Voce Spettacolo at the U2 concert – Twickenham Stadium I London – by Stefano Straniero

by Stefano Straniero.

ITA

 

Domenica 9 Luglio. Londra. Il sole sbircia curioso da dietro le nuvole per vedere il Twickenham Stadium che si riempie lentamente. Anche lui, prima di tramontare, forse spera di vedere gli U2 esibirsi nella loro seconda data londinese ed europea del Joshua Tree Tour 2017.

Per ingannare l’attesa, il ruolo di gruppo spalla e’ stato degnamente ricoperto da Noel Gallagher ed i suoi High Flying Birds che ci hanno intrattenuto con loro pezzi originali e degli Oasis, tra tutti Wonderwall e Don’t look back in anger (quest’ultima dedicata alle vittime dell’attacco di Manchester, citta’ natale di Noel).

Quando sul palco si sono poi incamminati gli U2 sono state sufficienti le prime note per proiettarmi indietro di venticinque anni. Piu’ o meno quando mi hanno paralizzato per la prima volta dal vivo nel lontano 1993 (si’ paralizzato, non posso descrivere meglio lo stato di shock musicale provato sotto gli schermi dello Zoo TV Tour che per tre ore hanno proiettato lo Stadio Flaminio di Roma in un futuro confuso ed inevitabile).

C’e’ infatti un motivo se li considero la migliore rock band in circolazione. E questo enorme credito non viene solamente dai 150 milioni di dischi venduti in carriera e nemmeno dall’aura di profeta della pace che circonda Bono da sempre. Il loro primato non nasce semplicemente dagli stadi pieni, ne’ dai quarant’anni di gloriosa carriera e nemmeno da un matrimonio magico tra voci e suoni. Quello che li rende grandi e’ aver cambiato senza cambiare. Questa band irlandese formata tra la crisi dei grandi padri del rock anni settanta, l’alba del punk e l’ascesa del pop, avrebbe davvero potuto rimanere schiacciata ed inascoltata. E invece hanno lottato graffiando ed urlando con un rock semplice, basilare che colpisce diretto il sistema nervoso ed il cuore. Perdoniamogli percio’ di essere passati dai toni puristi e rivoluzionari di Boy e War al sound piu’ intimo e fluido di Rattle and Hum. Perdoniamogli di aver fatto una scommessa, un salto mortale all’indietro con Achtung Baby ed aver alla fine creato un capovaloro che se fosse un quadro sarebbe appeso nella Grande Galerie a Parigi o nelle stanze papali ai Musei Vaticani. E perdoniamogli pure gli esperimenti di inizio secolo con Pop, All that you can leave behind e How to dismantle an atomic bomb (che comunque contengono gioielli  come Walk On, Staring at the sun e Please). Perdoniamogliele tutte  perche’ non e’ facile fare felici ogni fan e perche’ dietro a tutta questa produzione ci sono sempre loro, quattro ragazzi che suonano insieme da quando erano adolescenti e si divertono a provare cose nuove. Provare senza cambiare. E spesso riuscendoci bene.

Sara’ per questo che la celebrazione del trentennale dell’uscita di The Joshua Tree assume un valore speciale per chi ama questa band. Prima di tutto perche’ questo album rappresenta un punto di trasformazione importante per il loro sound (un’evoluzione gia’ percepita nel precedente Unforgettable Fire). Soprattutto pero’ questa esibizione sembra sia servita  ai fans e ai quattro artisti irlandesi per ricordare ancora una volta da dove vengono, prima di continuare a mostrarci dove stanno andando negli anni a venire. E’ come se Bono & Co si siano fermati un attimo al bordo del loro sentiero di gloria per guardarsi negli occhi e suonare qualche vecchia canzone insieme prima di proseguire, come per darsi coraggio, per rilassarsi e ricordarsi sorridendo che sono ancora gli U2.

E la batteria di Larry Mullen Jr. che ci fa saltare dal sedile introducendo Sunday bloody sunday ce lo fa rammentare bene e subito da dove vengono. Un urlo, una rivoluzione, la canzone che sembra sia stata scritta da The Edge in un momento di profonda crisi personale: poteva iniziare diversamente il concerto? E la scarica di ricordi schiaffeggiati dall’adrenalina continua dal palco posto in mezzo al pubblico con New year’s day, Pride e Bad. Non male direi.

