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E’ forse la fine di un’epoca, quando sull’orizzonte musicale si affacciavano sonorità inedite, a tratti però riecheggianti temi sonori del passato, ma dal sapore innovativo e con un’anima tutta elettronica.

Siamo a metà anni ‘90 e le radio di tutto il mondo cominciavano ad essere ipnotizzate da questa interpretazione ibrida della musica.

Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo erano compagni di scuola al Lycée Carnot di Parigi e con un terzo componente, Laurent Brancowitz, formarono il gruppo rock Darlin’ nel 1992. La rivista britannica Melody Maker, non ebbe presto pietà nel definire la musica rock del gruppo “a daft punky trash”. Come spesso avviene nella vita, ciò, anziché costituire un deterrente per i ragazzi, divenne una leva per il loro riscatto. Brancowitz lasciò poco dopo il gruppo, mentre Bangalter e De Homen-Christo, proprio ispirandosi alle deterrenti parole di quella rivista, formarono i Daft Punk.

In Italia il sound dei Daft Punk si affacciò nel 1997 con il singolo “Da Funk”, sebbene fosse già stato prodotto nel 1995 da Soma Quality Recordings. La formula elettronica era entrata nella testa del pubblico e le radio continuavano a suonare compulsivamente il pezzo. Negli anni 2000-2001, la scena di questa mini-rivoluzione elettronica fu presa dal loro secondo album “Discovery”, ovvero dalle immense “Around the World” che neanche ebbe il tempo di essere “assimilata” a sufficienza, e “One more time”, che irruppe di prepotenza. Entrambi i pezzi furono enormi successi, scalando le classifiche mondiali e tutt’ora, irriducibili, sono ancora suonati e ballati (pandemie permettendo) in ogni angolo del pianeta.

La dimensione dei Daft Punk è sempre stata molto tesa a tutelare il loro “privato”. I primi pezzi ed il primo album, furono prodotti nella cameretta di Bangalter, riempita di campionatori e sintetizzatori, che neppure loro stessi avevano ancora dimistichezza ad utilizzare. Il duo non aveva mire di produrre un album all’inizio, ma con la Virgin Records giunsero all’accordo di produrne uno, “Homework”, a condizione che potessero gestire in maniera indipendente la loro immagine. Da questo punto di vista, si mostrarono maestri nel costituire un perfetto modello di business musicale.

Sin dal 1996 i Daft Punk si presentarono al pubblico con gli iconici caschi “spaziali”, da cui non si separeranno fino all’ultimo. Si dice fossero stati spesi 65,000 dollari per costruirli, infatti erano in grado di riprodurre testi ed animazioni sul display. Oltre alla trovata innovativa, (da loro giustificata con un aneddoto, secondo cui dopo una piccola esplosione nel loro studio dovuta ad un corto circuito, si erano risvegliati robot) traspare la volontà del duo di celarsi sotto spoglie cyborg ed offrirsi al pubblico come “macchine elettroniche”. Tale approccio viene da subito accettato dai fans, che quasi non sentiranno il bisogno di associare delle facce ai loro eroi musicali, quasi a volersi immedesimare in una realtà futuristica, fatta di musica ipnotica, che si allontana dalla convenzionalità delle rappresentazioni.

nel 2005 esce “Human After All”, un album che sebbene il titolo, faceva ancor più leva sul sound elettronico, tanto da non essere accolto benissimo dalla critica. Il singolo “Technologic” non sarà compreso subito dal pubblico, salvo l’input fornito da Alfa Romeo che lo utilizzerà per lanciare la MiTo.

I Daft Punk nonostante tutto sono ormai considerati dei veri e propri geni della musica. Qualcuno potrebbe chiedersi, che tipo di musica…? In effetti è proprio qui il bello, qualsiasi genere li configura e non; House, Dance, Elettronica, Funk, vanno bene tutti, non si sbaglia mai. I Daft Punk, nell’immaginario collettivo del pubblico sono degli essere amorfi, inumani, con un’anima elettronica, in grado di regalare sonorità sempre innovative in cui immergersi ed a cui concedersi.

Probabilmente la loro anima più “umana” viene fuori verso la fine. Nel 2013 con l’ultimo loro disco, “Random Access Memories”, anticipato dal singolo “Get Lucky”, singolo da più di mezzo miliardo di ascolti, il duo abbandona i suoni sintetici, per concedersi ad un sound più ad ampio respiro, fresco, ma sempre geniale ed in grado di catalizzare da subito l’attenzione del pubblico, anche dei fans meno accaniti.

Sulla stessa linea sono anche gli ultimi 2 pezzi, “Starboy” e “Feel it Coming”, frutto della collaborazione con il cantante R&B The Weekend. Anche in questi ultimi caso i Daft Punk non sbagliano un colpo, consacrandosi nell’olimpo dei geni musicali.

Già prima del periodo pandemico, il duo non appariva spesso in pubblico e lesinava in esibizioni, forse segnale che qualcosa non stesse più funzionando, fino alla data del 22 Febbraio 2021 in cui spunta “Epilogue” il video che chiarisce il presagio, stampando a caratteri cubitali le date di inizio e fine della loro avventura musicale (1993-2021). Il video del “tramonto”, esprime una chiara volontà di prender strade diverse, con il countdown digitale che, attivato da De Homen-Christo, fa esplodere Bangalter. I due robot sono più umani di sempre ed il silenzio glaciale della scena, nel bel mezzo del deserto, è di una tristezza assordante. A volerlo interpretare, sembrerebbe proprio che Bangalter abbia deciso di “farsi fuori” dal gruppo, ma chissà… Sta di fatto che i Daft Punk hanno fatto la storia e, nonostante il pubblico sogni di rivederli ancora insieme, i due lasciano un’eredità inestimabile, irripetibile, che di sicuro ispirerà generazioni.

Michele Valente
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