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di Gianfranco De Cataldo.

 

Ciao Stefano! E’ un vero piacere ospitarti sul nostro portale. Iniziamo dalla prima domanda. Un bel tuffo nel passato. Da bambino cosa sognavi di fare?

Buongiorno a voi e grazie, prima di ogni cosa, per lo spazio che dedicate anche alla scrittura e alla cultura letteraria. Cosa sognavo di fare quand’ero piccolo? Certamente, l’idea di poter scrivere e pubblicare dei libri di poesia era lontanissima tanto quanto la luna dalla terra. Ero uno studente standard, sufficiente al punto giusto: “Va bene, ma deve impegnarsi di più!, Può far meglio!”. A ripensarci, i docenti avevano ragione. Credo di poter sempre fare meglio, ma sono soddisfatto del percorso che ho intrapreso e delle tappe che, passo dopo passo, sto conquistando. E’ come posizionare delle bandierine su una mappa geografica un pò come si faceva nel medioevo andando alla conquista dei territori. Se c’è una cosa che sognavo di fare da piccolo era quella di voler crescere, diventare una persona saggia, riflessiva, capace di esprimere la propria opinione senza vergognarsi della propria visione del mondo e delle cose. Obiettivo raggiunto, credo. Forse anche superato, oltre ogni aspettativa.

Cosa significa essere scrittori oggi.

Oggi siamo sommersi dalla fanta-scrittura, tutti scrivono, pochi scrivono bene. E’ complicato ritagliarsi uno spazio proprio, far emergere il proprio stile, farsi papavero in un campo di grano. Tra i social networks che consegnano premi nobel ad ogni secondo, tra la brutta scrittura causata dalla poca e pessima lettura, tra le centinaia di premi letterari internazionali organizzati per fare economia, scrivere oggi, scrivere bene, è un pò come prepararsi alla morte. Oggi scrive bene chi scrive del suo sangue, della sua vita, chi sa confrontarsi con il grigiore del mondo. Solo scrivendo della propria vita, partendo dal proprio sentire, e dall’universalità del sentire, si può essere scrittori fuori dal comune, non considerati alieni, uomini venuti da lontano, da mondi sconosciuti, ma persone che sanno guardarsi dentro e studiare molto bene ciò che è intorno.

La Narrativa in Italia secondo te

E’ una narrativa triste. Muoiono i giganti della letteratura del novecento e i loro posti rimangono vuoti, non c’è continuazione, non c’è scoperta di potenziali artisti in campo letterario. Non c’è un interesse nel curare e nel proteggere lo scrittore. Si può essere scrittori per una volta, per un solo libro, poi si va oltre. L’unico interesse è sfruttare lo scrittore finché lo si può fare, tutto è legato alle banconote verdi e viola e agli investimenti che gli stessi autori possono garantire per la sopravvivenza dell’editore. Venuto meno il principale obiettivo dell’editore, tutto perde significato, tutto diventa scrittura commerciale, da rotocalco. Di conseguenza, la scrittura di qualità, viene sostituita, viene annientata, viene abbandonata per strada, come una prostituta mal pagata. E sono drastici i riflessi sulla massa, sulla formazione delle coscienze. Restiamo in attesa di altri grandi della letteratura che non arriveranno, ahimè, a queste condizioni.
Dove l’Inferno e’ piu’ Inferno: Raccontaci questo tuo Progetto.

E’ stato un progetto ambizioso reso pubblico nel 2015 ma venuto alla luce già nel 2012. Avevo paura di pubblicare un volume con dei componimenti poetici dalle tematiche scottanti e scabrose come la morte per immigrazione, la pedofilia nella chiesa, la cronaca più torbida e squallida, la politica dell’austerità. Non ero realmente preparato alle critiche che potevano piovermi addosso. Ma alla fine ci sono riuscito. Dove l’inferno è più inferno, è una piccola raccolta di poesie amare, scritte in un momento di crisi, e mi piaceva l’idea di fissare su carta i più brutti anni della nostra vita, come italiani e come europei, raccontando una crisi identitaria, esistenziale, religiosa, politica, sociale e morale. Ho registrato un bel risultato se provo a rileggere ciò che nella seconda parte hanno scritto di me Roberto Segre, Dario Mazzoni, Maria Pia Oelker, Diego Baldassarre, Ornella Ferrari Gigante, Cecilia Piscioneri, Tonio Manni e Tiziano Radice, tutti scrittori. Così come sono soddisfatto delle adesioni alla nuova pagina facebook “Stefano Giuseppe Scarcella Scrittore” che quotidianamente registra l’aumento dei lettori e di coloro che intendono seguire i miei scritti.

L’importanza della formazione artistica.

La formazione artistica deve intendersi incessante, in continuo divenire. Ciò che ho scritto ieri, è già superato, perché ciò che ho scritto oggi è più importante. E alla formazione artistica deve necessariamente aggiungersi la formazione personale e professionale. Non vi nascondo che, dopo 14 anni, ho ripreso nuovamente gli studi universitari per completare un discorso lasciato in sospeso. Formarsi significa crescere, arricchirsi, affinare le proprie capacità, superare se stessi. Scrivere poesie significa leggere, amare l’arte e gli artisti, ascoltare musica, godere di quello che oggi lo spettacolo in varie forme ci presenta, coinvolgendoci, provocando e scatenando emozioni. Non posso scrivere quello che non conosco.

