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JULULU, cortometraggio in concorso a Venezia per il Premio MigrArti 2017

ha il volto di Yvan Sagnet e Badara Seck:

 il grido di denuncia e la follia consapevole di chi vuole scardinare il sistema economico ultra-liberista incontra la catarsi

della musica e i sogni dei Migranti in Terra di Capitanata

 

JULULU

Da un’idea di Sestilia Pellicano e Yvan Sagnet

Regia di Michele Cinque

A poche settimane dalla sentenza del processo SABR, che per la prima volta in Italia riconosce il reato di “riduzione in schiavitù”, la 74° Mostra del Cinema di Venezia accoglie tra i protagonisti Yvan Sagnet, testimone chiave al processo e noto per il suo contributo alla emersione e al contrasto dello sfruttamento dei braccianti agricoli

 

JULULU, in concorso per il “Premio MigrArti 2017” alla 74° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, è un viaggio musicale in un angolo di Africa nel Sud Italia che ci porta dentro le problematiche dello sfruttamento dei braccianti nei terreni agricoli attraverso il duplice sguardo di Yvan Sagnet e Badara Seck.

 

Badara Seck, musicista e griot senegalese, come una guida sciamanica attraversa questi luoghi alla ricerca di Jululu, l’anima collettiva africana, fino ad arrivare in uno dei ghetti dove si riversano i lavoratori agricoli immigrati per la stagione della raccolta.

Yvan Sagnet, importante esponente delle rivolte dei braccianti in Italia, è la voce del film e, attraverso i suoi pensieri, la critica sociale dal ghetto si estende fino all’intero sistema economico che determina le condizioni di una nuova schiavitù.

A poche settimane dalla sentenza del processo SABR, emessa dalla Corte d’Assise del Tribunale di Lecce lo scorso 12 luglio – che ha condannato in primo grado “caporali” e imprenditori agricoli del Salento accogliendo la tesi dell’accusa in relazione ai fatti denunciati dai braccianti stranieri nella rivolta contro i caporali, avvenuta nell’estate del 2011 nella masseria Boncuri di Nardò, come rilevanti nella fattispecie per la “riduzione in schiavitù” – la Mostra del Cinema di Venezia accoglie, dunque, tra i protagonisti, Yvan Sagnet che del processo è stato un testimone chiave.

Il cortometraggio, che sarà presentato il prossimo 7 settembre a Venezia, è nato da un’idea di Sestilia Pellicano e Yvan Sagnet ed è stato prodotto dalla Lazy Film; la fotografia è di Stefano Usberghi e la regia di Michele Cinque.

I luoghi di JULULU sono le vaste piane coltivate a grano e pomodori in Terra di Capitanata, nella provincia di Foggia, e i cosiddetti Ghetti; ma potrebbero essere qualunque altro luogo nel quale ci siano lavoratori sfruttati perché, come sostiene Yvan Sagnet, “Qui ci sono i caporali ma i generali siedono nelle multinazionali” e le cause di questo stato di cose risiedono in un ordine economico internazionale ispirato alla logica del profitto estremo e della finanza speculativa che, tra l’altro, impone prezzi da fame ai produttori agricoli italiani e filiera lunga.

“Non è possibile effettuare il cambiamento senza una certa dose di follia” – riflette Yvan – “Ci sono voluti i pazzi di ieri per permetterci di agire oggi. Voglio essere uno di quei pazzi, dobbiamo avere il coraggio di inventare il futuro”.

“La capacità di inventare il futuro diventa fondamentale in un mondo sempre più omologato al fondamentalismo del mercato”, mette in risalto il regista Michele Cinque.

“Questo piccolo film – prosegue il regista – è dedicato alla capacità di inventare il futuro, come dice Yvan sul finale, prendendo in prestito alcune parole da Thomas Sankara. Penso che il futuro dipenda, ora più che mai, dalla capacità di immaginare un altro mondo possibile e lottare per costruirlo”.

 

Fil rouge del cortometraggio è la ricerca: la riflessione condotta da Yvan Sagnet corre in parallelo a quella di Badara Seck, autentico griot che compie un viaggio alla ricerca di Jululu, anima collettiva della tradizione africana; i due si incontreranno tra le abitazioni di fortuna del Ghetto, laddove il canto di Badara squarcerà le ombre della sera invocando la benedizione di Jululu su tutti i “fratelli” come sul Paese che ospita i migranti.

La scelta stessa delle luci e della fotografia interpreta questa ricerca e restituisce immagini sature e “dense”: ne nasce un affresco la cui principale cifra stilistica è data dai canti e dalla musica, un cortometraggio che, partendo dagli aspetti sociali, li trascende e li accende di luce nuova.

 

“I canti dei Migranti mostrano anche i “segni” del lungo e doloroso viaggio verso l’Italia – sottolinea Sestilia Pellicano dell’associazione “Pretiosa Project” e ideatrice del progetto JULULU – Cantando e suonando insieme, i musicisti africani trovano così un “nuovo canto”, una musica che, nel solco della tradizione, esprime l’esperienza e i rischi del viaggio, dello sfruttamento, ma anche l’attesa, la speranza, la ricerca.

Il progetto del cortometraggio JULULU – vincitore della II edizione del bando MigrArti Cinema del Mibact – nasce dall’impegno e dalle sinergie tra i protagonisti, la casa di produzione cinematografica Lazy Film e le associazioni culturali “Pretiosa” Project e “Ghetto Out – Casa Sankara”, l’associazione di migranti alla quale la Regione Puglia ha affidato l’azienda agricola regionale “Fortore” e la gestione di diversi terreni con lo scopo di assicurare l’ospitalità e l’autodeterminazione dei lavoratori e braccianti agricoli immigrati.

Vito
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