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Se ne va un grande artista, uno dei più grandi, come anche Linus ha definito, “un fuoriclasse”. Vogliamo rendere omaggio a Claudio Coccoluto, come artista e come uomo, eclettico, purista, innamorato della musica, che non ha mai tradito, fino alla fine. Riproponiamo la nostra intervista di qualche anno fa, tutt’ora attualissima che ripercorre le tappe più importanti della vita di Claudio Coccoluto. (di Michele Valente)

Ciao Claudio, cominciamo dagli inizi….ho letto che hai cominciato giovanissimo a Gaeta, nel negozio di elettrodomestici di tuo padre, come recitano le molte biografie…raccontaci un po’…

Si, la mia famiglia è gaetana ma mia madre ha voluto che nascessi a Roma. E’ vero ho iniziato a “armeggiare” con magnetofoni e giradischi nel negozio di elettrodomestici di mio padre. Il primo giradischi penso di averlo usato quando neanche parlavo, ci facevo la giostra con le macchinine. Tutto questo mi ha sicuramente dato una grande familiarità con questi strumenti. Si può dire che al tempo fosse solo una nota di colore, ma ha certamente costituito anche un forte imprinting sui successivi accadimenti della mia vita.

…avresti quindi mai pensato di diventare un dj di successo?

In realtà non mi è mai venuto in mente, oltretutto all’inizio avevo interessi di tutt’altra natura, mi interessava molto il mondo della pubblicità, mi attraeva quel tipo di studi e di carriera, ma al tempo in cui frequentavo l’università non c’erano purtroppo percorsi specifici e riconosciuti di questo tipo; la mia famiglia avrebbe voluto che scegliessi un percorso di studi, diciamo così, più concreto. E’ durante i tempi dell’università che ho iniziato a suonare nei locali ed è lì che è scoccata la scintilla. All’inizio era amore per la musica ed anche un divertimento, collezionavo anche molti dischi di diverso genere musicale.

All’inizio so che ascoltavi anche musica rock, vero?

Si, credo che il trait d’union tra quello che ascoltavo ed i club sia stata l’elettronica in quanto fenomeno New Wave e la sperimentazione musicale degli anni ’70 e ’80 quando nuove strumentazioni quali sintetizzatori e campionatori cominciavano a prendere piede. Poi ho intrapreso un percorso nella Black anche se all’inizio non mi interessava molto, ma in questo modo ho avuto la possibilità di fare tutte le scoperte del caso. Infatti oggi, come cerco di dire un po’ a tutti, non ci si può “intestardire” su un solo genere perché perdi il quadro generale

Sei stato uno dei precursori dell’era moderna, spaziando molto artisticamente ed anche logisticamente essendo anche uno dei primi dj europei a suonare a New York (al Sound Factory Bar). Molti ti indicano come uno dei dj italiani più famosi all’estero. Ti fa piacere questa definizione?

Si, mi fa molto piacere. Credo che uno dei limiti nel panorama musicale dei Dj Italiani, soprattutto in passato, forse oggi un po’ meno,  fosse quello di credere che l’Italia fosse il centro del mondo e, quindi, l’incapacità di proiettarsi anche all’estero. Io ho sempre creduto che il linguaggio e lo scenario musicale fosse internazionale, la musica House stessa era internazionale, non aveva identificazioni geografiche. Ho quindi da sempre cercato di condividere la mia passione con i colleghi all’estero, anche se prima, raggiungerli e rintracciarli, non era semplicissimo. Ricordo che inviavo tantissimi fax a volte sperando in risposte che non arrivavano mai, era come mandare un messaggio dentro una bottiglia! Da lì ho cominciato a creare una vera e  propria rete di contatti.

Quindi immagino che diversamente da quanto accade oggi, fosse molto difficile rendersi visibili al pubblico?

La visibilità era assolutamente all’ultimo posto delle ambizioni del nostro lavoro, a dirla tutta, i più conoscevano il mio nome ma non sapevano nemmeno che faccia avessi. Fondamentalmente chi ti conosceva era chi frequentava i club e chi ballava di fronte alla consolle. Quando girava la tua documentazione nelle “cassettine” girava la tua musica ma non il tuo volto, per capirci. Questo, a mio avviso, creava dei circuiti anche più interessanti perché c’era molto meno marketing e più contenuto.

Chi si appassionava a te si appassionava al tuo suono, non c’era una contaminazione del personaggio, il “personaggio” contava poco e niente. Il Dj che cercava di esserlo, anche in maniera caricaturata, veniva un po’ emarginato. In pratica, il contrario di adesso…

Con i social network di oggi conta molto la visibilità. Tuttavia non credi che siano troppi?

