29 agosto al Beat Festival di Empoli e il 4 settembre all’Home Festival di Treviso.
I biglietti sono disponibili in prevendita su TicketOne e i circuiti abituali (per info www.fepgroup.it).

Da domani, giorno di uscita del disco, Capossela presenterà l’album in una serie di incontri pubblici, queste tutte le date:
Venerdì 6 maggio – BARI (ore 18:30 – La Feltrinelli – via Melo, 119)
Sabato 7 maggio – CONZA – Avellino (ore 16.30 – Stazione Ferroviaria di Conza-Andretta-Cairano)
Domenica 8 maggio – MILANO (ore 17:00 – La Feltrinelli – Piazza Piemonte)
Lunedì 9 maggio – LIVORNO (ore 21:00 – La Feltrinelli – via di Franco, 12)
Martedì 10 maggio – GENOVA (ore 18:30 – La Feltrinelli – via Ceccardi, 16)
Mercoledì 11 maggio – TORINO (ore 18:30 – La Feltrinelli – Stazione Porta Nuova)
Giovedì 12 maggio – FIRENZE (ore 18:30 – La Feltrinelli RED – Piazza della Repubblica)
Venerdì 13 maggio – ROMA (ore 18:30 – La Feltrinelli – via Appia Nuova, 427)
Sabato 14 maggio – NAPOLI (ore 18:00 – La Feltrinelli – Piazza dei Martiri)
Domenica 15 maggio – MONTE SANT’ANGELO – Foggia (ore 19.30 – piazzetta Abbazia di San Michele)
Venerdì 20 maggio – BOLOGNA (ore 18:30 – La Feltrinelli – Piazza Ravegnana)

www.viniciocapossela.it – https://www.facebook.com/viniciocapossela

 

Vinicio Capossela & Los Lobos

 

La padrona mia

 

un video di

Sara Fgaier

 

Disponibile online da oggi su

www.viniciocapossela.it/lapadronamia

Più che un video un documento che trasforma in immagini l’idea alla base della canzone, un omaggio alla “padrona del mio cuore, ma anche signora della massaria, che sempre troneggia nella sua femminilità inaccessibile e dirompente”, per dirla con le parole di Capossela.

 

La realizzazione di questo documento è stata affidata a Sara Fgaier di Avventurosa (www.avventurosa.net), che è riuscita nell’impresa di mescolare le immagini di Vinicio Capossela e i Los Lobos al chiuso di una sala d’incisione con una serie di scene selezionate con cura da preziosi materiali d’archivio: «I filmati di repertorio provenienti da Home Movies e dall’Istituto Luce fanno emergere una memoria visiva che celebra la figura della donna in diverse epoche: le contadine con i fasci di grano, la trebbiatura, la massaria, una donna che scende lungo una mulattiera, i giochi durante la vendemmia e le gite sui monti e nei boschi – racconta Sara Fgaier – Sono immagini di volti e momenti in cui accadono solo cose elementari e primitive, secondo i modi di una cultura antichissima, che vedeva la donna come custode silenziosa di un mondo secolare e millenario, fatto di regole e armonie».

Vinicio Capossela & Los Lobos

“La padrona mia”

 

un video di

Sara Fgaier

 

assistente al montaggio e VFX

Davide Minotti

 

Postproduzione

Avventurosa

 

immagini di Vinicio Capossela & Los Lobos a cura di

Valerio Spada

 

immagini di repertorio

 

-Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia

fondi filmici amatoriali di:

Guglielmo Baldassini, Roberto Costa, Enzo Donati,

Guglielmo Rullo, Arturo Vassallo e Giuseppe Vecchi.

 

-Istituto Luce

“Terra Madre”, “Battaglia del grano”, “Bonifiche del tavoliere”.

 

con la collaborazione di

Pietro Marcello

Anna Di Martino

Giulia Cosentino

e

Cineteca di Bologna

 

tratto dall’album

CANZONI DELLA CUPA

(La Cupa / Warner Music Italia)

 

Ó La Cupa 2016

 

“Canzoni della Cupa”

“Canzoni della Cupa” è un disco in due parti, anzi, in due lati.

Il lato esposto al sole, il lato che dissecca, che asciuga al vento. Il lato della Polvere.
Il lato della ristoccia riarsa, su cui il grano è stato mietuto. Il lato del lavoro costato quel grano. Il lato del sudore e dello sfruttamento di quel lavoro.

E poi il lato in Ombra, il lato lunare, il lato dello sterpo e dei fantasmi. Il lato degli ululati e dei rovi, dei rami che contro luna danno corpo alle creature che si fanno vedere da uno solo alla volta per sfuggire alla classificazione zoologica. Il lato delle creature della Cupa, del pumminale, del cane mannaro, della bestia nel grano. Il lato dei mulattieri che rubano legna la notte, il lato delle fughe d’amore. Il lato delle apparizioni.

E’ un disco in due parti e si è sviluppato in due stagioni di registrazione. Due annate distanti tra loro più di un decennio perché i rovi s’ispessissero e mettessero più a fondo radici. Perché quella Polvere generasse l’Ombra.

La prima registrazione avvenne al secco della stagione, nell’estate 2003. Una sessione scarna, disseccata, appunto. Due violini, un cymabalon, un contrabbasso e la voce accompagnata dalla sua chitarra…

E poi, undici anni dopo, la sessione nell’ombra dell’autunno 2014 dilatata fino al 2015. Quei brani avevano generato altri brani che si raccolsero in una sessione ritirata, registrata tra i vicoli del paese dell’Eco, al fuoco di fornacella, nel paese dell’origine.

