Il genio di Caravaggio raccontato da Vittorio Sgarbi, un precursore come Pasolini

di Ilaria Di Lascia.

 

Spregiudicato, senza filtri, un po’ maledetto. Stiamo parlando di Michelangelo Merisi, pittore lombardo vissuto a cavallo tra Cinque e Seicento, ma è una descrizione che potrebbe calzare benissimo anche per Vittorio Sgarbi. Forse per questo il celebre critico d’arte si è lasciato appassionare dalla vita e dal genio di Caravaggio, di cui da anni tesse lodi e virtù nelle sue pubblicazioni.
Ora Vittorio Sgarbi porta a teatro, con la formula della lectio magistralis monografica, uno spettacolo che nella sua essenzialità colpisce e rapisce lo spettatore, anche quello accorso forse più per la fama televisiva del personaggio.
Ma una volta spente le luci non si fa fatica a farsi trasportare dal racconto e ci si immerge in un’atmosfera solenne. Sgarbi va a ruota libera, per due ore forse anche di più, non c’è uno schema fisso, ripercorre la vita di Caravaggio attraverso l’interpretazione delle sue opere. Una vita sregolata, fatta di eccessi e contrasti, così come la sua arte, che carica di significati allusivi. Rimanendo sempre fedele al vero e alla sua cruda raffigurazione, ne esplora tutta la potenza drammatica e la forza narrativa, rappresentando un punto di rottura rispetto al manierismo figurativo che lo aveva preceduto.
Dai soggetti giovanili, vere e proprie istantanee di vita caricate allegoricamente di significati simbolici e richiami sessuali, alla rappresentazione di prostitute e corpi deformati dalla malattia, come nel Bacchino malato; all’irriverente capovolgimento di canoniche rappresentazioni religiose, esemplare il Riposo nella fuga in Egitto, in cui San Giuseppe e il suo coinvolgimento fisico nei confronti di una angelica figura femminile, diventano i veri protagonisti del dipinto.
Fino alle realistiche rappresentazioni di martirii e decapitazioni, che ossessivamente riproduceva nella fase finale della sua breve vita, e in cui egli stesso sceglie di immortalarsi, in un tentativo di espiazione dopo essersi macchiato della colpa di omicidio. Ritraendosi nella testa decapitata di Golia assassinato, diventa egli stesso vittima, in un contrasto in cui male e bene si sovrappongono, come il buio e la luce delle sue tele.
Nelle sue opere non più corpi perfetti e sublimati dalla bellezza come era stato fino ad allora, dunque, ma soggetti reali, volti deformati dalla paura della morte e dalla malattia, espressioni e pose realistiche ritratte nell’attimo esatto in cui i protagonisti delle tele lo stavano vivendo. Caravaggio anticipa di secoli quello che sarà possibile soltanto con l’invenzione della macchina fotografica, dopotutto, sottolinea Sgarbi, è stato l’inventore della fotografia molto prima dell’invenzione della macchina fotografica. I suoi fermo immagine raccontano momenti precisi: il ragazzo morso da un ramarro, la Maddalena, una ragazza addormentata mentre era in posa, i Bari. Il Merisi coglie l’attimo, ferma sulla tela emozioni, racconta la vita poco prima della morte, come avrebbe fatto soltanto la fotografia, secoli dopo, per raccontare l’orrore delle Guerre Mondiali.

L’impianto scenografico dello spettacolo è sobrio ma essenziale, il buio del teatro sembra avere lo stesso ruolo narrativo che ha nelle opere del pittore. Attraverso le composizioni video di Tommaso Arosi, i luoghi e le storie ritratte quattro secoli fa da Caravaggio, sembrano arrivare fino a noi proprio come fossero diapositive del secolo scorso, sovrapponendosi alle reali immagini di un protagonista che incarna in pieno lo spirito Novecentesco, Pier Paolo Pasolini. In un neanche troppo ardito confronto con Pasolini, l’arte di Caravaggio rivive e (ri)diventa attuale. Ogni epoca sceglie i propri artisti, dice Sgarbi, e Caravaggio non a caso viene riscoperto dal Novecento, epoca in cui sentimenti e emozioni fanno il conto con la crudezza della realtà. In cui l’umanità scopre un nuovo modo di rappresentare se stessa, attraverso la fotografia, cosa che il genio innovativo di Caravaggio aveva già fatto.
I “Ragazzi di vita” di Pasolini sembrano gli stessi ragazzi comuni, sfrontati e lascivi, ritratti nelle tele del pittore lombardo quattrocento anni prima,  Ninetto Davoli e Franco Citti sono identici ai riccioluti Ragazzo morso da un ramarro, e al Fanciullo con canestro di frutta. Persino l’assassino di Pasolini, Giuseppe Pelosi, sembra avere, in un’immagina scelta da Sgarbi, la stessa inquietante espressione sfrontata dell’amorino dipinto nell’Amor vicit Omnia.
La dissertazione di Sgarbi intorno al genio creativo di Caravaggio rivela continue e calzanti analogie tra le vite dei due artisti, simili persino nella morte, l’uno assassino e l’altro assassinato, così affini seppur vissuti a secoli di distanza, come se la storia dell’arte non fosse che questo in realtà, una diapositiva, un fermo immagine che vuole raccontarci il tempo che è stato.
Strumenti e spartiti vengono utilizzati da Caravaggio come elementi decorativi e riempitivi di un’immagine, il violino di Valentino Corvino suona invece dal vivo, accompagnando gli spettatori in un crescendo di tensione emotiva.
Non mancano occasioni per incursioni su argomenti di attualità, quando Sgarbi dice la sua sulla polemica dell’Expo o sul matrimonio gay, “andrebbe abolito del tutto il matrimonio”. Il registro si fa meno aulico, ma data la sua proverbiale veemenza non stupisce, poi però torna a parlare di storia dell’arte difendendo la scelta del crocifisso in classe, simbolo di un’identità affidata alle immagini che rischiamo di perdere del tutto.

Walter Nicoletti
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