..Bhè diciamo che ognuno la vede come vuole, tuttavia direi che la visibilità non ha molto a che vedere con quello che sono io. Ritengo che il pubblico, soprattutto quello più giovane di oggi, sia forse troppo sensibile ai richiami commerciali di massa e che, a volte, ci sia poco senso critico. Ritengo che spesso non ci sia una vera e propria scelta, si sceglie in base a quello che sceglie la massa. Come dicevo prima si sono capovolte un po’ le regole di una volta. L’Underground prima si auto-esiliava dal sistema, anzi, in qualche modo si contrapponeva ad esso proprio perché era un circuito assolutamente indipendente.

Interpretando il tuo escursus professionale traspare come tu sia riuscito a perpetrare l’apice artistico nel corso degli anni grazie alla tua duttilià che ti ha portato sì, a schierarti con la cosiddetta Old school, ma allo stesso tempo ad apprezzare ed affermare che le “macchine elettroniche” di oggi hanno un’anima. E’ questo il segreto del tuo successo?

Per me è facile, semplicemente sono Old school! Tuttavia non credo sia una lotta d’identità ma una difesa di quel percorso culturale che ti accompagna, la classica “gavetta”, che secondo me dovrebbe avere delle fasi ben precise e, cercare di saltarle o abbreviarle, è quasi sempre un danno per chi cerca di farlo. La critica alla cultura digitale non è fine a se stessa, ma credo abbia senso quando essa non sia supportata da una cultura più generale. In realtà, il mio, credo sia solo buon senso. C’è stato un momento in cui chi usava Traktor snobbava tutti gli altri, come se gli strumenti utilizzati prima fossero superati. In realtà secondo me questo era solo un alibi per chi non aveva avuto successo prima; credo che i nuovi strumenti tecnologici possano solo arricchirti e che, l’essere eclettici e completi, significhi abbracciare sì tutte le nuove forme di cultura tecnologica, ma neppure sminuire le altre.

Quindi hai sempre cercato di intraprendere tutte le nuove tipologie di strumentazioni?

Si, credo di averlo sempre fatto, anche quando la tecnologia non era quella di oggi, compravo i miei primi campionatori ed imparavo ad utilizzarli. Il mio primo campionatore ricordo che l’ho pagato davvero tanto e quando mio padre l’ha scoperto si è arrabbiato molto (ride)… a parte questo, credo che le nuove tecnologie ti diano la possibilità di fare oggi cose che ieri erano impossibili, però ritengo che quello che si ascolta oggi, tuttosommato, non sia altro che l’emulazione di un dj set fatto con i giradischi in quanto spesso queste strumentazioni vengono utilizzate al minimo delle loro potenzialità. Quindi, se tanto mi dà tanto, preferisco divertirmi con i giradischi. Ogni musicista d’altronde sceglie il suo strumento.

Vorrei citare uno su tutti i tuoi successi: “Belo Horizonti” è un successo mondiale del 1997 (DJ Mag UK ti dedica la copertina del luglio 1997) che ancora oggi può considerarsi un pezzo evergreen (l’immortale “trenino”) che ti ha portato a vendere più di 1 milione di copie in tutto il mondo ed affermarti ancor più di prima come “l’italiano artista” in tutto il mondo. Ci parli un po’ di questo?

Belo Horizonti prima di uscire con Virgin nel ’97, uscì nel ’96 su Atlantic Jaxx, etichetta dei Basement Jaxx. In quel periodo suonavamo insieme a Napoli, non esistendo ancora le chiavette usb, al tempo realizzavamo i cosiddetti “acetati” e questo pezzo ha suscitato in loro molta curiosità. Poi sai, da cosa nasce cosa… ed è partita l’avventura di Belo Horizonti, l’immortale “trenino”. Infatti, credo di non essere molto simpatico ai Two Man Sound perché ho “sostituito” il loro “trenino” Disco Samba, che era il trenino per antonomasia, con il mio (ride)… Tuttavia, mai avrei immaginato che potesse avere un successo così globale anche perché nasceva come pezzo underground e quindi inizialmente la mia intenzione si fermava lì.

…Se ci pensi molte hit non sono state progettate necessariamente per avere successo, ma per dar sfogo alla propria creatività. E’ un po’ il caso che fa sì che questo avvenga, non trovi?

Assolutamente sì, credo sia così che ognuno dovrebbe regolarsi, pensando che poi, alla fine, per quanto tu voglia dare un’immagine o un’idea di te, il pubblico sceglie cosa sei e cosa diventi per loro, ed ovviamente il tuo prodotto. Penso che Belo Horizonti infatti al tempo aggiungesse poco dal punto di vista del panorama Clubbing puro. Io avevo già una mia consolidata rete internazionale, tuttavia questo pezzo mi ha dato l’argomento in più per essere contattato anche da locali in tutto il mondo che fino a quel momento non mi consideravano da un punto di vista più “commerciale”. Addirittura il brano è andato così oltre le aspettative che mi hanno contattato anche locali che avevano richieste musicali completamente diverse da quelle che potevo fornire con il mio set.