Dalla frontiera maternale d’oriente, quella del gallo turco nascosto già nel bagagliaio di liveinvolvo, sono poi dilagate oltre oceano, fino a raggiungere l’altra frontiera che le coste paternali dell’Ofanto da sempre mi evocano… Quel west che qui tutti si vogliono fottere, tanto hanno avuto esperienze di selle, muli, ferrovie e paesaggi da resa dei conti.
Dalla frontiera del lupo, le vallate irpino lucane, alla terra del coyote, l’opera si è andata completando con la frontiera texano mexicana di Flaco Jimenez in San Antonio, Texas, quella dei Calexico del deserto di Tucson, fino a quella dei Los Lobos, i lupi che stracciano la notte tra Messico e California.
Nei vicoli del paese dell’origine sono venuti in diversi, voci e strumenti che del canto della terra hanno esperienza, Giovanna Marini, Enza Pagliara, Antonio Infantino, la Banda della Posta, Francesco Loccisano, Giovannangelo De Gennaro, e da più lontano Howe Gelb, Victor Herrero, Los Mariachi Mezcal, Labis Xilouris, Albert Mihai e diversi altri sempre accolti dalla triade produttiva della Cupa, Taketo Gohara, Asso Stefana e l’autore medesimo.

Ogni paese dell’Italia interna – le terre dell’osso non lambite da mare o città, terre dove i paesi si arroccano su dirupi quasi a difendersi dal mondo, circondati da mari di argille e di terre e di notte – conosce questa geografia dell’anima.
Ognuno di questi paesi è diviso in due lati, un lato in luce e uno in ombra, un dualismo che compone un’unità immobile. Ferma in un tempo circolare, che si ripete in eterno, come il tempo della terra e delle stagioni.
Ognuno di questi paesi ha una contrada detta Cupa, un lato meno battuto dal sole dove l’immaginario e l’inconscio hanno ubicato le Leggende, e un lato riarso sul dorso della terra, un lato chiarito dall’ordine del Lavoro. Un lato di polvere e sudore.
Questi due lati compongono un cerchio, un cerchio in cui il tempo si muove immobile.

A questo mondo attingono queste canzoni. Un mondo folclorico, rurale, mitico e mitologico, a cui ho cercato di dare voce affidandomi all’opera preesistente di un cantore come Matteo Salvatore, e poi al patrimonio delle canzoni di paese, e soprattutto a quel grande bacino che racchiude la saga epica della comunità, quello dei sonetti, i versi in rima, mai scritti, che si cantano uniti, affastellando le voci. E altri ancora ne ho trovati dentro di me, a lungo cercando tra i gradini, i vicoli, i rovi e le terre. Tutti insieme, affastellati negli anni come fascine da fuoco, sono diventate le Canzoni della Cupa. Canzoni che mi hanno dato calore e radice, paura e conforto.

Non c’è nulla di rassicurante nella musica folk, affermava Dylan. Ed è vero. Sono canzoni in cui l’uomo è esposto alle forze della terra, alle sue radici che avviluppano e strangolano, ai suoi rovi che infliggono ferite, alle forze della notte, ai dirupi di una natura crudele e arcana, allo sfruttamento e alla sopraffazione dell’uomo sull’altro uomo. Che espongono alle malizie umane, alla crudeltà delle piccole comunità. Musiche che non lasciano fuori dalla porta il lutto, la separazione e il dolore. Che non pongono limiti alla Festa, all’abbondanza dissipatoria che sconfina nella morte. Ma sono anche canti che ricompongono un rapporto tra cielo e terra, condizione in cui spesso stiamo sospesi incoscienti, inconsapevoli, come sonnambuli. Che ci fanno ancora sentire freddo, emozione, desiderio, paura, senso dell’avventura, euforia, lutto e morte. Che ci dicono di appartenere a un mondo più vecchio di noi, a cui la Storia cambia volto e superficie, ma che resiste, e ci ricorda di essere solo uomini sulla terra nuda.
Terra cupa sfuggita al cielo.

 

“Canzoni della Cupa”
Track by track
Tracklist Polvere
Femmine
Il lamento dei mendicanti
La padrona mia
Dagarola del Carpato
L’acqua chiara alla fontana
Zompa la rondinella
Franceschina la calitrana
Sonetti
Faccia di corno
Pettarossa
Faccia di corno – l’aggiunta
Nachecici
Lu furastiero
Rapatatumpa
La lontananza
La notte è bella da soli
Polvere
Polvere è la schiuma della terra, terra seccata dal sole, dal vento, dal tempo. Ma polvere è anche humus, umano, la polvere che ci ha originato e a cui torneremo. Polvere sono le radici, effimere, che ci legano alla terra. Queste canzoni sono esposte al secco, al lavorio della polvere, ma sono anche la terra in cui affondano le radici di questi canti.
Femmine
Canto di lavoro di tabacchine raccolto dalla voce della signora Addolorata Lia in Patù. Ricordo dei tempi in cui quel lavoro praticava, rimodulato sulla scorta dei canti di lavoro e prigione delle registrazioni di Alan Lomax. Il mondo delle raccoglitrici di tabacco che tanto ricorda il cotone della cultura dei neri d’America per la fatica e l’abuso, ha di suo la licenziosa malizia.
Il lamento dei mendicanti
Blues arido, di siccità, di fame e sete. Il primo pezzo ascoltato di Matteo Salvatore, il grande cantore dell’ingiustizia e dello sfruttamento nel mondo del latifondo meridionale degli anni ‘50. Un canto che si porta dietro le pezze, gli stracci, i sonagli di quei mendicanti a cui Camporesi ha dato solenne veste nel suo libro dei vagabondi.