Poi la band prende un bel respiro e si incammina con calma verso il palco principale sotto al maxi-schermo accompagnata dalle note di Where the streets have no name, la canzone che apre The Joshua Tree.  Ascoltando questo pezzo ti viene voglia di correre all’aeroporto e prendere il primo volo per qualsiasi posto lontano, ma poi ti ricordi che il concerto non e’ ancora finito e rimani li’, prendendo pero’ la nota mentale di scappare via prima o poi e viaggiare senza meta. Viaggiare su una strada che si perde nel deserto come quella che accompagna l’esecuzione dallo schermo gigante. E intanto l’album dal vivo scorre liscio sulle note di I stil haven’t found what I’m looking for e l’eterna With or without you con uno sfondo di immagini dal Gran Canyon. Batteria, basso e chitarra si uniscono poi nel suono martellante e sinistro di Bullet the blue sky. Durante l’assolo di Edge, Bono lo illumina con un riflettore da palcoscenico facendoci rituffare per un minuto nei fasti live del film di Rattle and Hum.

Prima di passare al lato B dell’album con Red hill mining town (non suonata in tour da tempo immemore) Bono ringrazia a nome della band colui senza il quale dice che l’album come lo conosciamo non sarebbe mai nato, Brian Eno, che assiste al concerto tra il pubblico. Grazie anche da tutti noi Brian.

Attraverso l’armonica di Trip through your wires ed il ritmo ipnotico di Exit il tributo all’albero rock di Joshua si conclude con Mothers of the disappeared. Ciliegina sulla torta.

Bono a quel punto riveste i panni dell’ambasciatore di pace per i bis (panni mai davvero tolti) e dedica Miss Sarajevo ai rifugiati siriani, con Pavarotti a scaldarci il cuore di nuovo dalle casse del palco.

Una nuova scarica di energia arriva poi dal terzetto Beautiful day, Elevation, Vertigo.

Da notare il fatto che la band inserisce degli estratti da canzoni di David Bowie (Heroes e Starman) per tributare l’amico e l’artista scomparso l’anno scorso.

E’ invece accennando un pezzo dei Rolling Stones che ci regalano Mysterious Ways, ballata insieme ad una bambolona bionda e un po’ impacciata ma appariscente che viene scelta dal pubblico e provoca l’invidia di molte ragazze rimaste sul prato.

Subito dopo Ultraviolet (light my way) e’ dedicata alle donne forti della storia che hanno lottato, insistito e difeso idee e principi. Donne facilmente attaccate e ancor piu’ facilmente dimenticate purtoppo.

E un concerto perfetto non puo’ che finire con una canzone perfetta, One. Estratta come una costola da Mystoeriuos Ways e’ diventata una donna meravigliosa che non invecchia mai, protetta dall’amore unico e supremo che racconta.

Le luci si accendono infine nello stadio, ma solo li’, perche’ le orecchie ed il cuore li avevano gia’ illuminati una band che canta come un uomo maturo ma sa ancora sognare come un bambino felice.

 

 

ENG

 

Sunday 9th July. London. The sun squints with curiosity from behind the clouds to see the Twickenham Stadium slowly being filled. It looks like even the sun, before disappearing for the day, hopes to see U2 show for their second English and European date of their The Joshua Tree Tour 2017.

To deceive the wait the role of supporting band has been magnificently covered by Noel Gallagher and his High Flying Birds who entertained us with some of their original songs and Oasis hits like Wonderwall and Don’t look back in anger (the latter has been dedicated to the Manchester attack victims).

When U2 entered the stage I needed a few notes to be sent back 25 years. More or less when they paralysed me for the first time with a live show in 1993 (yes ‘paralysed; I couldn’t describe better the state of musical shock I felt in front of the Zoo TV Tour screens that for 3 hours projected the Stadio Flaminio in Rome in a confused and inevitable future).

In fact, there’s a precise reason why I consider them the best rock band around. And this huge credit doesn’t solely come from 150 millions records sold nor from the spirit of ‘peace prophet’ that surrounds Bono. Their leadership isn’t generated only from the successful tours, a forty years long glorious career or a magic marriage between their sounds and voices. What makes them great is to have changed without changing.

