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In conferenza stampa alla Festa del Cinema di Roma, oggi è apparso quel genio di Quentin Tarantino in camicia a righe e disponibilità. A fargli da sfondo, l’immagine ufficiale della manifestazione di quest’anno: il primo piano di Uma Thurman, al volante, in una scena iconica di “Kill Bill 2”.

A dirla tutta il regista non ha risposto esattamente a tutte le domande dei giornalisti presenti in sala perché, pur a colpi di sorrisi, ne ha ritenute alcune non degne di venir prese in considerazione. Presente a Roma per ricevere questa sera il premio alla carriera, Tarantino ha raccontato che il suo primo romanzo, “C’era una volta a Hollywood”, edito in Italia con La Nave di Teseo e che porta lo stesso titolo del suo ultimo film, è nato dalla volontà di non vedere perduta l’enorme mole di informazioni che il regista aveva accumulato prima di girare. Alla domanda sul perché non abbia pensato semmai, con quel materiale, di espandere il suo universo filmico, Tarantino ha risposto che il processo che lo affascinava da ragazzo era esattamente l’opposto: «Sono cresciuto leggendo libri che venivano tratti da film, era qualcosa che mi intrigava e tre anni fa ho cominciato a pensare di scrivere un romanzo ispirato al mio più recente lungometraggio, usando tutto quello che non avevo potuto inserire sul grande schermo. Ho creduto fosse la scelta giusta quella del sottogenere “romanzo su Hollywood”, anche se si tratta della forma più bassa di letteratura».

Tarantino ragiona da scritture puro, a giudicare da cosa dice più avanti a chi gli chiede lumi su come funzioni il suo processo creativo. «Quello che conta è la qualità narrativa; io penso solo a scrivere, a elaborare i personaggi fino al momento in cui sono loro a portarti dove vogliono. Durante la lavorazione del film, poi, inizio a cercare il modo di rendere con linguaggio cinematografico quelli che sono gli elementi letterari, ma mai prima».

Interrogato come una Cassandra su quale sarà il futuro del cinema, risponde di essere fiducioso, avendo appena acquistato una seconda sala, ma ammette che quelli di sua proprietà sono luoghi deputati alla proiezione revival di pellicole di nicchia. Una volta terminato il lockdown hanno fatto il tutto esaurito ma sa bene che ragionare su film destinati a 3.000 sale sarà molto diverso. Evita di fare previsioni a riguardo, salvo dirsi molto fortunato per aver visto uscire il suo film più recente subito prima della lunga chiusura.

Non è stato un incontro in cui sono venuti alla luce aneddoti curiosi o divertenti, tutt’altro. Eppure ad emergere è stato qualcosa di più interessante, ossia il carattere, o meglio la filosofia di vita con cui Quentin Tarantino sembra attraversare gli anni che passano. Sulle recensioni negative e sulla dittatura del politicamente corretto che sta travolgendo i nostri costumi ha dato un consiglio sempreverde e fondamentale: «Non deve importarti troppo cosa piace alla gente. Si sopravvive alle critiche non lusinghiere, perché comunque denotano che il tuo sia un lavoro di cui vale la pena parlare. Io ai tempi di “Pulp Fiction” ho fatto un film divertente su dei gangster; che problema c’era? Dopo tanti anni ho riletto le opinioni di chi allora non lo aveva gradito e ho capito che non bisogna essere troppo sensibili a queste cose, all’opinione altrui. Anche perché se il tuo film esprime lo spirito del tempo, lascerà il segno a prescindere dal fatto che a qualcuno, cosa che accadrà sempre, non piaccia».

Le domande cui si è negato, rispondendo con piccoli sketch improvvisati, fatti per mettere alla berlina chi aveva pensato di fargliele, sembravano essere nate come curiosità un po’ troppo fan-service, atte com’erano a pretendere risposte ingenuamente definitive o che avrebbero messo in difficoltà l’umiltà che da sempre contraddistingue i veri grandi. Eccole riassunte.

Qual è il film più importante di sempre secondo Lei, a parte “Pulp Fiction”? Risposta lapidaria: «Non ragiono in questi termini». Cosa pensa dell’assonanza che c’è tra alcuni finali di suoi film? Idem: «Posso fare cosa mi pare, perché è roba mia». Cosa ci dice dell’epica e dell’etica dei suoi film? «Questione troppo pesante, domanda che non capisco e non intendo provare a rispondere». Come ci si sente a lasciare traccia come ha fatto Lei? Glissa, non ci sta a fare l’icona, per non dire che quasi lo indispone essere riconosciuto tale, figurarsi ritenerlo depositario di risposte autoincensanti od oracolari. Riguardo invece al gusto di riscrivere la storia, come ha fatto in “C’era una volta a Hollywood” e in “Bastardi senza gloria”, di cui scandisce il titolo in italiano lodandone il suono, si mostra più ilare. Racconta che non aveva progettato di uscire da certe trappole nel modo in cui ha fatto e che è successo in itinere. Approccio sornione dunque, ma non rivelatore. Tarantino resta abbottonato su molte cose e più sorride e più si chiude in realtà, nonostante i modi siano quelli del compagno di bevute. L’unica concessione alla sfera personale è l’ammissione di aver programmato di diventare padre proprio quando sapeva che avrebbe potuto rivedere alcune priorità, ovvero verso la fine della sua carriera registica.

Infine, riguardo ai personaggi dei suoi film con cui interagirebbe volentieri nella vita reale, si limita a sceglierli tra quelli di “C’era una volta a Hollywood” perché ammette di non aver mai creato in altri suoi film un mondo in cui avrebbe voluto abitare: elegge dunque Cliff, impersonato da Brad Pitt, a suo preferito e disdegna Rick, il personaggio col volto di Di Caprio, reo di lamentarsi sempre.

Il genio ci tiene a mostrarsi semplice e forse lo è davvero, come se non avesse da perdere energie e tempo nella ruminazione mentale inutile che invece caratterizza la maggior parte dei comuni mortali. Va bene così. Serve qualcuno che, anziché discettare sul proprio peso esistenziale, mostri la via producendo arte anziché parole a vanvera. (Il Giornale)

Walter Nicoletti
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