La padrona mia
La padrona del mio cuore, ma anche la signora della massaria, figura con molte variazioni in diverse ballate a sonetto. Sempre troneggia nella sua femminilità inaccessibile e dirompente. Questa versione prende la prima strofa dalla forma popolare e poi si avventura tra l’elaborazione dell’autore e quella di Canio Vallario, maestro B’llino.
Dagarola del Carpato
Storia cantata raccolta dalla memoria della signora Di Guglielmo. Un’eroina, una donna fedele questa Teodora che il dialetto del paese rimodula in Dagarola. Commovente ritratto di donna innamorata che pazza di dolore si aggira sola, in orari in cui nessuno può vederla. Come vacca scampanata, come animale senza gregge, ha per unico conforto la supplica alla Vergine Incoronata. Il suono sferragliante, il timbro unico del western calitrano, è quello della Banda della Posta in esecuzione corale con voce tutelare di Giovanna Marini.
L’acqua chiara alla fontana
Ballata d’ispirazione semi trobadorica, ispirata al sonetto in uso a Calitri “Il nobile cavaliere”. Una fonte, un’acqua chiara, virginale, alla fontana. Un adescamento al suono dei marenghi d’oro, monete di altro tempo. Una storia di contrattazione d’amore che non manca di grazia e di terragna, popolana, carnalità. I toni cavallereschi sono anche nell’arrangiamento da ballata antica, provenzale, dei due violinisti francesi che l’hanno interpretata all’istante.
Zompa la rondinella
Ballata spontanea e viaggiante a cui in “cumversazione” ognuno aggiunge strofe diverse. Vi figura un certo Pescatamonte, prete senza vocazione, di carattere rissoso, che meritò lo stortonome dai “peccata mundi” che recitava sull’altare, e da quelli per cui aveva inclinazione nella vita. C’è il suono di altre fontane e piscioli, e soprattutto una certa Filomena, che per sè combina i guai, e a noi lascia la pena, ma ugualmente, “stringiamoci un’altra volta e diamogli fuoco al treno”.
Franceschina la calitrana
Le strofe riecheggiano dai tempi della costruzione della ferrovia, impresa seguente all’Unità d’Italia. Ancora portano per aria la forza di seduzione di questa popolana, “amica” d’ingegneri e capocantieri. I manovali che intanto “stanno sempre là”, esclusi tanto dal profitto quanto dal piacere, danno un tono epico–sindacale al brano.
Sonetti
Il sonetto è canto spontaneo a forma fissa, in metrica e melodia. È patrimonio vasto come un giacimento a cui ognuno ha aggiunto una strofa. Qui si riprende la forma melodica e una selezione di strofe che insieme compongono una storia d’amore; un amore bramato a cui per orgoglio, paura e avventura, non si è più trovata la strada per tornare.
Faccia di corno
Due sono i modi della serenata portata al balcone di notte: i rispetti e i dispetti. Le strofe possono esaltare l’amata o denigrarla, ingiuriarla, quando il frutto del sentimento si è marcito. Questa specie di canto a stornello riprende alcune delle strofe dello straordinario patrimonio delle serenate a ingiuria, che per il resto, parlano da sé.
Pettarossa
Lo stortonome della protagonista deve più alla generosità del petto che al colore del pettirosso. La forsennata canzone riecheggia nel testo di frammenti di figure tramandate nei sonetti e ha anch’esso il carattere dell’ingiuriata a dispetto.

Faccia di corno – L’aggiunta
Come uno che dopo essersi sfogato al vento riprende la via di casa, ma ancora sente di non averne dette abbastanza: ecco l’aggiunta. Altre strofe sotto la finestra a dispetto, alcune di carattere metafisico, come la pertica lunga, che a piegarla ne viene un ponte, sotto il quale può passare il vero amante. Diverse le ingiurie, stesso, momentaneo, finale: “Dal mio cuore ora, per sempre tu, te ne sei uscita”.
Nachecici
Versione “ranchera” de “I Maccheroni “, di Matteo Salvatore, capolavoro dinamitardo esistenzialista-paesano in cui troneggia il verso definitivo: chi muore muore, chi campa campa e un piatto di maccheroni con la carne.
Lu furastiero
Il campo raso dalla mietitura, i covoni, il vento. Il mietitore stagionale venuto da fuori, forestiero, che tutto quello che possiede si porta addosso. Il riposo di questo forestiero abbandonato al sonno sul cuscino della sua “sacchettola”, è un capolavoro lirico di Matteo Salvatore, qui transumato all’italiano.
Rapatatumpa
Versione de i “Proverbi paesani “di Matteo Salvatore, vademecum di saggezza e cinismo popolare. Il trapatatumpa simula la rullata del tamburo del banditore nell’accidia del pomeriggio. La sequela di queste strofe, nere come una pittura di Goya, fa da mantello alla sfilata della Morte. Una morte dentro la vita stessa, in cui anche il tempo ha bisogno di essere ammazzato. Il suono allucinato dei tamburi in questa versione viene da Tricarico, dallo straordinario plotone di ragazzi che seguono il maestro-profeta Antonio Infantino.
La lontananza
Quando si è lontani e soli, sperduti dietro alle greggi nella notte, quello che fa più paura non è il vento, non è il tuono, non è la tempesta o la penuria. È la lontananza. La lontananza il maggiore dei mali, nel nostro vivere, filo teso tra chi amiamo e chi ci ama.
La notte è bella da soli
Quando tutti se ne sono andati, o dormono per sempre, un solitario cantore nel paese abbandonato. Lo scalpiccio dei passi, il pisciolare delle fontane, un combattimento di cani e gatti, l’eco del verso del lupo mannaro che fa spaurare il cuore. Un sentito lamento di Salvatore per tutti i paesi in abbandono.
Tracklist Ombra
La bestia nel grano
Scorza di mulo
Il Pumminale
Le creature della Cupa
La notte di San Giovanni
L’angelo della luce
Componidori
Il bene mio
Maddalena la castellana
Lo sposalizio di Maloservizio
Il lutto della sposa
Il treno
Ombra
Ombra è la fronda generata dalle radici, l’intreccio dei rami che quella polvere ha prodotto. Ed è anche l’ombra il lato delle creature che non si chiariscono allo sguardo, il lato dei presagi, degli uccelli che volano la notte, il lato del racconto che desta meraviglia e inquietudine. E ombra è anche quella che lasciamo sulla terra andandocene.
La bestia nel grano
L’urlo del mietitore è più forte a mezzogiorno, l’ora che non lascia ombra sulla terra, l’ora in cui non c’è separazione fra vita e morte. L’ora del demone meridiano. A quell’ora bisogna rincorrere le bestie immaginate che si nascondono correndo e scuotendo il grano, per offrirle in sacrificio al demone, a risarcimento del lutto del campo falciato.
Scorza di mulo
I mulattieri sono sotto la guida di Ermete. Sono le creature liminari tra il mondo immobile degli stanziali e la mobilità sconfinata della notte. Non sono cavalieri però, sono soltanto mulattieri, hanno a che fare con bestie cocciute. Viaggiano nel buio per rubare legna dal bosco, per portare carichi, soggetti al pericolo, alle piene dei fiumi, ai dirupi, alle guardie, ai briganti. Quanti neri pensieri corrono nella muta testa di mulo di un mulattiere nella notte, sotto il suono ipnotico di zoccoli, che non galoppano mai, soltanto trottano al passo di un carico da condurre come una pena?
Il Pumminale
Il Pumminale è il mannaro nato nella notte di Natale, che con la luna piena si trasforma in lupo e va sporcandosi nel fango per trovare refrigerio. Questo Pumminale è versopelo, ha i peli dentro, e al richiamo della luna si trasforma non in lupo, ma in porco maiale. La storia di un meretricio notturno per incontrare il proprio demone e mettercisi d’accordo.
Le creature della Cupa
Molte sono le creature della Cupa per cui è meglio non affacciarsi ai pozzi, non uscire la notte, non esporsi al pericolo. Come in una ninna nanna su una culla fatta di rovi, ecco recitato l’elenco: la masciara, il pumminale, il maranchino e soprattutto la creatura della Cupa, neonata che ispira tenerezza, ma a sollevarla piega le gambe per il peso abbracciato, oro che il demone ha trasformato in piombo.
La notte di San Giovanni
È la notte dei presagi e delle comparanze. La notte in cui le ragazze cercano segni per capire chi accompagnerà la loro vita. E nell’acqua del bacile vedono l’ombra di Salomè ed Erodiade inseguirsi e accusarsi per l’eternità.
L’angelo della luce
Sempre Michele è venuto su una spada di luce. Ha spinto i contadini a lasciare le case, a mettersi in via, come pellegrini, per andare alla grotta nel giorno dell’arcangelo. Strada affollata quella dei pellegrini: ordini di mendicanti, simoniaci, guaritori, predicatori, accattoni, commercianti di fede. Anche l’angelo della luce per scendere in terra, come Adamo, ha dovuto sporcarsi i piedi.
Componidori
Dopo una divinità religiosa, una pagana. Come rendere divino l’uomo per un giorno, come mondarsi dalle funzioni corporali, privarsi del volto ed essere solo maschera luminosa che guida una torma di magnifici cavalieri che cacciano stelle per guadagnare la fertilità della terra, è quanto accade nella festa, nella giostra della Sartiglia. Ma è festa di carnevale, festa di sovvertimento dell’ordine. Quello stesso re si ubriacherà e verrà raccolto all’alba, fra gli ultimi.
Il bene mio
All’unione di nozze si arriva col velo, circondati, eletti e digeriti dalla comunità. Oppure da soli, nella clandestinità più buia, quella della fujuta. La fuga d’amore. Non c’è banchetto allora, c’è solo il ricovero dell’amore e il terrore di essere abbandonati dopo. Questo il soggetto di un’altra straordinaria canzone di Matteo Salvatore.

