Il nostro redattore Vito “Nik Hollywood” Nicoletti ha intervistato l’attrice Daniela Lucato. Di seguito l’intervista esclusiva per voi lettori!

Ciao Daniela! Siamo onorati di ospitarti sul nostro portale. Iniziamo dalla prima domanda. Quando hai capito di amare il teatro?
Ho capito di amare il teatro dopo aver visto “Sei personaggi in cerca d’ autore” con i miei compagni di liceo. Per me é stato illuminante. Da quel momento ho pensato di non poter fare altro. Ho frequentato scuole e workshop di recitazione durante gli anni in cui studiavo Filosofia all’universitá. All’epoca lavoravo per pagarmi gli studi e l’accademia era con il lavoro difficilmente conciliabile. All’ inizio ho pensato che non aver un diploma d’attore fosse un ostacolo per molti aspetti ( in Germania ammetto che non é stato facile) ma non potevo mollare in ogni caso. Quando ho cercato di farlo (ci ho provato un paio di volte con convinzione), in cerca di un pó di stabilitá emotiva ed economica, sono tornata indietro, con piú determinazione di prima.

I tuoi ricordi più belli?
Uno dei workshop che ricordo con piú piacere degli anni in Italia fu con John Strasberg. Ricordo che ognuno di noi portava scene classiche e monologhi in italiano anche se Strasberg all’ epoca parlava solo inglese. La cosa che trovavo straordinaria era la sua sensibilitá nel lavoro con noi attori e l’incredibile abilitá a cogliere le sfumature della nostra voce e riconoscere quando eravamo veri o quando ci allontanavamo dal personaggio, pur non capendo il significato delle nostre singole parole. Lí ho capito che la lingua non puó essere un ostacolo per capire la veritá di un attore e ho cercato di vedere sempre piú spesso a teatro opere in lingua straniera per capire cosa mi convinceva degli attori, quello che li rendeva veri oppure no.

Cosa lega un attore al suo personaggio?
La veritá che un attore cerca quando lavora su un personaggio è una specie di vibrazione, quella che porta un attore a voler fare l’attore. E’ una specie di terremoto nelle viscere. Non succede tutte le volte, ma quando senti che hai “incontrato” il tuo personaggio, che c’é un dialogo vero con lui, che puoi esplorarlo dove non immaginavi, é un momento magico che solo se si prova si riesce a capire.

Cosa ami oltre alla recitazione?…e perché?
Durante la mia ricerca attoriale mi sono avvicinata alla danza contemporanea che é stata tema della mia ricerca nella mia tesi di laurea e che pratico ancora ora. Anche oggi mi trovo spesso come performer a lavorare con danzatori. Nel lavoro di ricerca amo confrontarmi con artisti provenienti da displine diverse. Si instaura un dialogo nuovo, piú ricco di scambi e di stimoli e offre a entrambe le parti l’ occasione di crescere e allargare la propria esplorazione. La scena artistica qui a Berlino é molto varia e offre una buona possibilitá di network. Trovo che gli stimoli e l’energia che arrivano da queste brevi e intense collaborazioni siano estremamente importanti per la mia ispirazione.

Come nasce la passione per la scrittura?
Appena arrivata qui ho iniziato a collaborare con una compagnia internazionale: No fourth wall. Recitavamo in quattro lingue durante lo stesso spettacolo, non usavamo il palcoscenico e c’ era un confronto diretto e provocatorio con lo spettatore. Ogni volta era un pó magica: anche se da attori guidavamo lo spettacolo non sapevamo mai come sarebbe finito. Credo di non essermi mai divertita tanto. È stata una bella occasione di crescita e da lí ho capito lentamente in che direzione volevo andare. Dopo varie collaborazioni con registi indipendenti, nel 2012 ho scritto la mia prima piece teatrale per due attori Call Me Reality. È nata dall’ ìdea di fondere teatro e cinema. Per questo ho cercato di scrivere il pezzo come se fosse un film e poi l’ ho adattato alla scena teatrale. Ci ha messo un pó a venire alla luce perché era il mio primo pezzo e prima di quel momento scrivevo solo per gioco.