Quindi è stato per te un grosso input dal punto di vista professionale?

Credo che mi abbia dato l’input contrario perché, mentre tutti quelli che mi circondavano ed anche quelli che mi aiutavano a gestire il business, mi esortavano a continuare su questa linea, io ho preferito prendere un’altra strada dal punto di vista del suono, perché ritenevo che proseguire in quella direzione avrebbe bloccato la mia linea creativa. Non potevo continuare ad accettare solo richieste di remix o produzioni di quel tipo. Sono molto contento di questa mia scelta, anche se credo mi abbia penalizzato un po’ economicamente, ma credo sia stata una sorta di difesa del rapporto passionale che ho con la musica e che non volevo rovinare.

Gli ultimi anni sono stati segnati inesorabilmente per il successo, nel panorama dance internazionale, della musica elettronica soprattutto dei paesi Bassi e nello specifico le classifiche vedono l’Olanda come paese incontrastato, elargitore di astri nascenti giovanissimi ed affermati. Come giudichi questo fenomeno e come mai il nostro paese stenta ad emergere in quanto a nuovi talenti nel panorama dance?

Credo che sia un discorso lungo, diciamo che i paesi nord europei hanno avuto degli sviluppi tecnologici e di comunicazione che in Italia purtroppo non ci sono stati. Potrei citare ad esempio la banda larga che nei paesi nord europei funziona bene ovunque. Credo inoltre che loro abbiano una mentalità molto più cooperativa della nostra. Sotto questo aspetto trovo che loro siano molto più maturi e più pronti ad una mentalità aziendalistica e meno individualistica, riescono quindi molto meglio a fare squadra. Non per nulla, eventi come il Sensation White o Tomorrowland, partono proprio da lì. Per finire, c’è un grosso riscontro mediatico in quanto ritengo siano tutti molto attenti ai forum, al web ed all’informazione in generale, anche se, in quanto a qualità d’informazione, si potrebbe aprire un altro lungo discorso. Ritengo che tutto ciò crei una “Scena” che al giorno d’oggi è quella vincente ed è quella che commercialmente sta dando i frutti migliori. C’è anche da dire che quando la capacità economica di un movimento è così grossa, penso che la qualità musicale ne faccia un po’ le spese, perché a fronte di questi fenomeni mediatici e commerciali, a mio avviso, sono emerse pochissime novità musicali. Credo che il marketing li abbia gonfiati un po’ troppo.

Quindi, tornando al discorso dei giovani Dj affermatisi in breve tempo, (cosa che una volta era molto complicato), che ne pensi?

Per me uscire “troppo presto” e così in fretta ha i suoi svantaggi, ritengo che un po’ di “gavettina” non faccia mai male. Vedremo communque in seguito a chi daranno ragione i fatti, non vorrei essere smentito subito! (ride)… Tuttavia dal punto di vista dell’età, se si volesse fare una statistica di chi nel panorama clubbing abbia attualmente un reale peso specifico, l’età media è 40/50 anni. Molto spesso i giovanissimi sono portati al successo a livello di brand. E’ comunque un discorso lungo e complesso da affrontare. Oggi l’industria riversa milioni di euro in investimenti su quella che hanno voluto chiamare “EDM”, tanto per dargli un nome. Tutto questo ha cambiato completamente le regole del mercato perché adesso si “fabbricano” dei fenomeni allo stesso modo di come si fabbricano i calciatori. Non parliamo quindi più dei fenomeni spontanei di una volta.

Hai fatto parte della giuria di Sanremo, pensi che il Festival sia rimasto solo una tradizione nazionalistica o ancora in grado di attirare attenzioni anche a livello europeo ed internazionale? Come giudichi questa esperienza?

Sì, ho fatto parte della giuria tre volte. In realtà non lo giudico, ma penso che il Festival abbia avuto diverse influenze da parte di vari show televisivi come i “Talent show” quindi credo vada un po’ modificandosi in relazione ai “condizionamenti” che ci sono attorno. Tuttavia rimane un tradizione e mi piace prenderla e rispettarla sotto questo aspetto. Tutte le volte che sono stato chiamato a partecipare sono stato lieto di farlo perchè era anche un modo di istituzionalizzare la figura del Dj, figura spesso sminuita da chi frequenta i piani alti della musica. E’ stata una maniera di legittimare me ed i miei colleghi ad un livello più alto, quindi l’ho fatto sempre molto volentieri. Poi, devo dirti, mi sono anche molto divertito, essendo ciò molto diverso dalle attività che svolgo normalmente. Venire a contatto anche con i diversi generi musicali quali il pop e la musica italiana in generale ti dà sicuramente delle prospettive in più grazie anche ai contatti ed alle amicizie che ho potuto stringere. Quindi assolutamente un’esperienza positiva!

Michele Valente
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