Maddalena la castellana
Storia terribile delle conseguenze di un amore clandestino. Episodi non rari in un mondo in cui gli uomini erano continuamente lontani per guerra, migrazione o lavoro. Con la ferocia di una descrizione cruda come la realtà, il poeta Canio Vallario ha composto questo sonetto sul tema di un aborto clandestino, sulla figura nera come la notte di questa vammana che una volta chiamata “mai indietro fa ritornare”.
Lo sposalizio di Maloservizio
La festa fonde la vita fino al punto in cui tocca la morte. La festa sfrenata, che dissipa ogni accumulo, la festa dei santi martiri del Ricreo. Il ri-creo, che rigenera l’uomo, lo crea nell’accoppiamento e allo stesso tempo lo consuma. Per questo in maniera fatale e simbolica, a Maloservizio, fu fatto lo scherzo di legare l’uscio della sua casa al cancello del camposanto. Il filo, fattosi stella filante, avvolse tutti nella festa, e raccolse anche i paesi del contorno nominati per nome e blasone. Rucche Rucche e Barbaje, è specie di formula magica da incantesimo. Il resto è tutto il folclore da sposalizio, cinque minuti di corsa forsennata condotta da una crepitante banda rumena unita alla postale. Il brano deve molto ad Aniello Russo per i blasoni e ad Armando Testadiuccello per la sostanza.
Il lutto della sposa

Ogni età dell’oro, l’infanzia del mondo, finisce si sa nel giorno della sposa. È il momento del trapasso a un’altra vita. Abbracciarne una nuova significa abbandonare quella che si è vissuta fino ad ora. Per il soggetto di questo brano ringrazio Adrian Paci.
Il treno
Forse è venuto un treno come un uccello, un giorno, a portarsi via tutti. A lasciare i balconi vuoti. Un treno viene, nero. In guerra come in pace. Ci sono saliti tutti sopra, anche un ragazzo che tutto quello che aveva era una grande scanata di pane. Se ne sono andati tutti così, su quel treno. Anche mio padre.

 

Canzoni “a sé stanti”
Commenti di uno studioso di popular music
[e di un amico musicista]

Calitri – il paese dal quale proviene il padre di Vinicio Capossela e dove questo album sostan-zialmente ha avuto origine – e Cairano – “il paese dei Coppoloni”, luogo dell’omonimo ro-manzo e del film di Capossela – distano una sessantina di chilometri in linea d’aria dalla costa tirrenica, dalle parti di Salerno, e una novantina di chilometri di strade tortuose percorribili in macchina in un’ora e mezzo circa. È più o meno la distanza dalla Bassa Padana al Mar Ligu-re; si fa prima ad andare da Milano a Genova. Calitri (530 metri sul livello del mare) e Caira-no (770) sono paesi di una zona di collina e mezza montagna, fanno parte della comunità montana dell’Alta Irpinia – in provincia di Avellino e ai confini con la provincia di Potenza – incuneata fra tre regioni: la Campania, la Basilicata, le Puglie. Rionero in Vulture e Venosa, terre di briganti, distano poco più di trenta chilometri, a Est. Dalla parte opposta, un po’ più vicino, c’è Sant’Angelo dei Lombardi, distrutto come molti altri centri della zona dal terre-moto che colpì l’Irpinia il 23 novembre 1980.
È una terra dal clima semi-continentale, bruciata dal sole d’estate e a volte gelida d’inverno, lontana soprattutto dallo stereotipo dell’equazione Sud = Mediterraneo, e dunque anche dall’immagine convenzionale della mediterraneità. È mediterranea come l’interno della Spa-gna, come l’Erzegovina, come l’Epiro. È una terra di canti e di danze, certamente permeabile a tradizioni di luoghi vicini e lontani.