 

This irish band was formed between the crisis of the great rock bands of the seventies, the sunrise of the punk and the start of the Pop, therefore it could have remained crushed and unheard. Nevertheless they fought, they screamed and scratched with a basic rock that hits your nervous system and your heart. We can then forgive them the passage from the purist and revolutionary sound of Boy and War to the more intimate and fluid atmosphere of Rattle and Hum. We can surely forgive them the big bet and mortal jump they made with Achtung Baby: in fact they finally created a masterpiece that would be hanging in the Grande Galerie in Paris or the Pope private rooms in the Vatican Museum if it was a painting. And let’s also forgive them the experiment at the beginning of the century with Pop, All that you can leave behind and How to dismantle an atomic bomb (that still contain small jewels like Walk On, Staring at the sun and Please). Just forgive them because it’s not easy to make each fan happy and because we can stil see them behind all this massive production: 4 irish guys who plays together since they were teens and enjoy trying new things. Trying without really changing. And often it’s been a success.

 

That’s maybe the reason why the celebration for the 30th anniversary of The Joshua Tree release has a special value for all the fans. First of all because this record represents a turning point in the band’s sound (we could already sense this evolution in Unforgettable Fire). Most of all this tour seems to have helped both the fans and the band to remember once again where they come from before showing us where they will go in the coming years. It looks like Bono & Co. stopped for a moment on the side of their glory path to look at each other and play some old song before walking again, as to find the courage, to relax, to remind themselves with a smile that they are still the U2.

And Larry Mullen Jr. drums that made us jump from the seat introducing Sunday bloody sunday reminded us as well where they come from. A scream, a revolution, a song that apparently was written by The Edge during a deep personal crisis: could the show start differently? Then the memories are slapped by adrenaline from the stage positioned amongst the crowd with New year’s day, Pride and Bad. A quite good start I would say.

The band then takes a deep breath and walks slowly towards the main stage in front of the big screen: they are escorted by the notes of Where the streets have no name, the opening song of The Joshua tree. Listening to this song makes you want running towards the airport and take the first flight for anywhere far away, but then you remember that the concert is still on and you remain, taking nevertheless the mental note to escape as soon as possible and travel forever. Travelling on a road that cuts the desert as the one that appears on the screen behind during the song. In the meantime the live record flows smoothly on I still haven’t found what I’m looking for and the eternal With or without you, accompanied by Grand Canyon images. Then bass, drums and guitar joins in the hammering and worrying sound of Bullet the blue sky. During the guitar solo, Bono takes a stage light and points it to The Edge so we dive again for a minute in the magnificent live atmosphere of Rattle and Hum documentary.

 

Before starting the B-Side of the record with Red hill mining town (that they didn’t performe live for many years), Bono thanks on behalf of the band the person he says made The Joshua Tree possible, Brian Eno, present at the stadium. Thank you from all of us Brian.

Through the harmonic of Trip through your wires and the hypnotic rythm of Exit, the tribute to the rocking Joshua tree ends with Mothers of the disappeared.

Then Bono takes his role of peace ambassador when dedicating Miss Sarajevo to the Syrian refugees, with Mr. Pavarotti that warms our hearts again from the air.

A new energy charge then arrives from the sequence Beautiful day, Elevation, Vertigo.

We need to note the fact that the band included excerpts from David Bowie songs (Heroes and Starman) as a tribute to the artist who died last year.

Nevertheless, it’s with a Rolling Stones introduction that U2 then gift us with Mysterious Ways, that Bono performed with a showy and clumsy blonde girl chosen from the crowd and who danced on the stage sorrounded by the envy of many girls in the stadium.

Immediately after, Ultraviolet (light my way) is dedicated to all the strong women who fought, resisted and defended ideas and principles. Women who unfortunately have been easily attacked and easily forgotten.

A perfect concert can only end with a perfect song, One. Extracted as a rib of Mysterious Ways, it grew to a beautiful woman who never ages because is protected by the supreme love she sings about.

Lights finally switch on in the stadium, but only there, in fact our ears and hearts were already illuminated by a band that sings like a mature man but still dreams as an happy child.

Michele Valente
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