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La nostra redattrice Valentina Gemelli ha intervistato il fumettista Tito Faraci. Di seguito l’intervista esclusiva per voi lettori.

Tito quali fumetti leggeva da bambino?

Topolino, il Corriere dei ragazzi, Linus, Alan Ford e (di nascosto) Kriminal… e soprattutto i fumetti dei supereroi della Marvel pubblicati dalla casa editrice Corno. Da lì ho imparato tante cose. Soprattutto come si racconta un personaggio da dentro.

Tu sai disegnare?

Non so disegnare nemmeno un sasso. Strano, a pensarci, dato che sceneggiando do indicazioni puntigliose a così tanti disegnatori.

Prima di disegnare un fumetto c’è qualcuno che ne scrive la storia. Quando hai deciso che questa sarebbe stata la tua professione?

Da bambino volevo fare il fumettista. Ma credevo che fosse necessario disegnare bene. Ai tempi, non si sapeva così tanto di come funzionava il fumetto. Crescendo, ho scoperto c’era anche chi i fumetti li scriveva, li sceneggiava. Ma poi ci sono caduto dentro per caso…

In quale modo è cominciata la tua avventura nel fumetto?

Alla metà degli anni Novanta, mentre facevo il giornalista, mi hanno proposto di scrivere un soggetto per Topolino. Ci ho tentato. Mi è andata bene con il soggetto e poi, subito, con la sceneggiatura. Come se l’avessi nel sangue. A ripensarci oggi, una sorta di miracolo.

E sono arrivate le collaborazioni con le grandi case editrici : hai iniziato a scrivere per Diabolik, Disney,Lupo Alberto, Dylan Dog, Nick Rider. Contemporaneamente?

Oh, certo! Anche adesso lavoro a Topolino, Diabolik e Tex contemporaneamente. È il mio modo di non annoiarmi… per non annoiare. E poi non riesco mai a chiudermi una porta alle spalle. Questione di carattere.

C’è un personaggio al quale sei particolarmente affezionato?

Topolino, senza dubbio. Mi identifico in lui. E forse è per questo che il mio Topolino è un po’ meno “perfettino”.

Da dove deriva il tuo amore per i nani di gesso?

Traumi infantili. Abitavo in provincia. Nei giardini delle villette a schiera, ho visto cose che voi umani…

I personaggi dei fumetti, in generale, non invecchiano. Perché?

Perché devono vivere per sempre. O almeno provarci. Ma attorno a loro il mondo cambia. La Topolinia di oggi, per esempio, non è più quella degli anni Cinquanta. È una città moderna. La realtà arriva dentro i fumetti, diventa materiale narrativo.

E de “La vita in generale” cosa mi dici?

Una doppia sfida. Scrivere un romanzo di narrativa così “adulto”, per una casa editrice tanto importante come Feltrinelli. E scriverlo fuori dai miei soliti generi (il western, l’horror, il noir…). Ho dovuto reinventarmi, come narratore. Una grossa fatica che, però, nel romanzo non si sente. Molti lettori apprezzano come scorra veloce, senza inciampi. E di questo sono particolarmente felice.

I tuoi progetti futuri?

Altri fumetti, altri romanzi… e ora sto lavorando a una fiction radiofonica, che scrivo assieme Matteo Caccia, per RaiRadio2 (si intitola “Buio”, e va in onda dal lunedì al venerdì alle 19:43).

Tito, ossobuco o amatriciana?

Amatriciana come primo. Ossobuco come secondo. Il problema, ora, è trovare un ristorante dove facciano bene entrambi. Sarà a Roma o a Milano?

Vito
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