[Il mio ricordo, geograficamente approssimato, risale al 24 settembre 1972, a un Festi-val de l’Unità a Carife, sull’altro orlo del cratere che fu l’epicentro del terremoto del 1980. La visita di un gruppo del Nord, che cantava con quattro chitarre e una specie di batteria canzoni politiche modellate sul folk americano e sul country rock (fra quelle, “Tre fratelli contadini di Venosa”), era stata evidentemente dibattuta nella sezione: di solito alla Festa intervenivano star della televisione, e soprattutto orchestre da ballo lo-cali, ma quell’anno i giovani della FGCI si erano imposti. Poi, ci avevano regalato una bandiera rossa con la scritta (in blu): “W la musica proletaria”. La conservo ancora. Quando ho raccontato l’episodio a Vinicio non mi è parso sorpreso.]

Canzoni della Cupa è nato in buona parte a Calitri. Alcune canzoni sono state raccolte o com-poste lì, e lì è stato registrato uno dei due cd che compongono l’album, quello intitolato Om-bra. Tutto il lavoro porta i segni di quel Sud continentale, di quell’atmosfera più lucano-pugliese che campana, ma Polvere (il primo cd) è più aspro, ruvido: risultato, si direbbe, di un incontro con i temi e i materiali musicali ancora “crudo”, ma anche dell’abbondanza di brani tradizionali, adattati da Capossela, o di Matteo Salvatore e altri autori popolari (in tutto quat-tordici su sedici), mentre il rapporto si rovescia in Ombra, dove i brani non interamente di Capossela sono soltanto due. Curiosamente (la cosa è troppo netta per essere casuale) tutte le canzoni di Ombra – con l’eccezione della ghost track – sono in modo minore, mentre in Pol-vere c’è una grande maggioranza di canzoni in modo maggiore (dodici su sedici). Polvere, dunque, si basa largamente su un lavoro di adattamento e riesecuzione di materiale tradiziona-le (in parte registrato dallo stesso Capossela, che ha incontrato informatori locali), mentre Ombra è il lavoro di un autore interprete, che ha preso evidentemente lo spunto dai contenuti e dallo stile del materiale tradizionale. Fino a un certo punto, cioè se si esclude l’adattamento linguistico di parte dei testi dal dialetto all’italiano e anche una certa libertà nell’accompagnamento strumentale, Polvere appare come un’operazione “classica” di folk revival, con ricercatori e interpreti urbani che riproducono materiale popolare rurale, ricalcan-do (con i limiti accennati) lo stile originale; Ombra, che al di là della differenza di modi è ab-bastanza simile – stilisticamente e nel suono – a Polvere, può anche essere interpretato alla luce dei concetti del folk revival storico, come il risultato del lavoro di un autore e di interpre-ti che hanno tentato di riprodurre il cosiddetto folk process, cioè calarsi nella cultura tradizio-nale al punto da assorbirne i metodi, il modo di creare: un’utopia a lungo coltivata dai prota-gonisti dei folk revival storici, negli Usa, in Gran Bretagna, in Italia.

[Quegli anni della “musica proletaria” erano gli anni culminanti del folk revival “stori-co” in Italia; poi, il folk – in qualunque delle molteplici e contestatissime accezioni – sa-rebbe arrivato anche a Canzonissima. Fra i protagonisti della fase compresa tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni settanta c’erano Michele Straniero (quello che cantò “Gorizia” a Spoleto, durante Bella ciao, causando il noto scandalo) e Roberto Leydi (il curatore di Bella ciao, il promotore e teorico di un folk revival rigoroso, modellato sull’insegnamento di Alan Lomax e di Ewan MacColl, e poi uno dei primi etnomusico-logi accademici in Italia). Tutti e due guardavano con scetticismo bonario i nostri tenta-tivi di innestare alcuni aspetti del rock e di quella che non si chiamava ancora “canzone d’autore” sulla musica tradizionale e sul canto sociale italiano. Un po’ perché detesta-vano a priori la “musica di consumo” e consideravano Bob Dylan un “traditore”, un po’ certamente perché i nostri sforzi erano dilettanteschi e limitati dalla superficialità dell’ambiente discografico nel quale eravamo costretti a lavorare. Noi volevamo mettere una banda di paese che riprendesse alla fine il tema di una canzone, e loro ci piazzavano una competentissima sezione di fiati Dixieland, che con “Garibaldi” c’entrava come i cavoli a merenda. Che invidia per la libertà di cui gode Vinicio, per la possibilità di ri-correre a musicisti di tutt’altra generazione, a tecnici del suono liberi dai modelli sonori della radio e della produzione pop concepita per quella!]

In tutto questo le tecniche di registrazione hanno un ruolo molto importante. I nostalgici dell’analogico (che hanno molte ragioni, sotto vari aspetti) dimenticano quanto la dinamica largamente superiore e il ridottissimo rumore di fondo della registrazione digitale abbiano permesso di emancipare gli strumenti delle tradizioni popolari dal ghetto della non-fonogenicità. La coincidenza della “moda” della world music con l’emergere del cd e della registrazione digitale, e poi della registrazione su laptop, non è casuale. E come l’album Can-zoni della Cupa dimostra, non si tratta solo di far emergere dalla nebbia i suoni di strumenti che ai tempi dell’analogico sarebbero stati ritenuti poco adatti a una registrazione di ampia diffusione (e quindi confinati al ruolo di documento per specialisti), ma anche cogliere tutte quelle sfumature ambientali che collocano voci e strumenti in uno spazio acustico credibile. Non uno spazio statico “da studio di registrazione”, ma un ambiente plasmabile, magari anche alle esigenze del folk process.