L’aspetto di Stefano nascosto al pubblico?

C’è chi ha scritto all’interno del mio ultimo lavoro “Dove l’inferno è più inferno” che è inutile nascondersi perché l’autore, in un modo o nell’altro, si rivela sempre tra i versi. Nascondo al pubblico il mio interesse per il giardinaggio, il mio essere buon padre, il mio carattere un po’ burlone, forse nascondo al pubblico sofferenze famigliari da cui ho saputo staccarmi per non soffrire più delle situazioni insopportabili e per cui oggi ne godo la felicità. Nascondo al pubblico le mie notti trascorse sui libri, addormentato in soggiorno fino alle tre, alle quattro di mattina con la penna in mano. Ognuno di noi ha tanto di privato, nessuno di noi ha il giorno uguale alla notte.

Ric(hi)ami di Stelle: da dove nasce l’idea?

Sono legatissimo a questo volume in particolare, anche se amo tanto l’incipit della mia vita da scrittore con “Gente di vita vita di terra” (1998), “Sulle ali della fantasia” (2001), “Tra le mura d’una stanza” (2002), “Fior di melissa tra i sassi della vita” (2005): è la fase preparatoria, direi, che mi plasma e mi prepara, fino ai richiamidistelle / ricamidistelle. Mi affascinava l’idea del libro dai due titoli. E’ il mio libro celestiale, in contrapposizione all’-inferno- della realtà (venuto al mondo subito dopo), il libro dei sogni, dei ricordi, dei suoni, dei richiami del cielo. Il mio lavoro che ha dato inizio ad una fase sperimentale che resiste ancora oggi, l’approfondimento del cubismo letterario, a mio parere, non ancora esaurito nelle parole così come invece è accaduto nell’arte, con i colori. Una sorta di scomposizione e ricomposizione di cose e sentimenti, insomma, ancora in atto.

Se la tua vita fosse un libro, quale sarebbe? E perché?

Mi risulta difficile identificare la mia vita in/con un libro. E’ certezza che il libro a me più vicino, nel senso che sento più mio, è “Canne al vento” di Grazia Deledda. Rassomiglio tanto la fragilità umana e il dolore dell’esistenza, raccontati magistralmente in quell’opera, alla mia sensibilità, al mio modo di percepire le persone, le cose, il mondo. Il romanzo, del 1913, sviluppa la similitudine tra la condizione delle canne soffiate dal vento e la vita degli uomini. Mi ritrovo da sempre in questa affinità. Forse la mia vita è canna soffiata dal vento.

Come vedi il tuo futuro?

Non riesco a vederlo perché godo l’oggi, l’istante presente, non sono abituato a costruire il domani, domani potrei anche non esserci. Anche nella vita ordinaria, se la prossima settimana ho un impegno, non ci penso da oggi, ma dal giorno prima. Sono innamorato del mio presente, delle ore che trascorrono in un breve tempo che posso organizzare di sicuro. Certamente mi vedrò seduto a coltivare la mia passione, ciò che meglio mi riesce fare nella vita, nel tentativo di migliorarmi ancora.

Progetti futuri?

Il mio progetto prossimo alla pubblicazione ha già un titolo, Nel sacramento del silenzio, foto-poetica. Una nuova raccolta di poesie dedicata ai silenzi che l’uomo può sperimentare, godere e, a volte, sfruttare a suo vantaggio. Il silenzio di fronte a un’opera d’arte, il silenzio dettato dalla pietà, dall’impossibilità, il silenzio della preghiera, il silenzio della morte, quello eterno, il silenzio dell’assurdo, dello sbigottimento, il silenzio con cui raramente si ascolta il battito del cuore, il silenzio della rabbia, del pianto, il silenzio tra la gente al tempo dei cellulari e di facebook. Poi mi piacerebbe ri-leggere e riportare su carta alcune impressioni sul -Finibusterre- del filosofo e scrittore Luigi Corvaglia nato nella mia Melissano nel 1892 e che ha ambientato il suo romanzo nel bel Salento che vivo tutti i giorni.

Manda un saluto ai nostri lettori.

Sento la necessità di ringraziarvi ancora, e di ringraziare i lettori, uno ad uno. Non trascurate mai la lettura, comprate e leggete sempre bei libri. Lo scrittore, ogni tanto se ne vede uno serio, è donatore di vita, di leggerezza, di esperienza, darebbe il suo sangue al posto dell’inchiostro pur di farsi comprendere. Voi cosa cosa gli offrireste in cambio. Lo scrittore si accontenterebbe di un solo vostro orecchio. Perchè dov’è ascolto, c’è sintonia e dov’è sintonia, c’è emozione. Ci vediamo sulla mia pagina facebook Stefano Giuseppe Scarcella Scrittore!

 

 

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Walter Nicoletti
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