Fase 2: i ristoranti «inscatolano» i tavoli

L’ebbrezza del cappuccino al bar dopo quasi due mesi di lockdown? I milanesi che ieri mattina si aspettavano le porte dei locali di nuovo tutte aperte sono rimasti in parte delusi. Almeno uno su due ha ancora la saracinesca abbassata, stima la Fipe, associazione dei pubblici esercizi di Confcommercio. Aumenteranno senz’altro nei prossimi giorni ma rispettando la regola: fino a giugno, solo take away.

Secondo un sondaggio la voglia di ripartire c’è subito, e tanta, per sei operatori su dieci, in particolare lontano dalle vie dello shopping rimaste vuote e senza turisti. «È un business stravolto, il take away è una scommessa. Ma se non si prova, come si fa a dire se conviene o no?», commenta cercando di tenere alto il morale Lino Stoppani, presidente della Fipe. «Bar e ristoranti che per due mesi hanno potuto fare solo consegne a domicilio — aggiunge — adesso si riappropriano di un piccolo diritto in attesa della riapertura vera». Via tutte le sedie dalle salette interne e dai dehors, allora. E poi guidalinee all’ingresso come in aeroporto, percorsi differenziati per l’entrata e l’uscita, segnaletica sul pavimento. Alcuni, come il Gaga Caffè di via Giulini, in vista della riapertura in giugno anche dei posti a sedere, hanno già montato pannelli di plexiglass tra un tavolo e l’altro. Molti usano un banchetto che fa da transenna. «Non è per niente semplice. Il locale è grande 40 metri quadrati, gli avventori restano fuori. Dopo ogni servizio cambiamo i guanti e disinfettiamo tutto», racconta Vincenzo Paldino, direttore dello Square food bar e del ristorante Charleston in piazza del Liberty. Su 40 dipendenti, 34 restano in cassa integrazione: «Quello di nominare le fasi successive, 2 e 3, è un gioco retorico del governo che ci aiuta a guardare avanti, ma ci vorrà tempo per trovare un equilibrio. In questi giorni non si tiene certo aperto per il guadagno, neanche ci copriamo le spese. Lo facciamo perché si deve». Alto lo spirito di servizio ma il bello dei locali è la socialità: se togli quella, che esperienza è? Il contrasto fa pensare: per le strade e nei parchi massiccio via vai (si spera responsabile), nei luoghi di consumo invece prevale la prudenza. Ieri gli operatori parlavano di un decimo dei clienti abituali, tra orari ristretti e incertezza a farla da padrona. «Forse hanno attecchito altre abitudini. Il delivery non è calato rispetto ai giorni scorsi», azzarda Monica, commessa da Iginio Massari in via Marconi.

La volontà però resiste. I cittadini salutano il ritorno degli esercenti di quartiere. Il Brambilla’s caffè in via Crollalanza, il Frizzi e Lazzi in via Torricelli, il piccolo birrificio di via Brioschi, l’Osteria al 9 di via Thaon de Revel. E ancora la gelateria Scoops di largo Murani, il Mu in zona Paolo Sarpi, la Ratera a Trenno. Icone milanesi che lottano per sopravvivere e sui social fanno comunicazione a tappeto con il titolare che parla, invita, rassicura. Non era facile munirsi in tempo degli imballaggi per il take away. Ripartirà domani con il solito menù milanesissimo e il solito gusto il ristorante Al Matarel di corso Garibaldi, la trattoria La Rava e la fava, Voce Aimo e Nadia. Verso il tramonto, in viale XXII Marzo, Mattia attaccava un grande cartello sulla serranda del suo Al Baretto: «Da domani vi aspetto con tanto entusiasmo». Il ragazzo aveva inaugurato l’attività il 25 gennaio, poi il lockdown: «Ma adesso ricominciamo, un passo alla volta».

Walter Nicoletti
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