[A dire la verità, queste cose si intuivano già quarant’anni fa. Quando gli Inti Illimani, da poco esuli, furono mandati in uno studio a sedici piste, con un tecnico che qualche anno dopo avrebbe creato il suono degli album di maggiore successo di Battiato, ascol-tando il risultato capimmo tutti che la “musica folk” (oggi forse si direbbe “la musica acustica”) non era obbligata ad avere quel suono sfuocato, timido, privo di dinamica e di spazio, al quale ci avevano abituato i dischi del folk revival italiano. Poi sì, sarebbe arrivata la cinica “noia mortale”, ma quei dischi di musica andina, e anche quelli della Nuova Compagnia di Canto Popolare, avevano aperto una strada per tutti.]

Nel panorama stereofonico di Canzoni della Cupa la voce di Vinicio Capossela sta sempre in mezzo, non proprio “cupa”, ma nemmeno squillante: è “dentro” quello spazio, non emerge al di sopra come vuole il canone radiofonico italiano (ereditato dalla Commissione d’ascolto della Rai di altri tempi, una specie di convitato di pietra permanente della nostra discografia, anche quarant’anni dopo l’abrogazione), un canone al quale anche molti cantautori si sono adattati. Non è (solo) una voce noncurante, trasandata, non imbellettata: è una voce adatta a quello che dice, la voce di uno che fa parte della scena. Capossela è uno degli esponenti più apprezzati della canzone d’autore, quindi è anche a quell’ambito che bisogna riferirsi per va-lutare le conformità e gli scarti che segnano il suo valore individuale: ecco, la voce di Capos-sela è lontana da quei toni da fratello maggiore più colto, se non da professore, che ha costi-tuito per decenni il paradigma vocale del cantautore. Allo stesso modo, parallelamente, la sua scrittura (almeno in questo album) non è letteraria, non è “da poeta”: di immagini anche for-temente poetiche (ambigue, metaforiche, basate su tutto l’armamentario grammaticale, sintat-tico, semantico, prosodico del versificatore) nelle Canzoni della Cupa ce ne sono tante, ma Capossela riesce a farle passare tutte (anche quelle che sono evidentemente sue) come poesia popolare, e questo, oltre che un gran merito, è un grande sollievo.
Questo è un album nato sotto l’influenza di Matteo Salvatore e delle sue canzoni “a sé stanti” (come dice Capossela), cioè autonome, separate da altri generi e altre tradizioni. Il concetto di influenza, largamente sfruttato dalla critica e ormai dai siti web (che catalogano gli artisti sul-la base delle influenze che hanno subito), viene di solito interpretato in senso passivo, come un’azione dell’artista, dell’opera, del genere che esercita l’influenza su chi la subisce. Ma è invece, come sostengono critici di un certo peso, un processo attivo, dalla parte dell’influenzato. Come sosteneva Harold Bloom, è l’artista, il poeta, che si sceglie i propri predecessori, non il contrario. È Capossela, qui, a scegliere che sia Matteo Salvatore il suo modello. Se ne potrebbe concludere, forse, che il giudizio di Capossela sulle canzoni di Salva-tore – che sono “a sé stanti” – sia in realtà quello che vorrebbe si potesse dire delle proprie canzoni, quelle di questo album.

[E io penso che sia vero. Complimenti, Vinicio.]

Franco Fabbri

 

VINICIO CAPOSSELA
Tour “POLVERE”
28 GIUGNO Cavea-Auditorium Parco della Musica ROMA

29 GIUGNO Market Sound MILANO

11 LUGLIO Piazza degli Scacchi MAROSTICA (VI)

13 LUGLIO Piazza Napoleone/Summer Festival LUCCA

15 LUGLIO Castello Scaligero VILLAFRANCA (VR)

16 LUGLIO Piazza della Cattedrale ASTI

19 LUGLIO Piazza della Loggia BRESCIA

20 LUGLIO Flowers Festival COLLEGNO (TO)

24 LUGLIO Piazza Matteotti SOGLIANO AL RUBICONE (FC)

5 AGOSTO Arena Bolgheri BOLGHERI (LI)

6 AGOSTO Arena del Mare CIVITANOVA MARCHE (MC)

9 AGOSTO Teatro D’Annunzio PESCARA

13 AGOSTO Forum Eventi SAN PANCRAZIO (BR)

18 AGOSTO Summer Arena SOVERATO (CZ)

20 AGOSTO Teatro Verdura PALERMO

21 AGOSTO Teatro Antico TAORMINA

29 AGOSTO Beat Festival EMPOLI

4 SETTEMBRE Home Festival TREVISO

I biglietti sono disponibili in prevendita su TicketOne e i circuiti abituali
(per info: www.fepgroup.it)

 

VINICIO CAPOSSELA
Biografia

Cantautore, poeta, scrittore e fantasmagorico entertainer, VINICIO CAPOSSELA (Hannover, 1965) debutta nel 1990 sotto l’egida di Renzo Fantini (Paolo Conte, Francesco Guccini) con il disco “All’una e trentacinque circa”, che gli vale la Targa Tenco, premio che gli verrà attribuito altre tre volte negli anni successivi. Se sono i primi dischi “pre-biografici”, come “Modì” (1992) e “Camera a sud” (1994), a confermarne il talento in Italia e all’estero – è del 1995 un prestigioso sold out al Theatre de la Ville di Parigi – con “Il ballo di San Vito” (1996) arriva il primo deragliamento musicale di Capossela: fanfare macedoni e la chitarra di Marc Ribot si fondono in una musica che vive di riferimenti e rimandi immaginifici e al tempo stesso più personali. Coliche di immaginazione le definisce lo stesso Capossela, che approfitta di un never ending tour di due anni circa per realizzare nel 1998 il suo primo album dal vivo, intitolato “Liveinvolvo” e realizzato con la complicità di Neat Veliov e della sua Kocani Orkestar. Importanti, in questo primo periodo della sua carriera, anche le incursioni nel mondo del teatro, dove lavora con la compagnia di Paolo Rossi a spettacoli come “Pop e rebelot” (1993) e “Milanin Milanon” (1994). Sempre con Paolo Rossi, Capossela fa il suo debutto televisivo nel programma “Scatafascio” (1997-1998), per il quale firma l’omonimo brano.