Le emozioni che provi nello scrivere?…la storia la crei tu, o sono i personaggi a suggerirtela?
E`stata una scoperta per me. Quando scrivo sono in fibrillazione. Non so neanche da dove inizio. E` che quando inizio immagino le scene come delle foto, i personaggi soprattutto. Sono loro che mi dicono cosa vogliono fare, cosa sentono, come si muovono. Non lo posso decidere davvero. Hanno giá dei colori, dei tic, dei nei che li rendono quel personaggio anziché un altro. Cosí é nato anche il mio corto The Birthday. Ho scritto in inglese e diretto in cinese. Le immagini mi sono venute una dietro l’altra e mi hanno guidata. Sono state loro a scrivere la storia. Solo dopo un centinaio di volte che lo guardavo ho capito che c’era qualcosa di me in entrambi i personaggi che prima non riconoscevo. Ho trovato degli ottimi collaboratori e il mio team é stato decisivo per la realizzazione di questo progetto. Il film sta partecipando a molti festival sulla scena internazionale, sono davvero felice di questo inaspettato successo.

Ora a cosa stai lavorando?
Ora lavoro a Connecting Fingers, la mia ultima produzione teatrale in cui quattro danzatori raccontano con il corpo le storie di alcuni rifugiati pakistani che vivono nei campi profughi vicino a Berlino. E´un lavoro che é nato dall’ intuizione che il corpo é universale, cancella le distinzioni sociali ed etniche ed é in grado di parlare a tutti. La performance é parte di un documentario a cui sto lavorando e che mi piacerebbe portare presto anche in Italia e mostra la prospettiva dei danzatori e il loro approccio emotivo e artistico a un tema sociale che appartiene ai nostri giorni.

Progetti futuri?
Alla fine di questo progetto sono pronta a tornare alla narrativa. Il soggetto é pronto e aspetta solo di trovare i finanziamenti. All’inizio di Ottobre saró a Cagliari come curatrice della sezione corti per la nuova edizione del festival KME. Una bella occasione per me di presentare in italia registi italiani e internazionali e di lavorare di nuovo nel paese che piú amo.

Ogni percorso da e toglie qualcosa alla vita, il tuo percorso cosa ha tolto alla tua vita e cosa invece ti ha dato fino ad ora?
È una bella domanda. Di sicuro il lavoro che ho scelto richiede delle rinunce. Non é un percorso facile, richiede molta determinazione, forza d’animo e intraprendenza. Devi imparare a tirarti su le maniche e a reinventarti ogni giorno restando coerente con la tua visione artistica: ho lasciato alle spalle la tranquillitá di una certezza economica e di una continuitá lavorativa ma una volta definite le mie prioritá e bisogni ho capito che non avrei potuto fare altro. Il fatto di aver fatto questo percorso mi sembra oggi un privilegio. Il mio é un lavoro che mi permette di riscoprirmi ogni giorno attraverso quello che faccio. Fino a quando potró farlo mi sentiró sempre libera e onesta con le mie scelte e con me stessa.

Hai paura a volte del destino?
No. Non so bene se esiste o no. Credo ci siano delle situazioni a cui non possiamo sottrarci perché capitano e fanno parte della nostra vita. Non so se possiamo chiamarle destino. Se lo sono, credo che in qualche modo dipendano da noi e da quello che ci costruiamo attorno.

A cosa può servire un sogno?…e tu ne hai tanti?
Poter sognare é un modo di amare la vita. E` quello che ci fa brillare gli occhi come succede ai bambini. Non é tanto arrivare dove vogliamo arrivare o ottenere quello che ci sembra importante. E’ come ci sentiamo mentre vogliamo arrivare lí, é il desiderare che é bello di per sé. Ne ho tanti? Non lo so. Sogno ogni giorno, ma piccole cose. Cose quotidiane che mi rendono felice. Se un giorno non sogno penso che c´é´qualcosa che non va. Cosí spero sempre di ricominciare a sognare ancora il giorno dopo.

Daniela, grazie per il tempo dedicatoci. Voce Spettacolo ti fa i migliori auguri per il tuo futuro e per la tua carriera.

Photos by Jacopo Pantaleoni e Sterne Slaven

Walter Nicoletti
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