Dall’album “Canzoni a Manovella” (2000) in poi, Capossela rivolge la sua attenzione a temi più universali, spesso ispirati alla grande letteratura, da Melville a Céline, da Dante ad Omero, mentre la sua attività concertistica, tanto in Italia che all’estero, è sempre più tesa alla rappresentazione dell’opera in forma di spettacolo e a radicarsi al tempo stesso in una serie di eventi unici senza repliche.
Non mancano poi nel curriculum di Capossela gli appuntamenti fissi, come i Concerti per le Feste che si svolgono puntualmente ogni anno dal 1998 al 2013 nei giorni di Natale al Fuori Orario di Taneto di Gattatico (Reggio Emilia). La passione per il progenitore ortodosso di Santa Klaus, vale a dire Santo Nicola, e la favola del Natale vede inoltre Capossela, nell’arco di un decennio, realizzare ben tre radioracconti a tema natalizio: “Canto di Natale” (2001), “I cerini di Santo Nicola” (2008) e “Il gigante e il mago” (2009).

Nel 2003, dopo due anni di intensa attività concertistica, arriva “L’indispensabile”, la prima raccolta di successi contenente anche la sua prima cover di sempre, “Si è spento il sole” di Adriano Celentano. I lavori successivi, “Ovunque Proteggi” (2006), “Da Solo“(2008) e “Marinai Profeti e Balene” (2011), oltre ad incarnarsi in spettacoli di grande successo, forniscono lo spunto per una documentazione filmata, come nel caso dei due live “Nel niente sotto il sole” (2007) e “Solo show” (2009). Accanto ai progetti discografici Capossela lavora anche a progetti inediti, come quello realizzato nel 2007 con il violoncellista Mario Brunello in occasione del “Genio Fiorentino” e dedicato alle “Rime” di Michelangelo intitolato “Fuggite, amanti, amor”.

Radio, scrittura, cinema, sono spesso confluiti nel percorso artistico di Vinicio Capossela, segno distintivo di un artista che da sempre non considera ma, anzi, travalica le barriere esistenti tra le diverse arti: è del 2004 il suo primo romanzo, “Non si muore tutte le mattine”, da cui trae uno spettacolo di teatro d’ombre e le “Radiocapitolazioni“ trasmesse da Radio 3. Nel 2009 pubblica, sempre per Feltrinelli, “In clandestinità” con l’amico-poeta Vincenzo Costantino “Cinaski”. Il libro diventa un reading che i due presentano in tutta Italia dove, al posto del palcoscenico, ci sono un ring, un giudice, un pianoforte e i due in scena per un improbabile quanto realistico incontro di boxe, dove parole e canzoni sostituiscono i pugni. Alla Grecia e al rebetiko, “più che una musica, un modo di vivere”, Capossela dedica invece il disco “Rebetiko Gimnastas” (2012), il film “Indebito” (2013), girato insieme al regista Andrea Segre, presentato in anteprima al festival di Locarno e proiettato al cinema con enorme consenso di pubblico e critica, e il libro “Tefteri, taccuino dei conti in sospeso” (2013), pubblicato da Il Saggiatore.

Nell’estate del 2013 Capossela è impegnato in diversi progetti: presenta un nuovo spettacolo nello stupefacente scenario di Villa Adriana, “Il Carnevale degli Animali e altre bestie d’amore”, che lo vede protagonista insieme al Trio Amadei ed ai solisti della Vianiner Philarmoniker, spettacolo replicato anche l’estate successiva al prestigioso Ravenna Festival e in altri contesti. Sempre nel 2013 debutta come produttore per il disco “Primo Ballo” della Banda della Posta, un album di musiche per sposalizi con cui si esibisce in un tour di più di cinquanta date. Sul tema dello sposalizio, inoltre, incentra la prima edizione del Calitri Sponz Fest (2013), un festival da lui ideato e di cui è direttore artistico. Il festival viene riproposto anche nell’estate del 2014 con il tema Mi sono sognato il treno e nell’estate 2015 con il tema Le vie dei muli i sentieri dei miti.

Nell’aprile del 2015 Feltrinelli pubblica il suo quarto libro, “Il paese dei Coppoloni”, candidato al Premio Strega. A giugno 2015 risulta l’autore più votato del Dante al Premio Strega e viene premiato dai circoli di lettura dei comitati italiani ed esteri della Società Dante Alighieri. Il 29 agosto, nell’ambito dello Sponz fest, festeggia la Notte d’argento per i suoi 25 anni in musica: un grande concerto con ospiti speciali, durato più di 7 ore nella stazione di Conza in Alta Irpinia, preludio di un tour celebrativo intitolato “Qu’Art de Siècle”, che lo vede esibirsi in Italia (Catania, Milano, Roma e Venezia) e nelle principali città europee (Parigi, Londra, Berlino, Bruxelles, Zurigo, Berna, Salonicco) in una serie di concerti-atti unici per ospiti e repertorio.

Il libro “Il paese dei Coppoloni” porta in dote un film-documentario prodotto da LaEffe per la regia di Stefano Obino intitolato “Vinicio Capossela – Nel paese dei Coppoloni”, presentato al cinema nel gennaio 2016 e la cui colonna sonora è tratta dal nuovo album di studio dell’artista, “Canzoni della Cupa”. Il disco, diviso in due lati (Polvere e Ombra), esce il 6 maggio 2016 e sarà seguito da un lungo tour di presentazione (organizzato da F&P Group) diviso in due parti: una prima estiva, intitolata “Polvere”, ambientata in spazi all’aperto, ed una autunnale intitolata “Ombra”, che farà tappa nei principali teatri italiani.
Il tour toccherà anche l’estero a partire dalla Francia, dove tra il 7 e il 9 luglio, a Lione, Capossela sarà l’invitato d’onore del prestigioso Festival Nuits De Fouirviere (http://www.nuitsdefourviere.com/programme/vinicio-capossela-0).

 

Il titolo di questa edizione sarà
CHI TIENE POLVERE SPARA

Gli sposalizi, gli sponzamenti, le rotaie di treni ormai solo immaginati, il “raglio alla luna”, la difesa di una terra troppo spesso dimenticata, la voglia di riscoprirla e di farla scoprire, il desiderio di svelare al mondo cosa si nasconde tra quelle colline, dove tra il paese dei Coppoloni e quello dell’Eco, risuona un soffio di vita, tutto ritorna in gioco e tutto sembra davvero ancora possibile.

Chi c’è stato, lo sa: lo Sponz Fest è una magia capace di coinvolgere e travolgere, un flusso di inesauribile energia che dagli stretti vicoli di Calitri si espande nella Valle dell’Ofanto per un’intera settimana. La storia dello Sponz Fest è di per se un piccolo miracolo, nato per darsi un’occasione di fare “comunità”. Una comunità che l’ha vissuto come proprio. Partito come festa sui riti dello sposalizio, si è allargato ai temi dell’unione, del rapporto con la terra, dell’incontro con altre culture. Ogni volta è stata una sfida nella quale si è alzata un po’ più in alto l’asticella. Lo scorso anno il Fest è stato itinerante sul territorio di 5 comuni a dorso di muli inseguiti da mariachi, in una settimana di plenilunio. L’anno precedente si è svolto sulle stazioni di una tratta ferroviaria sospesa (la storica Avellino-Rocchetta).

Quest’anno la quarta edizione dello SPONZ FEST si terrà dal 22 al 28 agosto prossimi con l’epico titolo CHI TIENE POLVERE SPARA.

“Chi tiene POLVERE spara– scrive il direttore artistico Vinicio Capossela – è un modo di dire calitrano – che in paese significa chi ha qualcosa da dire lo dica, chi ha qualche mezzo lo usi!.
Anche se è un mezzo povero come la POLVERE. Anche se si tratta solo di vento e di nuvole. E’ un invito al fuoco d’artificio, a tirare fuori quello che abbiamo dentro. Un invito a non subire le cose, ma a farle. Un invito all’azione e alla speranza.
Ma anche un invito alla festa. La festa antica, dionisiaca, sponzante. La festa che dissipa e consuma, per ricordarci che non bisogna avere paura di vivere, ma bisogna impiegare tutto il dono della vita affinché quando karos, la morte, arriva con la sua falce, non le resti niente da prendere.
La quarta edizione dello SPONZ FEST si propone quindi il sollevamento della POLVERE. Alzare la POLVERE dalla terra su cui si è posata. Fare polverone, sollevare la testa nella confusione delle voci. Invadere di artificio un centro storico labirintico, fatto di grotte e vicoli ronzanti di voci invisibili e trasformarlo in una specie di Guca – cittadina della Serbia che ospita uno straordinario Festival riservato alle brass band, bande di ottoni – nelle terre ventose dell’Alta Irpinia. Una terra che sa sempre essere la scenografia di un sogno epico. Una terra a volte desolata che sa resuscitarsi e risuscitare.
I greci antichi con la parola anastasis indicavano il sollevarsi, significando allo stesso tempo resurrezione, ma anche insurrezione. Ecco, “chi tiene POLVERE spara”, è l’insurrezione che si oppone all’oblio, al cammino della POLVERE che copre terre ed esistenze nell’oblio. Diamoci una bella spolverata! Venite tutti allo SPONZ FEST 2016! POLVERE ne avete, POLVERE ne troverete e prima di tornare POLVERE, facciamola alzare per bene in alto! Anche la coda delle comete è fatta di POLVERE. POLVERE di stelle!”.

Il programma del Festival – che nelle prime tre edizioni ha convogliato in Alta Irpinia più di settanta ospiti tra musicisti, artisti, scrittori, poeti, registi, attori – sarà reso noto nelle prossime settimane e come sempre spazierà tra diversi ambiti: dalla musica alla letteratura, dall’arte ai temi ambientali, dall’enogastronomia al trekking senza dimenticare le attività dedicate ai più piccoli.
Tra gli eventi musicali non mancherà come ogni anno un concerto/evento speciale di Vinicio Capossela, che il prossimo 6 maggio pubblicherà il suo nuovo disco di inediti, il doppio album Canzoni della Cupa, ispirato proprio a quel territorio giacimento di culture, racconti e canti; un mondo che la Storia ha seminterrato, ma che fa sentire l’eco e il suono se gli si presta orecchio e ci si dispone al sogno, come ha detto proprio Capossela. Un lavoro, Canzoni della Cupa, assai legato al tema argomento del Festival, a partire dal suo essere diviso in due lati, POLVERE e Ombra: il primo lato, POLVERE, è fatto di canzoni esposte al secco, al lavorio della POLVERE e della terra in cui affondano le radici questi canti. Il lato in Ombra è quello dei presagi e dell’inconscio, degli uccelli che volano la notte, del racconto che desta meraviglia e inquietudine.
La POLVERE, del resto, a partire dalla metafora biblica, è tema che riguarda il tempo, la dimenticanza, l’erranza. Che riguarda l’uomo, la sua caducità, l’humus da cui prende il nome. Gesù scrive nella POLVERE il comandamento “Non Ammazzerai”. La POLVERE è nel gesto anarchico dell’Antigone di Sofocle che afferma la legge morale contro l’arroganza della legge politica.
Alla POLVERE si rivolgono molte domande, come scriveva l’indimenticato John Fante. Noi con questo Sponz Fest 2016 ci proponiamo il sollevamento della POLVERE.
Il conclave del comitato direttivo, l’Associazione Sponziamoci, la cittadinanza tutta, i simpatizzanti, gli antipatizzanti, i volontari (cornuti e non) i coscritti e i coscrittori, lietamente annunciano: “Gaudio magnum, nunzio vobis, habemus Sponz Fest 2016”.
Tutte le informazioni sullo Sponz Fest saranno disponibili sul sito ufficiale www.sponzfest.it e sulla pagina Facebook ufficiale www.facebook.com/sponzfest

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Vito "Nik H." Nicoletti

Editor in Chief at Voce Spettacolo
Vito "Nik Hollywood" Nicoletti è Caporedattore di Voce Spettacolo. Si laurea in Giurisprudenza.
Allievo esperto di Kung Fu
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